“Per molti, ma non per tutti.” Bastano poche parole per trasformare uno slogan commerciale in una dichiarazione di principio. E, soprattutto, in una linea di confine: da una parte chi può permettersi determinati prodotti, dall’altra chi, evidentemente, dovrebbe accontentarsi.
È questo il messaggio che emerge dalla comunicazione di un venditore di formaggi che ha scelto di puntare sulla presunta superiorità dei propri pecorini stagionati a pasta compatta, accompagnandola con un atteggiamento sprezzante nei confronti dei prodotti realizzati da altri caseifici, in particolare dei pecorini stagionati caratterizzati dalla presenza di buchi nella pasta.
Il problema, naturalmente, non è sostenere la qualità del proprio prodotto. Un produttore ha tutto il diritto di raccontare la stagionatura, la selezione delle materie prime, le tecniche di lavorazione e le caratteristiche organolettiche che rendono particolare un formaggio. Il confine viene però superato quando la valorizzazione del proprio prodotto passa attraverso la denigrazione di quello altrui e, peggio ancora, sembra trasformarsi in una forma di disprezzo verso il consumatore che non può o non vuole spendere determinate cifre.
Il prezzo come distintivo sociale
“Per molti, ma non per tutti” può essere letto come una semplice strizzata d’occhio al concetto di esclusività. Ma può anche produrre un effetto molto diverso: quello di far coincidere il valore gastronomico con la capacità economica di chi acquista.
E qui la questione diventa più ampia del semplice commercio di formaggi.
Un prodotto alimentare dovrebbe essere giudicato innanzitutto per ciò che è: qualità, caratteristiche, provenienza, lavorazione, stagionatura e gusto. Il prezzo può essere una conseguenza di questi elementi, ma non dovrebbe diventare uno strumento per classificare le persone.
Perché dire che un formaggio costa di più è una cosa. Far intendere che chi non può permetterselo appartenga a una categoria inferiore è tutt’altra.
La guerra ai “buchi”
Ancora più discutibile è la contrapposizione con i pecorini stagionati prodotti da altri caseifici.
La presenza di occhiature o buchi nella pasta non può, da sola, essere trasformata in una patente di scarsa qualità. Le caratteristiche della pasta dipendono da numerosi fattori legati alla produzione e alla stagionatura e, soprattutto, un consumatore ha il diritto di scegliere ciò che incontra il proprio gusto e le proprie possibilità economiche.
In un mercato nel quale esistono produzioni differenti, la concorrenza dovrebbe giocarsi sulla capacità di spiegare perché un determinato formaggio merita di essere acquistato.
Non sulla necessità di convincere il pubblico che quello degli altri sia necessariamente peggiore.
Il gusto non ha un listino prezzi
C’è poi un elemento che nessuno slogan dovrebbe dimenticare: il gusto è personale.
Un pecorino dalla pasta compatta può piacere moltissimo. Un altro consumatore può preferire un formaggio con una struttura differente, magari prodotto da un caseificio diverso e venduto a un prezzo più accessibile.
Non esiste un listino universale capace di stabilire quanto valga il palato di una persona.
E forse è proprio questo il punto. La qualità può essere raccontata. L’eccellenza può essere rivendicata. La differenza può essere spiegata. Ma il rispetto per il consumatore dovrebbe rimanere fuori dalla trattativa commerciale: quello sì, dovrebbe essere per tutti.
L’esclusività vende. Il disprezzo, però, divide.
In tempi in cui il costo della spesa pesa sempre più sulle famiglie, uno slogan che sottolinea l’impossibilità per alcuni di accedere a un determinato prodotto rischia di apparire non come una celebrazione dell’eccellenza, ma come una celebrazione della distanza sociale.
Un formaggio può essere raro, ricercato e costoso. Può avere alle spalle una lavorazione lunga e complessa. Può essere un prodotto di nicchia.
Ma nessun formaggio, per quanto pregiato, dovrebbe diventare un metro per misurare il valore delle persone.
Per molti, ma non per tutti, dunque. Purché sia chiaro che a essere esclusivo può essere il prodotto, non il rispetto che si deve a chi sceglie di comprarlo — o a chi, semplicemente, sceglie altro.