Arancino o arancina? Un dibattito che non ha motivo di esistere

di Tindaro Guadagnini

C’è una domanda capace di dividere la Sicilia più di molte questioni politiche: si dice arancino o arancina?

Da anni il dibattito infiamma conversazioni, tavole, social network e discussioni da bar. C’è chi sostiene l’una, chi difende l’altra, chi tira in ballo la forma, chi la lingua, chi la tradizione. E, immancabilmente, qualcuno finisce per trasformare una questione gastronomica in una faccenda identitaria.

Eppure, forse, il problema nasce proprio da una premessa sbagliata: arancino e arancina non sono necessariamente due modi diversi per indicare la stessa cosa.

Sono prodotti simili, appartenenti alla medesima famiglia gastronomica, ma sviluppatisi attraverso tradizioni locali differenti. E la Sicilia, in questo caso, non ha bisogno di scegliere un vincitore.

La forma non basta a risolvere la questione

La spiegazione più conosciuta è quella della forma.

A Catania domina l’arancino, generalmente dalla caratteristica forma conica, che richiamerebbe il vulcano Etna. A Palermo e nella Sicilia occidentale è invece diffusa l’arancina, tradizionalmente tondeggiante.

Una distinzione suggestiva, certamente. Ma non sufficiente a raccontare tutta la storia.

La gastronomia siciliana non è mai stata un sistema immobile e uniforme. È il risultato di secoli di dominazioni, scambi commerciali, contaminazioni culturali e trasformazioni locali. Pretendere che una preparazione abbia avuto ovunque la stessa forma, lo stesso nome e gli stessi ingredienti significherebbe semplificare una storia culinaria estremamente più complessa.

Ecco perché, probabilmente, la domanda “come si dice?” è meno interessante di quella che dovremmo porci: “come si è sviluppato questo cibo nei diversi territori?”

Una famiglia, tante identità

Riso, condimento, panatura e frittura costituiscono l’ossatura comune. Ma basta spostarsi di qualche decina di chilometri per incontrare variazioni nella forma, nelle dimensioni, nel ripieno e persino nelle modalità di preparazione.

Ragù, burro, pistacchio, carne, formaggi, spinaci e moltissime altre interpretazioni hanno progressivamente ampliato il repertorio. Oggi esistono arancini e arancine che difficilmente rientrano nei confini della tradizione più rigida.

Ed è proprio qui che la presunta guerra terminologica perde gran parte del suo senso.

Se la cucina evolve, anche il suo vocabolario può evolvere. E se una stessa preparazione assume caratteristiche diverse in territori differenti, è perfettamente normale che anche il suo nome possa cambiare.

Il campanilismo, però, fa parte del gioco

Naturalmente, chiedere a un catanese di chiamare arancina ciò che considera un arancino può essere quasi una provocazione. E viceversa.

Ma forse è proprio questo il bello.

Il campanilismo gastronomico, quando rimane entro i confini dell’ironia, è una delle forme più innocue e divertenti dell’identità siciliana. Ci si prende in giro, si difende il proprio bar preferito, si sostiene che la ricetta “vera” sia quella della nonna e si guarda con sospetto alla versione preparata dall’altra parte dell’isola.

Finché, alla fine, ci si siede a tavola e si mangia.

Il problema nasce quando una differenza linguistica viene trasformata in una gara a stabilire chi possieda la verità assoluta.

La Sicilia non è una sola Sicilia

Forse il punto è proprio questo: la Sicilia non ha una sola tradizione gastronomica.

Ha cucine locali, memorie familiari, ricette che cambiano da città a città e prodotti che assumono nomi differenti a seconda del luogo in cui vengono preparati.

È una ricchezza, non una contraddizione.

Dire arancino a Catania e arancina a Palermo non significa necessariamente scegliere una fazione. Significa, più semplicemente, riconoscere che una preparazione può appartenere contemporaneamente a una cultura gastronomica comune e a tradizioni territoriali differenti.

E forse sarebbe bello smettere di cercare una sentenza definitiva.

Perché, davanti a una buona arancina o a un buon arancino, la domanda più importante non è come chiamarlo.

È se sia buono.

E su questo, almeno, la Sicilia potrebbe provare a trovare un accordo.

jacktoto

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