Turarsi il naso, a cosa rimanda davvero? Ricordare le elezioni del 20 e 21 giugno del 1976, a cinquant’anni dal mancato “sorpasso” dei Comunisti sui Democristiani, significa riconoscere quale sia la mentalità del popolo italiano: genuinamente, schiettamente e “fancazzisticamente” (talora è una virtù davvero salvifica!)…immobilista. Di certo non è questo il Male peggiore: saremmo potuti finire all’inferno, con buona grazia degli “innovatori”.

di Marco Leonardi

Avete mai provato a turarvi il naso? Dite la verità: se va bene, l’azione di chiudere le narici tra le mani, per evitare di essere pervasi dai fetori più nefasti, è stata da voi compiuta nei mercati, vicino alle discariche, oppure dinanzi ad uno stronzo canino di dimensioni abnormi, lasciato in strada ad essere macerato dal sole e utilizzato dalle mosche, complice l’incivile pseudo-cinofilo di turno! Schifiltosi che non siete altro, avete dimenticato che il primo “comunicatore di massa e per le masse”, che vi ha invitato a rapprendere le narici tra le dita, è stato il mai troppo lodato Indro Montanelli, giornalista di immenso valore.

Correva l’anno 1976, e la società italiana si trovava dinanzi a un bivio: proseguire nel solco dell’usato sicuro, denominato «Democrazia Cristiana», a sua volta equivalente alla persistenza di un regime democratico-parlamentare a trazione atlantista, libero mercato e pastasciutta una volta al giorno per tutti, piatto di carne almeno la Domenica, la compilazione della schedina nella speranza di cambiare il frigorifero senza fare cambiali e la Domenica Sportiva, trasmissione da vedere nel bar sottocasa, ancora in bianco e nero? Oppure credere nella rivoluzione, nel mutamento repentino di quanti promettevano uguaglianza, progresso, pari trattamenti per tutti? Avessero prestato fede alle belle parole, la fatidica croce sulla scheda sarebbe caduta sul «Partito Comunista Italiano».

I fatti, i ruvidi, concreti e “squallidi” fatti, però, ti sbattevano in faccia una realtà ben diversa da quella decantata sulle colonne dell’Unità, il quotidiano del P.C.I. Libertà? Quella che si vedeva a Praga, laddove, nel 1969 lo studente Jan Palach si dava fuoco, per protestare contro la schiacciante protervia dei carri armati sovietici? Democrazia? Quella dei regimi dell’Europa Orientale, dove esisteva il partito unico al potere, sull’esempio dei boia Tito e Ceauşescu? Non restava che il “faro” dell’uguaglianza, cavallo di battaglia dalla presunta vigoria irresistibile. Chissà quante volte la sciura milanese o la cummari siciliana si interrogavano se il “compagno” Berlinguer ricevesse lo stesso emolumento dell’operaio della Fiat, in servizio a Mirafiori.

Appena quattro anni dopo le elezioni del 1976, la risposta non si fece attendere. Oltre 40.000 persone, di certo non tutte massaie, sfilarono per Torino, chiedendo pace sociale, fine del conflitto di classe, possibilità di lavorare alla Fiat senza rompimento di marroni: oltranzisti, riaprite i cancelli della fabbrica, torniamo a lavorare. Le vostre astruse elucubrazioni sviluppatele nelle sezioni rosse. La vita lavorativa è stata, è e rimarrà il frutto di ragionevoli compromessi tra le parti! Le elezioni del 20 e del 21 giugno del 1976 rappresenteranno tuttavia, nella nostra memoria, un Giano Bifronte, e come tali verranno ricordate in quel giacimento inesauribile, chiamato memoria collettiva e biografia privata. Il 38 e cocci per cento, raccolto dalla Democrazia Cristiana all’epoca, ha salvato il nostro deretano, anche quello di chi non era venuto ancora al mondo (non conta nulla se con postuma gioia o meno), sotto l’egida tricolore di “Mamma Italia”.

