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Trucchi e mattoni per smaltire la cenere, ma ne vale la pena?

La cenere vulcanica ha ricoperto per mesi le strade delle zone adiacenti all’Etna. I danni sono stati incalcolabili, ingenti spese hanno gravato sulle casse comunali e il problema, a distanza di mesi, sembra ancora lontano dall’essere riconosciuto come emergenza.

Da allora la possibilità di trasformare la cenere da rifiuto in risorsa è stata uno dei grandi interrogativi che ha accompagnato l’argomento. Il primo ostacolo è rappresentato proprio dalla determinazione come “rifiuto speciale” così come ci spiega Danilo Reitano, tecnologo dell’INGV: «Il nostro errore è stato quello di definire la cenere come un rifiuto speciale e che, come tale, richiede un determinato tipo di trattamento. Negli altri Paesi che vivono questo stesso tipo di emergenza – e possiamo definirci tra i più fortunati – è categorizzata come rifiuto naturale».

Cenere vista al microscopio

Il caso del 2005: quando la spiaggia di San Giovanni Licuti fu coperta di cenere

Nel 2005 si verificò una copiosa pioggia di cenere. Il sindaco dell’epoca, Umberto Scapagnini decise di utilizzarla per ricoprire la spiaggia artificiale di San Giovanni Licuti. Tuttavia l’ufficio Sanitario del Comune stesso la fece rimuovere a causa del potenziale pericolo che rappresentava per i cittadini. La cenere dell’Etna è dunque tossica?

«Per essere riutilizzata – spiega Daniele Andronico vulcanologo dell’Ingv- è necessario avere la certezza che la cenere non sia tossica. Ma per verificarlo occorrono analisi specifiche e ci vogliono mesi. Quando la cenere cade si contamina lungo la strada poiché non vi sono zone pulite o semplicemente entra in contatto con i gas prodotti dalle auto».

Livelli molto elevati di cenere persistono nell’aria molti giorni dopo l’evento esplosivo: il materiale piroclastico prodotto dalle eruzioni comprende un’elevata percentuale di particelle molto fini note come PM2,5 ossia le polveri sottili. Queste sono abbastanza piccole da arrivare, attraverso la respirazione, ai polmoni ed al cuore. Particelle poco più grandi invece (PM 10) irritano le vie respiratorie e provocano tosse e sintomi di bronchite. Insomma non proprio un toccasana per il nostro corpo.

Cosmetici, mattonelle, fertilizzanti: è davvero possibile riutilizzare così la cenere?

Tante sono le proposte avanzate per riutilizzare la cenere: dai mattoni, al fertilizzante fino alla realizzazione di cosmetici.

Lontano dai titoli sensazionalistici, ciò che sappiamo è che forse a livello dei costi potrebbe non risultare conveniente. Nessuna forma di smaltimento, infatti, può essere utilizzata in proporzioni tali da adoperare tutta la cenere caduta.

«Chi l’utilizza intanto deva capirne la consistenza. Se è troppo fine o troppo grossolana e quindi serve che venga setacciata, ma anche questo ha un costo molto alto. Il rischio che appare quasi una certezza è di non guadagnare nulla, anzi persino di andare in perdita. Si sta pensando di adoperarla come substrato per far filtrare l’acqua, in quanto le rocce permettono questo utilizzo. O di adoperare la componente petrosa aggregandola insieme agli interti per cemento e calcestruzzo», prosegue il vulcanologo.

«Non dimentichiamo il problema nel trasporto, la decontaminazione dall’inquinamento. Ci sono state proposte circa lo sfruttamento del materiale piroclastico per farne mattoni. Uno si potrebbe fare tranquillamente ma per farne tanti bisogna sempre decontaminarla, setacciarla. Anche per quanto riguarda l’agricoltura dobbiamo fare delle distinzioni: un conto è un vasetto, un altro è un uso a scala più ampia. Non si possono mettere troppi strati di cenere sennò la pianta soffoca. Tutti gli utilizzi necessitano quantità minime rispetto a quanta ne viene rimossa».

Solo una soluzione pare possibile per il vulcanologo Daniele Andronico: «Si potrebbe adoperare per riempire cave dismesse nel tentativo di recuperare sul fronte paessaggistico e ambientale. Purtroppo il costo c’è sia per rimuoverla che per smaltirla».

Più azioni concrete: serve lavorare sulla prevenzione

Trasformare un rifiuto in cenere, dunque, non è così semplice.

«È vero che finalmente si sta pensando alla possibilità di riutilizzo ma al momento ci sono aspetti non trascurabili – sottolinea Danilo Reitano-. Vediamo ad esempio come la cenere si depositi sulla rete stradale della Catania-Messina ed impatti sul trasporto dei mezzi: i copertoni delle auto la macinano e questa si polverizza. O pensiamo al trattamento delle acque. Il guaio è che siamo abituati a lavorare in emergenza e non sulla prevenzione».

L’INGV al fine di tutelare i cittadini ed espandare il proprio raggio d’azione sul territorio ha lanciato l’applicazione TefraNet: chiunque si registri può segnalare la presenza di cenere in un determinato luogo in modo tale da campionare le quantità, coinvolgere attivamente i catanesi e provvedere alla sicurezza del prossimo.

Nel concreto possiamo limitarci a muovere piccoli passi in aspetti come la raccolta della cenere guardando al di fuori dei confini nazionali. Ad esempio alcuni  abitanti che occupano le pendici del vulcano Sakurajima, in Giappone, sono abituati a frequentissime eruzioni. Così si sono attrezzati di appositi sacchetti per raccogliere e smaltire la cenere che finiranno nel cassettone dedicato.

L’emergenza che vede protagonista l’Etna necessita azioni di questo tipo: siamo sulla buona strada ma il punto d’arrivo è ancora lontano.

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