Vacanze finite: come affrontare la sindrome da rientro

di Antonio Ronsivalle

Ritornare alla scrivania dopo le vacanze dovrebbe essere un nuovo inizio e, invece, per chi arriva alle ferie già esausto, pochi giorni di riposo possono non essere sufficienti. È conosciuta come sindrome da rientro e può comparire non solo al rientro dalle vacanze estive, ma anche dopo un weekend, un ponte o qualche giorno lontano dall’ufficio.

Il problema non è il rientro, ma come arriviamo alle ferie

Il concetto di “staccare” è diventato così complicato: dal lavoro oggi non ci si allontana davvero quando si esce dall’ufficio. Lo si porta in tasca, sullo smartwatch, nello smartphone appoggiato sul comodino, nella mail che arriva durante la cena e nel messaggio che inizia con “scusa se ti disturbo”. È soprattutto nella testa, dove continua a girare anche quando il computer è spento. Il punto saliente non è, quindi, il ritorno alla routine in sé. È il contesto lavorativo nel quale si torna. Se la stanchezza si è accumulata per mesi, qualche giorno di riposo può semplicemente non bastare.

Siamo abituati a pensare alle ferie come al grande momento deputato al recupero: si lavora tutto l’anno e poi, finalmente, ci si ferma. Se, però, arriviamo a quel momento con le energie già esaurite, il corpo e la mente potrebbero avere bisogno di molto più tempo per tornare in equilibrio. Durante le vacanze decidiamo quando svegliarci, quando mangiare, quando rispondere a qualcuno. Poi arriva il rientro e ricompaiono calendari, deadline, riunioni, priorità e notifiche. Se il livello di affaticamento precedente era già alto, il salto può essere particolarmente brusco. L’energia con cui si torna al lavoro dipende anche dalla fatica accumulata prima della pausa e dal bisogno di recupero.

C’è poi una distinzione sottile ma fondamentale: disconnettersi non significa necessariamente recuperare. Possiamo anche decidere di non aprire la posta elettronica ma continuare, nel frattempo, a pensare alla riunione di settembre o al problema che abbiamo lasciato sulla scrivania. Il vero riposo non consiste soltanto nell’assenza di lavoro. Richiede anche una distanza mentale dal lavoro. Che, in un’epoca di iper connessione, probabilmente è la parte più difficile.

L’esaurimento lavorativo

Sentirsi un po’ svogliati nei primi giorni dopo le ferie è normale. Non tutto deve diventare immediatamente una diagnosi. Il campanello d’allarme suona quando la sensazione non passa e si ripresenta con regolarità: stanchezza persistente nonostante il riposo, irritabilità, apatia, difficoltà di concentrazione, calo delle prestazioni, perdita di coinvolgimento e pensieri ricorrenti di lasciare il proprio lavoro. Sono segnali che non vanno automaticamente interpretati come esaurimento lavorativo, ma che possono suggerire la necessità di guardare oltre la singola giornata storta. Il problema è che forse non abbiamo bisogno di una vacanza più lunga, ma di un lavoro che ci permetta di recuperare anche quando non siamo in vacanza.

Il benessere aziendale

La questione riguarda inevitabilmente anche le aziende. Nella Salary Guide 2026 di Hays Italia, il 32% delle organizzazioni indica la prevenzione dell’esaurimento lavorativo tra le principali leve per trattenere i dipendenti. E quasi la metà dei professionisti dichiara di essere disposto a cambiare azienda nei successivi dodici mesi. Il benessere, quindi, non è più soltanto una questione di welfare aziendale. È diventato un elemento della relazione tra persone e organizzazioni. E forse anche qui occorre smettere di confondere il benessere con la sua versione più decorativa. Un corso di yoga o un tavolo da ping-pong possono essere piacevoli, ma difficilmente compensano una giornata di lavoro senza pause, una cultura della reperibilità permanente o carichi impossibili da sostenere.

Riunioni costanti, più attività svolte contemporaneamente, priorità che cambiano di continuo e disponibilità quasi permanente hanno trasformato la giornata lavorativa in una sequenza di interruzioni. Si arriva a sera avendo fatto moltissimo e, allo stesso tempo, con la sensazione di non aver davvero finito qualcosa. È difficile recuperare energie in queste condizioni. La soluzione, suggerisce Hays, non può quindi essere limitata alla protezione delle ferie. Servono carichi sostenibili, maggiore autonomia, flessibilità, una leadership presente e spazi reali di recupero durante tutto l’anno. Perché le vacanze possono certamente restituirci un po’ di energia, ma non possono riparare all’infinito un sistema che continua a consumarla.