Il progetto internazionale WORMSOUT PLUS studierà Hermodice carunculata, specie nativa del Mediterraneo sempre più abbondante in diverse aree. In Sicilia le attività si concentreranno tra Marzamemi e Milazzo, con il coinvolgimento di subacquei e pescatori professionisti. Intanto, nuove segnalazioni come quella di Riposto mostrano quanto il fenomeno sia ormai evidente anche ai cittadini.
Non è arrivato da un oceano lontano e non ha attraversato il Canale di Suez. Il vermocane, Hermodice carunculata, appartiene da sempre alla fauna del Mediterraneo. Eppure oggi è diventato uno degli organismi capaci di raccontare meglio quanto rapidamente il nostro mare stia cambiando.
Negli ultimi decenni questo grande polichete termofilo, riconoscibile per il corpo segmentato e per i caratteristici ciuffi di setole bianche urticanti, è diventato progressivamente più abbondante in numerose aree del Mediterraneo. Allo stesso tempo, la sua presenza è stata osservata con maggiore frequenza anche in zone dove in passato risultava rara, sporadica o localmente assente.
Per comprendere le cause e le conseguenze di questa espansione, ma soprattutto per individuare possibili strategie di gestione, nel 2026 è partito WORMSOUT PLUS – Bearded fireWORM invaSiOn: UnderwaTer monitoring, biodiversity and social impacts, PotentiaL indUstrial application and mitigation Strategies, progetto internazionale finanziato nell’ambito della partnership europea Biodiversa+.
A coordinare il progetto è Michela D’Alessandro, ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), alla guida di un consorzio internazionale impegnato nello studio dell’espansione e degli impatti del vermocane nel Mediterraneo.
Il programma avrà una durata di tre anni e coinvolgerà gruppi di ricerca di diversi Paesi mediterranei, mettendo insieme ecologia, genetica, monitoraggio subacqueo, pesca, aspetti socioeconomici e possibili applicazioni biotecnologiche.
L’obiettivo non sarà quindi soltanto stabilire dove si trova il vermocane, ma capire perché alcune popolazioni stanno aumentando, quali specie e habitat possano essere maggiormente vulnerabili e quali strumenti possano essere utilizzati per limitarne gli eventuali impatti.
La Sicilia al centro della ricerca
Una parte importante delle attività si svolgerà proprio in Sicilia, tra Marzamemi e Milazzo, due aree che consentiranno ai ricercatori di analizzare popolazioni della specie in contesti ambientali differenti.
Nella Sicilia sudorientale inizieranno a breve specifiche attività di campionamento scientifico con il coinvolgimento di subacquei e pescatori professionisti. Il coordinamento sul territorio sarà affidato a Francesco Tiralongo dell’Università di Catania.
I ricercatori effettueranno monitoraggi diretti, raccoglieranno esemplari e analizzeranno densità e distribuzione della specie. I dati scientifici saranno inoltre integrati con le osservazioni di chi vive quotidianamente il mare.
Il coinvolgimento dei pescatori è particolarmente significativo. Sono infatti proprio loro ad aver osservato, nel corso degli anni, alcuni dei cambiamenti più evidenti nella presenza del vermocane.
Uno studio condotto sulle coste italiane attraverso interviste strutturate a 120 pescatori professionisti ha evidenziato un aumento progressivo delle segnalazioni tra il 1990 e il 2024, con una presenza particolarmente significativa nelle regioni meridionali.
Gli attrezzi da pesca statici, soprattutto reti, nasse e palangari di fondo, risultano particolarmente esposti alle interazioni con la specie.
Nella Sicilia sudorientale il fenomeno è già conosciuto da tempo. Precedenti ricerche condotte nell’area compresa tra Avola e Marzamemi hanno documentato danni diretti e indiretti alla piccola pesca artigianale.
Il vermocane può essere attirato dai pesci catturati o dalle esche, alimentarsi direttamente sulle catture presenti negli attrezzi e rimanere a sua volta impigliato o allamato, creando ulteriori difficoltà nella gestione delle attività di pesca.
Il caso di Riposto
La presenza sempre più evidente del vermocane è tornata al centro dell’attenzione anche negli ultimi giorni a Riposto, lungo il litorale ionico catanese.
Alcuni bagnanti hanno segnalato numerosi esemplari in prossimità della cosiddetta “spiaggetta dei pompieri”, sul lungomare Pantano. Gli animali sono stati osservati sulla battigia e nei bassi fondali, suscitando preoccupazione soprattutto per il rischio che qualcuno possa tentare di toccarli, magari per curiosità.
