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Atti sessuali con minorenni, condannato a sei anni il maestro Elia

La sentenza è arrivata intorno alle 13, in un’aula quasi deserta (anche per la temperatura “africana”): confermata la condanna per il maestro Manlio Elia. I giudici della Corte d’Appello di Catania, presieduta da Sebastiano Mignemi (con a latere Giuttari e Pivetti) hanno ritenuto l’imputato colpevole.

Due anni fa, il Gup Anna Maggiore, in abbreviato, lo aveva condannato a sei anni per “atti sessuali con minorenni”.

Oggi, in aula, c’era il suo difensore, l’avv. Enzo Trantino e i legali di parte civile, gli avv. Emanuela Fragalà, Patrizia Impallomeni e Andrea Gianninò.

La Pubblica Accusa, invece, con il sostituto procuratore generale Giulio Toscano, aveva chiesto l’assoluzione, suscitando, secondo indiscrezioni, nei corrodoi del Palazzaccio, qualche commento non proprio di apprezzamento.

Non si tratta di un imputato qualunque  Manlio Elia, cinquantenne, insegnante di storia e geografia, già impegnato nello sport catanese, icona della pallavolo. In molti non hanno creduto o hanno stentato a credere a questa brutta storia, alla luce di una stima da cui è circondato il docente: alcuni suoi ex studenti hanno creato un gruppo su facebook “Noi che sosteniamo Manlio Elia”.

Ad inchiodarlo, però, sono state le riprese delle telecamere piazzate dagli investigatori coordinati dal Pm Agata Consoli.

I fatti sono venuti a galla grazie alla denuncia della madre di uno degli alunni del maestro, che ha trovato il coraggio, tre mesi dopo il racconto del figlio, di recarsi in questura e dare il via alle indagini.
Gli investigatori coordinati dal Pm Agata Consoli hanno, allora, piazzato alcune telecamere nascoste nella classe del maestro.

“Era una forma di coccole –aveva detto agli inquirenti il maestro- una forma di contatto, una forma di affettività e di calore umano nel quale io non ho mai assolutamente visto nulla di…cioé non ho mai messo una malizia e, soprattutto, la cosa più importante, io…cioé non è dettato da una mia esigenza, io non ho un trasporto a fare questo.”

 

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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