Eppure, sarebbe da partigiani schedare il 34 e cocci per cento di voti, legittimamente espressi dagli Italiani a favore del «Partito Comunista Italiano», come voti dati con intenti opinatamente liberticidi e criminosi. Le utopie, i sogni, i desideri di palingenesi vanno prima analizzati, poi descritti e infine compresi (atto che non significa minimamente il condividerli), se vogliamo essere schietti con noi stessi, credibili con gli altri e benefici, per quanti ci leggono. Dietro gli oltre 12 milioni di persone, simpatizzanti per il simbolo (nefasto) della «falce e martello», c’erano tante brave persone, del tutto ignare delle atrocità commesse in nome del comunismo in ogni “antro” del pianeta terra, laddove la teoria aveva lasciato il posto alla realizzazione pratica del “paradiso dei lavoratori”.

Non possiamo dimenticare la simpatia irresistibile di un attore quale Gigi Proietti, in prima linea nella sponsorizzazione del referendum a favore del divorzio. Mai dimenticheremo un calciatore come Paolo Sollier, talentuoso centrocampista del Perugia negli Anni Settanta, sempre con una copia del quotidiano «Il Manifesto» sotto il braccio. Vogliamo forse mettere a confronto l’eleganza e la preparazione di un Galvano Della Volpe o di un Walter Binni con il carrierismo spietato (e primo di qualsivoglia fine che esuli dal soddisfacimento del proprio ego) delle nuove leve? La memoria, quella lunga e duratura, non opera alcun “copia e incolla”.

E poi le camicie a fiori, i jeans a zampa d’elefante, le foto scattate con la Polaroid sempre al collo, i primi numeri di Playboy in lingua italiana, da sfogliare senza temere reprimende più gravi di uno scappellotto, e via via fantasticando un mondo diverso dall’esistente. Cara la (buonanima) di Gino Paoli, sappiamo da dove traevi ispirazione per i tuoi «quattro amici al bar»!

Eri stanco dei proclami rivoluzionari? Nessun problema: Pippo Baudo, Corrado Mantoni e Mike Bongiorno erano pronti ad accoglierti! I sogni meritano di essere onorati, solo dopo di essere seppelliti, con la dignità che si addice ai sogni di ampio respiro. Lo ricorderemo con un sorriso, nella giornata di oggi, quella del 22 giugno del 2026. «L’Italia è un paese capitalista molto particolare», chiosava lo scrittore Italo Calvino alla vigilia delle elezioni nazionali del 1976. Vorremmo aggiungere, con una punta di malizia: e meno male!  Non diamo mai nulla per scontato e godiamoci una giornata, grazie a Dio, del tutto libera dai fantasmi del totalitarismo rosso. Credevate di essere ancora fermi al 20 e 21 giugno del 1976?  

(Immagine posta a corredo del presente articolo, scelta dall’autore del pezzo sovrariportato. Quando passiamo «a contrappelo la storia», giusto per citare la celebre osservazione del filosofo Walter Benjamin [1892-1940], operiamo una ricostruzione delicata e importantissima. Ciascuno di noi è storia, cresce dalla storia, procede verso il futuro a partire dalla storia. Leggere «Il sorpasso» [Mondadori, Milano 2024, pp. 114 con appendice documentaria, Euro 12], gradevolissimo reportage a firma di Italo Calvino sulle speranze, le illusioni e le delusioni, legate a quel momento della nostra storia “recente” e impresse nel costume patrio. Questa chicca è emersa tra le carte dello scrittore, da tutti considerato il più valido narratore del primo cinquantennio della Repubblica Italiana. Non rimane che leggere, con attenzione, quanto scritto da Italo Calvino, Maestro di stile e di inventiva.)

Autodafé immaginato, puntata numero 26 di lunedì 22 giugno 2026

jacktoto