Quando ricordiamo Enrico Berlinguer (Sassari, 25 maggio 1922 ‒ Padova, 11 giugno 1984), da inguaribili Conservatori (lemma qui inteso nell’accezione valoriale), proviamo un imbarazzo, a dir poco spiazzante. Con tutto il nostro “accanimento” possibile, non riusciamo a descriverlo con toni di astio o di antipatia. Può aver inciso, sulla nostra (arrendevole) bonarietà, la visione del celeberrimo film «Berlinguer ti voglio bene», diretto nel 1977 da Giuseppe Bertolucci? Non smettevi di identificarti in quel “bischero” di Mario Cioni, al secolo un Roberto Benigni in splendida forma, che interpretava un operaio che sognava la rivoluzione, innamorato dalle gesta intraprese dal «Buon Enrico».
Può essere stata la visione di «Quando c’era Berlinguer», bellissimo docufilm a cura di Walter Veltroni? Era difficile trattenere la commozione, quando scorrevano le immagini del funerale in onore del comunista sardo. Magie di un regista: in quel di Roma, giorno 13 giugno del 1984, potevi dire di essere in compagnia di oltre un milione di persone, partecipi e piangenti, disciplinatamente convergenti verso la piazza di San Giovanni in Laterano per tributare l’ultimo saluto alla loro guida. Eppure, a noi incalliti “rompiglioni” della memoria, non è sfuggito un dettaglio, fondamentale, da non dimenticare mai e poi mai, quando si commemora una personalità pubblica, a maggior ragione se popolarissima.

Il dettaglio consiste nel non dimenticare mai e poi mai lo scorrere del tempo, implacabile nel rimescolare le carte, sempre e comunque in modo imprevedibile. La Storia cammina sulle gambe degli uomini? Certo che sì! La Storia può essere orientata e indirizzata, in tutto e per tutto, dove vorrebbero incanalarla determinati uomini che si ritengono onnipotenti, ieri chiamati Stalin o Roosevelt, oggi Putin o Trump? Certo che no! Quello che prima consideravamo nero, nel divenire della Storia diventa bianco, e viceversa. La girandola infinita dei costumi, delle mode e delle sensibilità ci lascia una sola, gradevolissima, certezza: la Storia è la disciplina revisionista per antonomasia!
Di conseguenza, il mutare dei tempi ci porta a mutare il nostro giudizio di valore sulle azioni compiute dai nostri predecessori. Di quel “rosso”, adornato da un simbolo che ha segnato la morte di oltre cinquanta milioni di esseri umani dal 1917 ai giorni nostri, peserà la condanna, inappellabile, degli eventi storici che hanno lasciato, a tutti noi, memoria di quelle esperienze infernali, chiamate gulag, polizie segrete, rivoluzioni culturali e proletarie e, chi più ne ha, più «falce e martello» ne metta! Laddove le prove sono schiaccianti, abbiamo ben poco da revisionare.
Di quel rosso, grondante sangue innocente, la biografia politica di Enrico Berlinguer non ne presenta neanche un alone! Enrico Berlinguer ha fatto delle idealità, legate alle idee in cui si riconosceva, la missione di una vita. L’uomo che ha diretto, dal 1972 al 1984, il più grande e influente Partito Comunista dell’Occidente, ha parlato la lingua del dialogo tra il mondo politico e la Chiesa Cattolica Apostolica Romana, giusto per fare un esempio. Altro che difendere fanfaronate, in stile leniniano, del tipo «la religione è l’oppio dei popoli»! Ad Assisi, nell’ottobre del 1983, era il politico sardo ad invitare al disarmo, di comune accordo con quanti indossavano il saio francescano. Come dimenticare, allo stesso modo, l’allontanamento dalle grinfie del potere sovietico?
Ci volevano le palle, per andare a Mosca nel 1977, in piena “tana del lupo”, e ribadire dinanzi ad una pletora di funerei dirigenti di partito, tutti corrucciati in viso e medagliati, con tutta una serie di placche/latte impuntate sul petto, a mo’ di pale di ficodindia, che faranno, pochi anni dopo, la gioia dei rigattieri. Berlinguer ebbe il coraggio di rimanere nell’orbita della democrazia liberale, forma di governo pienamente appoggiata dagli Stati Uniti, nonché dalla stragrande maggioranza dei cittadini-elettori del mondo libero. Potremmo continuare con decine di esempi: Berlinguer ne uscirebbe da “signore”. Di errori non ne ha commessi?
Al pari di ogni politico di lungo corso, ne ha commessi davvero tanti, senza mai venire meno al rispetto delle Istituzioni, da lui servite senza mai cedere alle sirene dell’eversione e della violenza. «Un uomo estremamente onesto». Il destrorso Giorgio Almirante non esitò a rendere omaggio alla camera ardente, rendendo i giusti onori a quel sardo, così compito e ben educato, mai considerato come un nemico, bensì come un avversario da rispettare. Almirante dava così inizio a quel lungo processo di pacificazione nazionale, ancora incompleto, di cui la Nazione Italiana aveva disperatamente bisogno. Tra quarantadue anni, statene pur certi, ricorderemo ancora la probità di Enrico Berlinguer.
(Immagine di copertina, scelta dal prof. Leonardi per il presente articolo. Roma, 16 giugno del 1983. Erano gli anni in cui eravamo i Campioni del Mondo di Calcio. Nella perenne instabilità dei governi italiani, il craxismo nascente voleva chiudere con la tetraggine degli «Anni di Piombo» e dare l’illusione di far vivere la Nazione alle soglie di un nuovo «Miracolo economico». In un festival, organizzato dal gruppo giovanile affiliato al P.C.I., Roberto Benigni, oggi attore-regista-uomo di teatro di fama mondiale, prendeva in braccio, con affettuosa irriverenza, la massima autorità del «Partito Comunista Italiano». Questa foto è, probabilmente, quella che più di ogni altra ha consegnato memoria dell’umanità di Enrico Berlinguer alla memoria collettiva e ai posteri)