Tra i filari della Sicilia occidentale è tornato a crescere un vitigno quasi dimenticato. Si chiama Vitrarolo ed è una delle varietà riscoperta grazie a un progetto di ricerca promosso dalla Regione Siciliana per riportare alla luce il patrimonio viticolo autoctono dell’Isola precedente alla fillossera.
A custodirne oggi una delle prime coltivazioni è il viticoltore Pietro Pulizzi, che nel 2019 ha piantato il Vitrarolo a Misiliscemi, nel territorio della provincia di Trapani, dando vita a un progetto che unisce ricerca, agricoltura e valorizzazione del patrimonio enologico siciliano.
La ricerca delle antiche varietà siciliane
La storia del Vitrarolo parte da molto lontano, precisamente da quella grande crisi che nell’Ottocento sconvolse la viticoltura europea: la fillossera, insetto capace di devastare interi vigneti.
«Il vitigno Vitrarolo è stato riscoperto dalla Regione Siciliana tramite un progetto di ricerca che aveva come obiettivo quello di ricercare varietà autoctone siciliane che esistevano qui prima dell’arrivo della fillossera, un insetto che decimò nell’Ottocento la viticoltura», racconta Pulizzi.
La soluzione alla crisi arrivò soltanto dopo decenni di sperimentazioni, attraverso l’innesto della vite europea su portainnesti di vite americana, più resistenti all’insetto.
Ma nel frattempo una parte enorme del patrimonio viticolo originario era andata perduta.
«Dopo circa 50 anni di prove l’uomo capì che l’innesto tra vite americana e vite europea risolse il problema. Ma in questi 50 anni sono scomparse tante varietà».
Da qui nasce l’importanza del progetto regionale: andare alla ricerca di ciò che era sopravvissuto lontano dai vigneti coltivati e dalle varietà ormai consolidate.
Duemila piante per riscoprire la biodiversità
La ricerca ha portato gli esperti, compresi studiosi universitari, a esplorare vecchi vigneti e aree ormai abbandonate alla ricerca di piante che presentassero caratteristiche morfologiche particolari.
«La Regione Siciliana in questo progetto portò gli esperti anche universitari a girare per la Sicilia in vigneti abbandonati a guardare le particolarità morfologiche della pianta».
Furono individuate circa 2.000 piante, successivamente sottoposte ad analisi genetiche.
«Sono state trovate circa 2mila piante, è stato studiato il Dna ed è stato scoperto che molte erano simili a varietà che noi conosciamo. Soltanto una settantina di esse aveva un genoma diverso dalle altre».
È proprio su quel gruppo ristretto che si è concentrata la fase successiva della ricerca. Le piante sono state coltivate, moltiplicate e portate alla produzione, così da verificarne anche le caratteristiche enologiche.
Il risultato ha ulteriormente ristretto il campo.
«Dopo essere state coltivate e aver ottenuto una massa di uva queste settanta varietà hanno potuto vinificare. Gran parte di esse produceva metanolo, che però è una sostanza tossica, e soltanto sette di queste varietà erano buone da un punto di vista enologico».
Tra queste sette varietà c’è il Vitrarolo.
Il Vitrarolo torna nei vigneti siciliani
Una volta individuate le varietà ritenute interessanti dal punto di vista agricolo ed enologico, la Regione ha messo a disposizione degli agricoltori il materiale genetico necessario alla loro coltivazione.
È qui che entra in scena Pietro Pulizzi.
«La Regione ha messo a disposizione degli agricoltori il materiale genetico per poter piantare queste varietà. Io ho avuto il piacere di piantare il Vitrarolo a Misiliscemi, in provincia di Trapani, su vite selvatica nel 2019 e la prima uva l’ho ottenuta nel 2022».
Un percorso che richiede dunque pazienza. Il Vitrarolo, come molte coltivazioni viticole, non offre risultati immediati e sono necessari diversi anni prima di poter arrivare alla produzione.
«Io sono stato il primo a piantare questo vigneto in Sicilia e i primi tempi avevo difficoltà. Adesso arrivo a buone quantità, ma teniamo conto che per avere l’uva con questo vitigno ci vogliono almeno tre anni».

Un vitigno resistente e poco esigente
Uno degli aspetti più interessanti del Vitrarolo riguarda le sue caratteristiche agronomiche.
La pianta produce relativamente poca uva, circa un chilo e mezzo per pianta, ma questa peculiarità sembra contribuire alla sua capacità di affrontare alcune delle difficoltà tipiche della viticoltura mediterranea.
«Si tratta di un vitigno che produce un chilo e mezzo a pianta di uva, ha una buona resistenza alle malattie fungine e io lo tratto solo con il rame e lo zolfo con massimo due trattamenti».
Una caratteristica particolarmente interessante in un periodo nel quale la sostenibilità della produzione agricola e la capacità delle piante di adattarsi a condizioni climatiche difficili assumono un’importanza crescente.
Pulizzi sottolinea anche la resistenza agli insetti e alla siccità.
«Resiste molto anche agli insetti e alla siccità, perché producendo poca uva non va in stress».
Una pianta, dunque, che sembra avere sviluppato caratteristiche particolarmente adatte alle condizioni della Sicilia occidentale.
Una vite che sorprende anche durante la potatura
Il Vitrarolo presenta inoltre caratteristiche vegetative che lo rendono riconoscibile anche nel corso delle operazioni invernali.
«Durante l’inverno la pianta butta la corteccia a terra e quando si fa la potatura al guyot con meno acqua».
E c’è un particolare che colpisce soprattutto chi lavora materialmente tra i filari.
«Quando si fa la legatura del tralcio nei fili di ferro il tralcio si spezza facilmente o fa un rumore simile allo scricchiolio di un vetro».
Sono dettagli apparentemente piccoli, ma che raccontano quanto la riscoperta di un vitigno non significhi soltanto recuperare un nome dal passato. Significa tornare a conoscere una pianta, osservarne il comportamento e imparare nuovamente a coltivarla.
Dal vigneto alla degustazione
Il progetto di Pulizzi non si ferma alla coltivazione.
Il vigneto è diventato anche uno spazio attraverso il quale raccontare il Vitrarolo direttamente ai visitatori, creando un rapporto tra produzione, territorio e cultura del vino.
«Io organizzo visite per il vigneto e di degustazione e assieme a un’altra azienda stiamo sposando un progetto di promozione».
L’obiettivo è far conoscere una varietà ancora poco conosciuta e inserirla progressivamente nel racconto della viticoltura siciliana.
Non soltanto attraverso la bottiglia, ma partendo dalla pianta, dalla sua storia e dal lungo lavoro di ricerca che ha permesso di riportarla alla luce.