Il Parlamento italiano si trova a confrontarsi con una proposta di legge che, se approvata, potrebbe segnare una svolta molto netta nelle abitudini alimentari italiane, con ripercussioni profonde sul tessuto economico e culturale di alcune comunità locali. In Senato è infatti approdata un’iniziativa legislativa bipartisan che mira a vietare la macellazione e il consumo di carne di cavallo e altri equidi (come asini, muli e pony), attribuendo a questi animali lo status giuridico di “Non destinati alla produzione alimentare” – un riconoscimento che li equiparerebbe, di fatto, ad animali d’affezione come cani e gatti.
L’obiettivo dichiarato dai promotori è la tutela del benessere animale, la semplificazione dei controlli sanitari e la chiusura di una filiera che, secondo diverse indagini, presenterebbe zone d’ombra legate anche alla macellazione clandestina e alla tracciabilità degli animali.
Ma dietro ai numeri e alle norme, la proposta ha scatenato una reazione forte e diffusa nei territori dove il consumo di carne di cavallo non è solo un’abitudine alimentare, ma un pilastro della cultura gastronomica locale.
Un piatto fuori legge? Le tradizioni a rischio
Catania è una delle città italiane dove la carne di cavallo ha un posto di rilievo nelle tavole popolari e nell’offerta della ristorazione. Dal “quadrilatero dei foconi” lungo via Plebiscito fino alle trattorie di via della Concordia, piatti come le polpette di cavallo non sono soltanto portate servite ai clienti, ma pezzi di memoria collettiva e attrazioni per i turisti che desiderano conoscere la cucina siciliana autentica.
Ristoratori e macellai locali, però, guardano con preoccupazione alla prospettiva di un divieto assoluto. Secondo le associazioni di categoria come Fiesa-Confesercenti, un blocco totale di macellazione, vendita e consumo equino metterebbe seriamente a rischio l’intera filiera economica legata al settore — dagli allevatori alle macellerie, fino ai bar e ristoranti che fanno di queste specialità un elemento distintivo della loro offerta.
Per molti operatori, la sparizione di questi prodotti dalla carta significherebbe una perdita non solo di fatturato, ma di identità culturale. “Il divieto sarebbe come vietare la pizza a Napoli”, ironizza un commento social di un cittadino catanese, sottolineando quanto la questione tocchi nervi sensibili nella popolazione locale.
Economia e numeri: tra dati nazionali e impatto locale
I dati più recenti indicano che in Italia la carne di cavallo non è più un cardine della dieta nazionale: solo il 17% degli italiani consumatori di carne dichiara di includerla nella propria dieta regolarmente, con una forte concentrazione in alcune regioni, tra cui Sicilia, Lombardia e Puglia.
Tuttavia, nonostante la diminuzione generale dei consumi, il comparto rimane economicamente significativo per realtà come Catania. Qui, la carne equina è spesso considerata un elemento differenziante, capace di attirare clienti e turisti alla ricerca di esperienze culinarie autentiche. La sua eventuale esclusione dai menù — e più in generale dalla filiera — potrebbe quindi causare ripercussioni occupazionali e finanziarie non trascurabili per piccoli imprenditori e operatori del settore.
Il confronto: etica, salute, e prospettive future
Accanto alle obiezioni culturali ed economiche, il dibattito ruota anche attorno a questioni etiche e di salute pubblica. Secondo alcuni promotori della legge, l’attribuzione di uno status di animale d’affezione agli equidi ridurrebbe le aree grigie della filiera e aiuterebbe a contrastare fenomeni come la macellazione abusiva e la presenza di farmaci vietati nella carne destinata al consumo umano.
Dall’altra parte, oppositori della legge – tra politici, allevatori e ristoratori – sostengono che un divieto totale potrebbe spingere la filiera ancora più nell’illegalità, danneggiando chi opera in modo trasparente e regolamentato senza realmente eliminare il problema.
La proposta di legge che punta a eliminare la consumazione di carne di cavallo ha acceso un dibattito tanto etico quanto culturale, toccando corde profonde nella società italiana. A Catania, dove gastronomia e tradizione si intrecciano, la questione assume un rilievo particolare: non è solo una battaglia sul cosa si mangia, ma su chi siamo e su quanto le norme nazionali debbano tenere conto delle diversità locali. In un Paese in cui la cucina regionale è spesso considerata patrimonio immateriale da tutelare, il confronto tra innovazione normativa e preservazione delle identità gastronomiche appare destinato a proseguire nei prossimi mesi nelle aule parlamentari e nelle piazze delle città.