La notizia della morte di Osvaldo Bagnoli, andato oltre il 17 luglio del 2026, arriva senza clamori di particolare rilievo. La dipartita in punta di piedi del fu allenatore del Verona scudettato del Campionato 1984/1985, riflette in pieno l’essenza del caro estinto. Allenatore operaio, estimatore del collettivo a scapito del protagonismo individuale, assertore di una tattica maniacale per sopperire alla mancanza di pezzi da novanta nella sua rosa.
Continuate pure di questo passo, e Osvaldo Bagnoli oscurerà perfino la memoria dello spartano Licurgo, in tema di sobrietà e comunitarismo! Bando alle (legittime ma sempre inattendibili) incursioni pregne di ideologia, altrimenti detto tanfo novecentesco. Risparmiateci, parimenti, di riascoltare il celebre «Nostalgia canaglia» di Al Bano e Romina Power: rischieremmo l’incontinenza!

Gli occhi diventano comunque lucidi, nel ricordare quell’uomo concreto e taciturno, a ragione denominato «Il Mago della Bovisa», dal nome dell’area di provenienza del milanese, dalla quale l’allenatore del Verona, del Genoa e dell’Inter proveniva. Immaginiamo chi siano i primi partecipanti ad occupare in banchi della Chiesa, in occasione delle esequie, che non vedranno mai i suoi “pulcini” al completo, in quanto alcuni sono già passati a miglior vita: Garella, Ferroni, Briegel, Tricella, Fontolan, Marangon, Fanna, Volpati, Di Gennaro, Galderisi, Larsen.
Andate voi a chiudere il Campionato di Calcio più bello del mondo a 43 punti, distaccando le 15 squadre in lizza, pronte a strapparvi anche un misero punticino! «Osvaldo Bagnoli, un combattente di razza». Una volta attribuita tale dichiarazione all’allenatore svedese Niels Liedhlolm, scevro da qualsivoglia politicizzazione del suo iter calcistico, la potete smettere di rompere i balì con le solite menate sul razzismo? Tra i suoi lasciti, non ricorderemo solo i bellissimi colori espressi dalla tifoseria del Bentegodi, bensì una prima forma di calcio studiato, mai assoggettato alla presunta superiorità del cosiddetto fuoriclasse di turno. Preferiamo la canizie di Fanna alla spocchia dei neomiliardari di turno, neppure in grado di fare qualificare la propria nazionale alle fasi finali dei mondiali! È giusto che adesso cada il silenzio su una personalità del calcio italiano, lontano anni luce dalle volgari chiassosità del presente. Osvaldo Bangnoli in memoriam (1935 ‒ 2026).
(Immagine posta a corredo del presente articolo, scelta dal prof. Marco Leonardi a beneficio dei lettori. 12 Maggio 1985, la partita Atalanta ‒ Verona si concludeva con il risultato di 1-1. Per la prima (e finora unica) volta nella storia, la squadra dell’Hellas Verona conquistava il suo primo Scudetto, annichilendo la concorrenza di squadre blasonate e miliardarie, quali la Juventus, l’Inter e il Milan. Tornerà ad imporsi, nella massima divisione, una squadra di alto profilo che proviene dai ranghi della provincia? L’esempio dato dal Como nell’ultimo campionato di Serie A lascia ben sperare. La forma tradizionale di una squadra “fatta” in casa, come il Verona di Osvaldo Bagnoli, appare tuttavia un’esperienza irripetibile. Erano presenti degli stranieri anche nel Verona del 1984/1985, ci mancherebbe! Il Como multinazionale dei giorni nostri parla di un’altra storia…)