Elogio dell’agosto da calciofili. Ritrovare la dimensione del ciondolare, serve da toccasana per l’anima e per le relazioni sociali. Bisogna spiegare alle nuove generazioni come incontrarsi e discutere di calcio, in un bar di “zona” o di quartiere, sia un atto di gran lunga più salutare del rincoglionimento da smartphone, relativi succedanei compresi

di Marco Leonardi

Qual è la parola più consona a descrivere lo stile di vita dell’Italiano medio, nel mese di Agosto? Non vi scervellate nel trovare risposte astruse, tanto difficili quanto improbabili. Continuate a rimanere sdraiati sotto l’ombrellone. Ciondolare è d’obbligo, almeno una volta l’anno. La parola che calza a pennello è la seguente: rallentamento. Le città si svuotano, le località di mare o di montagna si riempiono, fruiamo tutti di un abbigliamento più leggero e “disimpegnato”.

Il bar di quartiere, ultimo presidio della socialità

Il rallentamento richiama, inesorabilmente, il cazzeggio. Ammettiamolo dichiaratamente oppure sibiliamo, a denti stretti. Quando siamo in ferie, siamo “graziati”, in tema di tempo libero. Dopo aver corso come dei forsennati per un anno intero, proviamo una gioia indescrivibile nel fare le cose apparentemente più elementari, con una flemma e una rilassatezza davvero strane, impensabili fino a luglio. Nel Mezzogiorno d’Italia, dicasi da Roma in giù, il sano cazzeggio include quel rito, laico e mangereccio a un tempo.

A Catania la granita sostituisce il caffè, ma il rito resta lo stesso

Ci riferiamo alla sosta lunga al bar. Sì, parliamo proprio di quel “residuato” post-bellico, giunto (esangue) a noi dagli anni splendenti del Boom Economico, dipanatosi, a fasi alterne, dagli Anni Cinquanta agli Anni Ottanta del secolo scorso. La socialità, all’epoca dei nostri genitori, iniziava quando mettevi piede in quel tempio, profano e del tutto legato alla contingenza del momento, chiamato Bar del quartiere, Bar della zona, Bar frequentato da questo o da quel gruppo, o come piffero vi pare, a patto di non riferirci ai bar, di grandissime dimensioni, per la maggiore allocati nei centri storici delle nostre città, ancora oggi molto frequentati.

Caffè e sigaretta formavano quel binomio perfetto, da non confessare al tuo medico, talora sostituito dal “trittico” formato dal cappuccino, dal caffè e dal cornetto. Scambiavi due parole, giusto il tempo di consumare e… di corsa in ufficio, a scuola, in officina, in bottega e così via. Eccoci arrivati all’Agosto del 2026; immaginiamo di essere a Catania.

Anche nella ex «Milano del Sud» si rallenta, si sosta di più al bar. Per un fortuito conglomerato di circostante, il caffè cede il posto alla granita con briosche, vero e proprio marchio, di rinomanza mondiale, della colazione o della pausa mangereccia e spiccia “alla catanese”, tipica dei mesi caldi.

Da Rivera a Frattesi: al bar si parla sempre di calcio

L’altro ieri parlavi di Rivera e Chinaglia, ieri ti focalizzavi su Baresi e Maradona, oggi ti soffermi su Frattesi e Dybala. La conversazione privilegiata, da intavolare in un bar, è sempre la medesima, il calcio. Nell’ultimo mezzo secolo, è forse esistito, per noi maschietti/maschiacci del Belpaese, conversazione più “cazzeggiatrice” di quella incentrata sul gioco del calcio?

Ti trovi in un bar, con gente che conosci a malapena, con le quali hai modo di parlare unicamente subito, di impatto; interloquire su argomenti leggeri o rimanere in silenzio. Tertium non datur. Se parli di politica, ti scontri frontalmente. Se parli di donne, vieni tacciato di essere cazzaro. Se parli di soldi, girala come ti pare, sempre e comunque dovrai mostrare mezzo culo, pena ricevere improvvise richieste d’aiuto.

Calci d’angolo, rigori e VAR: il calcio come linguaggio universale

Come trascorrere, in tutta tranquillità, almeno cinque minuti di sano cazzeggio. I preliminari di Coppa Italia sono iniziati, la Serie A darà fuoco alle polveri il prossimo 22 agosto. Perché intavolare discussioni sgradite o impopolari? La regola numero uno del fancazzismo è sempre la stessa: restare sempre in un clima di convivialità con gli altri. Fiondiamoci nuovamente sui calci d’angolo, sui rigori non dati, sul VAR adoperato a cazzo di cane.

Il giornale sportivo sul tavolino: quando bastava un titolo per sentirsi Gianni Brera

Un bar può diventare più attrattivo degli studi dove imbastiscono la «Domenica Sportiva»! Dividiamoci pure sui colori del cuore. Bianconero o Biancoceleste, Rossonero o Nerazzurro, Granata o Viola: sbaita pure quanto vuoi, tutti se ne sbattono i cabbasisi! Se poi il titolare del Bar ha il buongusto di offrire, agli avventori, un quotidiano sportivo, il ciondolare diventerà ancora più gradevole. Vuoi mettere a paragone l’autorevolezza di una pirlata, detta a casaccio, con un’asserzione mutuata dalle colonne della «Gazzetta dello Sport», del «Corriere dello Sport», o di «Tuttosport»? Dopo la lettura di un semplice titolo, anche chi scambia il pallone per una fetta di mortadella può darsi un tono, quasi alla Gianni Brera!

