Mare, meduse e squali: il biologo Francesco Tiralongo invita a informarsi senza allarmismi

di Giuliano Spina

Ogni estate il copione sembra ripetersi. Con l’arrivo delle vacanze e l’aumento delle presenze sulle spiagge, tornano a circolare sui social immagini di meduse, squali, pesci velenosi e presunti “pericoli” nascosti sotto la superficie del mare. Video spettacolari e fotografie condivise migliaia di volte finiscono spesso per alimentare paure che, nella maggior parte dei casi, risultano sproporzionate rispetto al rischio reale.

Il biologo marino e ittiologo Francesco Tiralongo invita però a guardare la situazione con maggiore equilibrio, ricordando che il mare è un ambiente naturale complesso, da conoscere e rispettare, ma non da temere.

Il mare non è privo di rischi, ma nemmeno una minaccia

Il biologo sottolinea come ogni ambiente naturale presenti delle potenziali criticità.

«Il mare non è un ambiente privo di pericoli, così come non lo sono la montagna, un bosco o qualsiasi altro ambiente naturale. Tuttavia, per la grande maggioranza delle persone che frequenta le coste italiane, la probabilità di subire conseguenze gravi a causa dell’incontro con un animale marino rimane estremamente bassa.»

Per Tiralongo è fondamentale distinguere tra prudenza e paura.

«Riconoscere l’esistenza di un rischio non significa alimentare la paura. Significa conoscerlo, valutarlo correttamente e adottare comportamenti responsabili.»

Meduse: presenze naturali, non invasioni

Tra gli animali che più frequentemente generano allarme ci sono le meduse. La loro comparsa lungo le coste viene spesso raccontata come un fenomeno eccezionale, quando invece rappresenta una normale dinamica degli ecosistemi marini.

Tiralongo ricorda che correnti, venti, temperatura dell’acqua, disponibilità di cibo e cicli riproduttivi possono determinare concentrazioni anche molto elevate di questi organismi senza che ciò rappresenti necessariamente un’anomalia.

«Le meduse sono componenti naturali degli ecosistemi marini e la loro presenza lungo le coste non rappresenta necessariamente un’anomalia.»

Nel Mediterraneo la specie più nota è la Pelagia noctiluca, responsabile di punture spesso dolorose ma, nella maggior parte dei casi, limitate a bruciore, arrossamento e prurito.

Diverso il discorso per la Caravella Portoghese (Physalia physalis), che non è una vera medusa bensì un sifonoforo.

«Nel caso della Caravella Portoghese la situazione può complicarsi maggiormente, con la possibilità, seppur rara, di shock anafilattico e quindi di conseguenze potenzialmente letali.»

Per questo motivo è importante non sottovalutare una puntura, ma nemmeno trasformare ogni incontro con una medusa in un’emergenza.

Il consiglio degli esperti è quello di uscire dall’acqua, evitare di strofinare la parte colpita, rivolgersi al personale di salvataggio e non applicare rimedi improvvisati.

Squali: più paura che pericolo

Pochi animali evocano timori quanto gli squali, ma anche in questo caso la percezione del rischio è spesso molto distante dalla realtà.

«Gli squali fanno parte della fauna del Mediterraneo da milioni di anni. La loro presenza non costituisce una novità e un avvistamento vicino alla costa non equivale automaticamente a una situazione di pericolo.»

Gli attacchi all’uomo restano eventi eccezionali.

Secondo i dati dell’International Shark Attack File, nel 2025 nel mondo sono stati registrati appena 65 morsi non provocati, a fronte di centinaia di milioni di persone che ogni anno frequentano il mare.

Per il biologo, nella quasi totalità dei casi gli squali si limitano a transitare e ad allontanarsi.

L’indicazione è semplice: uscire dall’acqua con calma, seguire le istruzioni dei bagnini e non tentare mai di inseguire o disturbare l’animale.

Non tutto ciò che punge rappresenta un’emergenza

Anche tracine, scorfani, ricci di mare e altri organismi possono provocare lesioni dolorose, ma nella maggior parte dei casi gli incidenti avvengono perché gli animali vengono calpestati o manipolati.

Una puntura di tracina, ad esempio, può provocare un dolore molto intenso, senza però rappresentare normalmente un pericolo grave per una persona sana.

Calzature adatte nei fondali rocciosi, attenzione durante le passeggiate in acqua e il semplice principio dell’osservare senza toccare rappresentano le migliori forme di prevenzione.

I social amplificano la percezione del rischio

Secondo Francesco Tiralongo, uno dei principali fattori che alimentano l’allarmismo è la velocità con cui immagini e video vengono condivisi.

«La presenza di fotografie e video non indica necessariamente che questi animali siano improvvisamente più numerosi. Oggi trascorriamo più tempo in mare, utilizziamo smartphone e videocamere subacquee e condividiamo in pochi secondi osservazioni che in passato sarebbero rimaste sconosciute.»

Questa enorme quantità di segnalazioni può però trasformarsi in una risorsa preziosa quando viene accompagnata da dati precisi.

«Le osservazioni documentate con immagini, località e data possono diventare strumenti importanti per la ricerca scientifica attraverso i progetti di citizen science.»

Prudenza sì, allarmismi no

Il messaggio finale del biologo è chiaro: il mare va vissuto con rispetto e consapevolezza, non con timore.

Informarsi correttamente, seguire le indicazioni delle autorità, osservare senza disturbare gli animali e adottare comportamenti prudenti rappresentano il modo migliore per godersi l’estate.

Il mare resta uno degli ecosistemi più straordinari del pianeta: vivo, dinamico e ricco di biodiversità. Conoscerlo significa imparare a convivere con le sue specie, evitando che la disinformazione trasformi la natura in una fonte di paure ingiustificate.

jacktoto