PFAS, gli “inquinanti eterni” sotto osservazione: cosa emerge dal monitoraggio in Sicilia

di Giuliano Spina

Si trovano nell’acqua che beviamo, nel suolo, negli alimenti, in molti oggetti di uso quotidiano e, in alcuni casi, anche nel nostro organismo. I PFAS, acronimo di sostanze per- e polifluoroalchiliche, sono una vasta famiglia di composti chimici sintetici utilizzati per decenni in numerosi settori industriali e in prodotti di largo consumo. Spesso vengono definiti “inquinanti eterni”, per la loro elevata persistenza nell’ambiente.

Il problema è legato proprio alla loro capacità di resistere alla degradazione e di diffondersi. Una volta rilasciati, alcuni PFAS possono rimanere nell’ambiente per periodi molto lunghi, muovendosi attraverso acqua, suolo e aria e, in alcuni casi, accumulandosi negli organismi viventi e lungo la catena alimentare.

Negli ultimi anni l’attenzione scientifica e istituzionale è cresciuta. Le conoscenze sui possibili effetti sulla salute si sono ampliate, mentre i controlli hanno evidenziato la presenza di PFAS in diverse matrici ambientali e nelle acque. Anche l’Europa ha rafforzato il monitoraggio della loro presenza nell’acqua destinata al consumo umano.

Il tema continua inoltre a essere oggetto di ricerca. Nel luglio 2026 l’Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato una nuova revisione delle conoscenze sugli PFAS assunti attraverso l’alimentazione e l’acqua. Il documento ha individuato 18 PFAS e sei categorie di possibili effetti sulla salute che richiedono ulteriori valutazioni scientifiche.

Ma cosa sta accadendo in Sicilia? A spiegare come viene controllata la presenza di queste sostanze negli ambienti acquatici è Lucia Antoci di ARPA Sicilia, che descrive un’attività di monitoraggio ormai strutturata e progressivamente ampliata.

PFAS, il monitoraggio di ARPA Sicilia

«ARPA Sicilia ricerca i PFAS dal 2019 nell’ambito delle attività istituzionali di monitoraggio dell’ambiente idrico», spiega Antoci.

L’attività interessa ogni anno diversi comparti: acque superficiali interne, come fiumi, laghi e invasi destinati alla produzione di acqua potabile; acque sotterranee, comprese quelle destinate al consumo umano; acque di transizione; acque marino-costiere e biota, cioè gli organismi viventi utilizzati nel monitoraggio ambientale.

La ricerca dei PFAS costituisce una componente specifica del monitoraggio chimico delle acque superficiali e sotterranee previsto dalla Direttiva 2000/60/CE, dal D.Lgs. 152/2006 e dalla pianificazione del Distretto Idrografico della Sicilia.

La definizione delle reti di monitoraggio e la programmazione annuale delle attività rientrano nei compiti istituzionali dell’Agenzia e sono curate dalle strutture competenti per le acque interne, il mare e la biodiversità. Le analisi vengono eseguite dalla UOC Laboratorio di Ragusa, centro di riferimento regionale di ARPA Sicilia per i microinquinanti emergenti.

Il protocollo analitico prevede la ricerca di 16 molecole della famiglia dei PFAS, alcune delle quali classificate a livello europeo come sostanze pericolose prioritarie. I limiti di quantificazione sono conformi alle prescrizioni normative e nel 2024 il Laboratorio di Ragusa ha ottenuto l’accreditamento della prova.

Dal 2019, inoltre, la ricerca è stata progressivamente estesa a un numero crescente di punti della rete di monitoraggio.

Nel 2025 analizzati 2.359 campioni

L’estensione dei controlli è cresciuta ulteriormente negli ultimi anni.

«Nel 2025 sono stati analizzati complessivamente 2.359 campioni per la ricerca dei PFAS, distribuiti tra i diversi comparti ambientali», spiega Antoci.

Un ulteriore impulso è arrivato dal 2024, quando le attività sono state intensificate grazie all’Accordo di collaborazione tra ARPA Sicilia e l’Autorità di Bacino, che ha permesso all’Agenzia di acquisire risorse aggiuntive, soprattutto sul piano delle risorse umane.