È però importante evitare allarmismi e utilizzare correttamente i termini.
Il vermocane non è una nuova specie aliena arrivata improvvisamente nel Mediterraneo.
Hermodice carunculata appartiene naturalmente alla fauna mediterranea ed è documentato da molto tempo nelle regioni meridionali.
La vera novità riguarda piuttosto l’aumento della sua abbondanza e l’espansione della sua distribuzione.
Un cambiamento che emerge sia dagli studi scientifici sia dalle osservazioni di pescatori, subacquei e cittadini.
Quando una specie nativa diventa un “invasore”
Per descrivere fenomeni di questo tipo viene utilizzato sempre più spesso il concetto di “native invader”, cioè invasore nativo.
Può sembrare una contraddizione, ma non lo è.
Una specie non deve necessariamente provenire da un altro continente per modificare profondamente la propria distribuzione. Quando le condizioni ambientali cambiano, alcune specie autoctone possono essere favorite, aumentare la propria densità e colonizzare aree nelle quali in precedenza erano presenti soltanto occasionalmente.
Il vermocane sembra essere uno degli organismi favoriti da questo processo.
È infatti una specie termofila, particolarmente adattata alle acque calde. Gli studi condotti negli ultimi anni indicano una progressiva espansione verso nord e una maggiore frequenza delle osservazioni lungo diverse coste italiane, un fenomeno compatibile con il progressivo riscaldamento del Mediterraneo.
Le popolazioni storicamente abbondanti della Sicilia e di altri settori meridionali non sono quindi l’unico elemento da osservare. Particolarmente interessante è ciò che sta accadendo lungo il Tirreno.
In Calabria, dove l’espansione della specie è stata documentata negli ultimi anni, le segnalazioni sono diventate sempre più frequenti. Anche lungo le coste della Campania, dove il vermocane era già conosciuto ma risultava generalmente più sporadico rispetto alla Sicilia meridionale e allo Ionio, le osservazioni stanno aumentando.
Fenomeni analoghi sono stati registrati anche in altre aree italiane e mediterranee. Studi basati, tra gli altri strumenti, sulla citizen science hanno mostrato che l’espansione lungo le coste tirreniche è ancora in corso, mentre segnali analoghi sono stati osservati in Sardegna e nel Mediterraneo occidentale.
Il Mediterraneo sembra quindi attraversare un processo di “meridionalizzazione”, nel quale organismi tipici delle sue aree più calde trovano condizioni sempre più favorevoli anche verso nord.
Non toccarlo, ma senza demonizzarlo
Il vermocane può raggiungere dimensioni considerevoli ed è caratterizzato da numerosi fasci laterali di setole bianche estremamente sottili.
Quando vengono toccate, queste setole possono penetrare nella pelle provocando bruciore, irritazione e dolore.
La regola, dunque, è semplice: non toccare e non raccogliere il vermocane a mani nude.
Questo, però, non significa trasformarlo in un “mostro del mare”.
Il vero interesse scientifico non riguarda soltanto la pericolosità del singolo animale, ma soprattutto ciò che il suo aumento può comportare per gli ecosistemi.
Hermodice carunculata è infatti un predatore e necrofago opportunista, capace di alimentarsi di una grande varietà di organismi bentonici e di sfruttare rapidamente carcasse e resti di pesci.
Una maggiore abbondanza della specie potrebbe quindi modificare le interazioni ecologiche sui fondali e avere conseguenze anche su attività economiche legate al mare, come pesca e turismo.
Ed è proprio su questi aspetti che WORMSOUT PLUS cercherà di fare maggiore chiarezza.
Non soltanto quanti vermocane ci sono, ma cosa mangiano, quali comunità biologiche possono essere maggiormente coinvolte, quanto incidono sulle attività umane e se sia possibile sviluppare sistemi efficaci di monitoraggio e mitigazione.
Un fenomeno che racconta un Mediterraneo diverso
Il caso di Riposto, dunque, è molto più di una curiosità estiva.
È un tassello di un fenomeno mediterraneo più ampio: un organismo che appartiene da sempre al nostro mare sta diventando più abbondante e più visibile mentre cambiano le condizioni ambientali.
Comprendere perché questo accada e quali conseguenze possa avere sarà uno degli obiettivi della ricerca nei prossimi anni.
E proprio dalle acque siciliane, tra Marzamemi e Milazzo, arriverà una parte importante delle risposte.
Il vermocane non è quindi un “intruso” arrivato da lontano.
È, forse, qualcosa di più interessante: un abitante antico del Mediterraneo che ci sta mostrando quanto sia cambiata la casa in cui vive.