La frittata non è più di moda

di Redazione

La frittata non è un problema di cucina.
È un problema di percezione.

Perché la frittata, oggi, sembra appartenere a un immaginario preciso: casa, economia, semplicità.
Quasi rinuncia.

E allora succede una cosa curiosa: continuiamo a mangiare uova ovunque, ma cambiamo il linguaggio.

L’uovo pochè va bene.
L’uovo cremoso anche.
L’uovo “gourmet” pure.

La frittata no.

È uno dei passaggi più interessanti che emergono parlando con Emanuele Serpa, ristoratore che da tempo lavora non solo sul cibo, ma sul modo in cui il cibo viene percepito.

“La gente è poco incline a mangiare la frittata al ristorante”, osserva.
E il punto non sembra essere il gusto.

Anzi.

La frittata continua a esistere nelle case, nelle memorie, nelle stagioni. Solo che, appena entra dentro un menu, cambia peso.

Diventa “povera”.

Eppure il paradosso è evidente.

Viviamo nel momento storico in cui l’uovo è tornato centrale.
Brunch, bakery, cucina contemporanea: l’uovo è ovunque. Ma raramente viene chiamato con il suo nome più semplice.

“La parola da bannare è frittata”, dice Serpa sorridendo dietro i baffi.

E allora basta cambiare forma, o persino diminutivo.

La “frittatina” funziona già meglio.
Suona più leggera. Più contemporanea. Più accettabile.

“Frittatina non è frittata”, viene detto ironicamente durante la conversazione. Anche se, di fatto, restano quasi la stessa cosa.

Ed è qui che il discorso diventa più interessante del piatto stesso.

Perché il cibo racconta sempre qualcosa che va oltre il sapore.
Racconta linguaggi, mode, gerarchie invisibili.

Ci sono ingredienti che oggi vengono nobilitati dal racconto.
Altri che restano bloccati dentro un’immagine domestica da cui non riescono a uscire.

La frittata è uno di questi.

Eppure basta spostarla di pochi centimetri per cambiare tutto.

Gli asparagi, per esempio.

“In questo periodo la frittatina di asparagi ha sempre il suo perché”, dice Serpa. Soprattutto se gli asparagi sono selvatici, legati alla stagione, al territorio, all’idea di qualcosa che esiste solo per un tempo limitato.

Ed è lì che il piatto cambia percezione.

Non perché sia diventato più buono.
Ma perché cambia il contesto.

Alla fine, forse, il punto non è nemmeno la frittata.
È il nostro bisogno continuo di rendere sofisticato ciò che nasce semplice.

E allora anche una cosa antica, immediata, quotidiana, ha bisogno di essere rinominata per poter tornare desiderabile.