L’obiettivo è costruire nel tempo una fotografia sempre più dettagliata della presenza di queste sostanze nell’ambiente siciliano.

Le acque sotterranee sono il comparto più interessato

Dai risultati del monitoraggio emerge una differenza significativa tra i diversi ambienti.

«Le acque sotterranee sono il comparto maggiormente interessato dalla presenza di PFAS», spiega Antoci, soprattutto in prossimità di fonti di pressione antropica, come le discariche, o in aree caratterizzate da agricoltura intensiva.

Diverso è il quadro relativo alle acque destinate al consumo umano, dove, secondo i dati riportati da ARPA Sicilia, queste sostanze risultano assenti o presenti in concentrazioni molto basse.

Nelle acque superficiali, invece, il composto che in alcuni casi supera lo standard di qualità ambientale è il PFOS, una delle sostanze appartenenti alla famiglia dei PFAS.

Il D.Lgs. 152/2006 lo classifica come sostanza pericolosa prioritaria e stabilisce un valore particolarmente basso, anche in considerazione della sua capacità di accumularsi lungo la catena alimentare acquatica.

Il PFOS e le acque marino-costiere

I dati relativi al 2025 mostrano che il superamento dello standard per il PFOS si registra in misura significativa soprattutto nelle acque marino-costiere e, in alcuni casi, nei fiumi.

È importante, però, distinguere il monitoraggio ambientale delle acque costiere da quello relativo alla balneazione. Le acque considerate nell’ambito del monitoraggio descritto da ARPA sono infatti quelle superficiali comprese entro il limite previsto dalla normativa e i punti di campionamento non coincidono necessariamente con quelli utilizzati per il controllo delle acque di balneazione.

Il dato, quindi, va letto nel contesto specifico del monitoraggio ambientale e degli standard di qualità previsti dalla normativa.

Una famiglia di sostanze, non un unico contaminante

Uno degli aspetti più complessi dei PFAS è proprio la loro natura.

«I PFAS non sono una singola sostanza, ma una famiglia che comprende centinaia di composti», sottolinea Antoci.

Le analisi possono quindi rilevare anche molecole per le quali non è ancora stato fissato uno specifico limite di legge. La loro presenza, anche quando rilevata a concentrazioni molto basse, contribuisce a documentare la diffusione di questi contaminanti nell’ambiente.

Alcuni composti sono stati infatti individuati anche nelle acque marine e nel biota, seppure in concentrazioni molto basse.

Questo elemento rende particolarmente importante il monitoraggio nel tempo: conoscere quali sostanze sono presenti, in quali concentrazioni e in quali comparti ambientali permette di seguire l’evoluzione della contaminazione e di individuare eventuali aree che richiedono ulteriori approfondimenti.

Cosa prevede oggi la normativa

Attualmente esistono limiti specifici per le acque destinate al consumo umano e standard di qualità ambientale per le acque superficiali e sotterranee, nell’ambito della normativa europea sulle acque e del D.Lgs. 152/2006.

Non tutti i comparti ambientali, però, dispongono di limiti specifici per i PFAS.

Tra questi rientrano, secondo quanto spiega ARPA Sicilia, i siti contaminati e le acque di scarico. Queste ultime rappresentano un elemento particolarmente importante perché, nella maggior parte dei casi, vengono recapitate nei corpi idrici superficiali o direttamente in mare.

Per comprendere meglio la diffusione dei PFAS non basta quindi osservare soltanto la qualità dell’acqua: occorre ampliare progressivamente lo sguardo alle diverse matrici ambientali.

Nel 2027 il monitoraggio si allargherà

È proprio questa la direzione verso cui si muoveranno le prossime attività.

Nell’ambito di una convenzione tra ISPRA e le Agenzie del Sistema Nazionale, alla quale ARPA Sicilia sta prendendo parte, nel 2027 le indagini saranno estese ad altre matrici ambientali.

I controlli riguarderanno acque reflue, percolati, suoli, sedimenti e particolato, con l’obiettivo di ottenere una mappatura più ampia della presenza dei PFAS.

Un passaggio importante perché consente di superare una visione limitata alla sola qualità dell’acqua e di ricostruire più precisamente i percorsi attraverso i quali queste sostanze possono muoversi nell’ambiente.

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