Strage di Capaci: il racconto di Salvatore Cusimano, il primo a dare la notizia in tv

di Giuliano Spina

La memoria della Strage di Capaci 34 anni dopo

A 34 anni di distanza la Strage di Capaci rappresenta un momento di condivisione sui valori della civiltà e della legalità. Mentre nelle città della nostra Isola, e anche sull’autostrada A29 Palermo-Mazara del Vallo, nel luogo in cui accadde l’omicidio di Giovanni Falcone e della sua scorta, le iniziative vanno avanti in molti ancora ricordano quando quel sabato pomeriggio di 34 anni fa la notizia era appena arrivata nelle nostre case.

Il 23 maggio 1992 raccontato da Salvatore Cusimano

Il primo a dare la notizia in collegamento con l’edizione straordinaria del Tg1 fu il giornalista Salvatore Cusimano, che fece vedere le immagini dell’attentato. Cusimano racconta quei momenti e parla del legame che aveva con Giovanni Falcone e con Paolo Borsellino, che sarebbe stato ucciso poco meno di due mesi dopo.

«Non sono cose che si possono dimenticare – spiega Cusimano –, intanto perché è stato uno dei momenti più importanti della mia vita professionale. Oltre a ciò c’era anche un forte coinvolgimento emotivo, perché io conoscevo molto bene il dottor Falcone, avevo dei rapporti con lui quasi quotidiani, almeno fino a quando è rimasto a lavorare a Palermo. Io mi occupavo quasi esclusivamente di cronaca giudiziaria e quindi lo incontravo nelle mie quotidiane visite al Palazzo di Giustizia. Poi conoscevo anche i ragazzi della scorta, soprattutto Antonio Montinaro, che era un ragazzo pieno di energia e al quale piaceva molto dialogare con noi».

Era però diventato più difficile incontrarli perché «il giudice Falcone assieme al dottore Borsellino lavoravano in una sorta di bunker in una parte più protetta delle altre del Palazzo di Giustizia. Per questo motivo era più difficile entrare in questo ufficio in cui c’erano loro due e Giovanni Paparcuri, loro grande collaboratore, che era stato l’autista di Rocco Chinnici. Stavamo ore lì in attesa che Falcone e Borsellino si affacciassero per parlare con noi».

Il lavoro del pool antimafia negli anni delle stragi

Occuparsi della strage che riguardava Falcone «lasciava un segno profondissimo, innanzitutto perché a tanti anni di distanza hai sempre la sensazione che non tutto è stato detto, che non tutto è stato scoperto e che ci sono tanti buchi di verità. Questa cosa amareggia tanto i parenti quando i giornalisti come me e altri, che hanno lavorato intensamente su quelli eventi che hanno preceduto le stragi. Noi abbiamo lottato con tutte le nostre energie per sostenere il pool antimafia perché ci sembrava la soluzione giusta affinché almeno un pezzo di Stato decidesse di contrastare il fenomeno mafioso in tutto e per tutto».

I dubbi e le verità ancora aperte sulla mafia

Ma quanto è cambiata la storia dell’Italia da quel pomeriggio? «La storia d’Italia viene da lontano. I fatti del 1992 non si capiscono senza capire che c’è sempre stato un mondo occulto che ha governato con la politica talvolta con le dipendenze e altre volte rendendo schiava la stessa politica di strategie che sfuggono ai più. Come scrisse il ministro Scotti questo nostro paese è in libertà vigilata, in quanto nel contesto degli equilibri internazionali doveva agire in un certo modo e non poteva avere svolte non affini a quello che era il potere del mondo occidentale, rappresentato dagli Stati Uniti. La mafia ha cercato sempre di entrare in dialogo con questo mondo occulto, facendo anche da strumento, il che l’ha portata anche ad avere la libertà di muoversi nei traffici globali. La Sicilia per questo diventò ai tempi il cuore del traffico globale dell’eroina».

La strategia messa a punto da Falcone

Falcone mise quindi a punto una strategia d’attacco frontale a Cosa Nostra «che non ha eguali nel mondo e che viene invidiata da molti paesi del mondo. Gli Stati Uniti hanno eretto nella sede del FBI una statua a Giovanni Falcone, perché si sono resi conto del contributo che Giovanni Falcone e i magistrati del pool di Palermo hanno dato per le inchieste sulla mafia americana e sul traffico internazionale degli stupefacenti, che ha sempre falcidiato il mondo. In Italia ci sono stati migliaia di morti per eroina e per questo il loro contributo è stato fondamentale. E’ finito il fenomeno stragista della mafia, ma Falcone diceva che quando non si spara significa che si è giunti a un accordo e che quindi i traffici vanno alla grande».

L’eredità di Falcone per le nuove generazioni

L’educazione per le nuove generazioni deve sempre cercare di andare avanti: «Quando me lo chiedono o mi invitano nelle scuole cerco di parlare di questi argomenti tentando di spiegare non solo quanto era arduo il lavoro di queste persone, che hanno pagato con una morte tremenda sia a Capaci che in via D’Amelio. Io racconto sempre che quello era uno stato di guerra, in cui ogni giorno c’erano anche cinque morti ammazzati, e che noi cronisti tenevamo una cartina nella quale si cercava innanzitutto di capire a quale cosca mafiosa il morto in questione appartenesse. In quel caso il ruolo degli investigatori come Falcone era fondamentale».

«I giovani hanno una percezione rarefatta ed è una loro fortuna perché una strage è una cosa orribile. Io gli dico sempre di abbassare le luci come al cinema e di immaginare la dinamica. Cerco di raccontargli come vivevano questi magistrati, anche se loro queste stragi in quanto nativi digitali vivono di visuale e devono cercare di vedere come andavano le cose. Noto molta attenzione quando facciamo questi incontro, poi le sensibilità sono diverse e conta molto per questi giovani quello che fanno le loro famiglie o le scuole. Più se ne parla più la loro sensibilità cresce e sono portati ad approfondire questi temi. Io dico sempre che è la mafia che sa tutto di loro giovani».