Ferragosto, calcio e convivialità: il valore di perdere tempo insieme

Chi ha mai asserito che il sostare in un bar sia un’azione depauperante della nostra signorilità? Tutte palle! Noi preferiamo commentare le gesta legate ai palloni da calcio, prassi di gran lunga più apprezzabile di quanti si trincerano dietro toni pomposi, tramando come le serpi dalle loro fetide postazioni di micropotere. Preferiamo supportare le squadre di calcio che tramare, nell’ombra, a servizio delle logge o delle microcabale! Restiamo dei fieri Italiani/Italioti anche in questo, nell’appassionarci, senza riserve, al gioco più bello del mondo, in grado di distrarci dalle miserie della quotidianità.

Parlare di calcio non è soltanto parlare di sport

In nome della Sacra Festa dell’Ascensione non dimenticate di santificare anche il Ferragosto! Amiamo il calcio, ma non viviamo solo di quello! Saremo pure dei calciofili. Rimaniamo ben consapevoli della giusta importanza, e differenza, esistente tra il Sacro (ovvero celebrare l’Ascensione della Beata Vergine Maria) e il profano (in questo caso, dato dal seguire i campionati di calcio).

Buon Ferragosto a tutti voi!

(Chiosa alla foto pubblicata nel presente articolo, scelta dal prof. Marco Leonardi, a beneficio dei lettori. Siamo certi che non avete mai guardato in TV il film-commedia «Al bar dello sport», uscito nel 1983, presto divenuto un vero e proprio cult della comicità “pecoreccia” (guai a giudicare questa parola come offensiva o diminuitiva del valore di un’opera) all’italiana, grazie ai comici Lino Banfi e Jerry Calà, per non tacere di una strepitosa Mara Venier! Rivedete questo film, per cauterizzare le pustole di un presente all’insegna dell’incomunicabilità e dell’autoisolamento! Agosto 2026: a volte capita di avere la grande fortuna di vivere la quotidianità come un film, sia pure “purgata” dagli eccessi che necessariamente devono essere riportati, e, concentrati, nella durata di una pellicola. Il «Bar Bivy» di Catania è una delle poche oasi, fortunatamente sopravvissute alla potenza distruttiva di quel rullo compressore, chiamato attualità. Appena entri, gli Anni Settanta e Ottanta sembrano non essere mai trascorsi. Dal bancone per gli avventori, rigorosamente in metallo color argento, alle bottiglie, narranti la storia gloriosa dei marchi italiani di liquori, che hanno accompagnato intere generazioni, entrare in questo bar equivale a ritrovare, sia pure per pochi minuti, anni passati troppo in fretta, colori, scatole, forme che credevamo non esistere più, poco importa se riferite alle bellissime scatole di latta marcate «Baci Perugina» o alla pubblicità del «Campari», ideata dal genio di Fortunato Depero (1862-1960). Neanche il tempo di ordinare una granita, dall’ottima fattura genuina e granulosa, come di quelle fatte in casa ai tempi della nonna, e la delicata bicromia del bianco e del rosa fa bella mostra di sé sui tavolini. Una copia del quotidiano di politica, attualità e costume «La Sicilia», unitamente al quotidiano sportivo «La Gazzetta dello Sport», è a disposizione degli avventori, per una volta liberi di fruire di notizie scorrenti “placidamente” sulla carta, non lampi di superficialità, carpiti da un telefono mobile. Noi “attempati” siamo orfani dei corsivi di Gianni Brera, desiderosi di risentire la voce rauca di Sandro Ciotti, nostalgici dei commenti rassicuranti del tifoso per eccellenza della Fiorentina, l’indimenticabile Paolo Valenti. Sederti al «Bar Bivy», chiedere le ultime novità sulle partite a quel milanista sfegatato di Vittorio Santangelo, titolarissimo di quel bar dove ha speso tutta la sua vita, incontrare l’amico, e sodale laziale, Mario Finocchiaro, equivale a reiterare quell’usanza che lega i nonni ai padri, i padri ai figli, speriamo tanto i figli ai nipoti: conversare di calcio, sul calcio e per il calcio. Per gente come noi, parlare di calcio non è discutere di un semplice sport. Identità, ricordi, senso di appartenenza, capacità di comprendere, insieme e con un linguaggio condiviso, qualcosa di questo fottuto mondo, ogni giorno più frammentato, disorganico, polverizzato in un io miseramente autoreferenziale. Ben venga, quindi che il trio della foto, da sinistra a destra, per chi vede dallo schermo, riprenda Mario Finocchiaro (l’omone indossante gli occhiali da sole), Marco Leonardi (lo scrivente) e Vittorio Santangelo (l’infaticabile titolare del Bar Bivy di Catania). Teniamo, con un pizzico di orgoglio, la sciarpa della Lazio, con grande sportività tenuta anche da chi tifoso laziale non è). Lo ripeteremo fino alla nausea: prediligete le passioni sane, in grado di costruire legami di simpatia, collaborazione, empatia tra quanti esistono nel mondo reale, quello imperfetto, ma veritiero, della nostra vita quotidiana. Lunga vita al fancazzismo agostano; ogni tanto, anche il più stakanovista tra i lavoratori ha diritto a ciondolare! 

Autodafé immaginato, puntata n° 46 di sabato 15 agosto 2026

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