Gli squali più pericolosi per l’uomo: tra realtà e immaginario
L’instillazione di paure irrazionali costituisce una prassi che ha accompagnato la crescita di pressoché ciascuno di noi. Voglio, per un paio di minuti, attingere a quel giacimento prezioso e insostituibile, chiamato memoria vissuta, e riandare, col pensiero, alle estati della mia infanzia, risalenti agli ormai “preistorici” Anni Ottanta del Novecento.
“Attentu, ca ci su’ i squali”: la paura nata con Lo squalo
Bastava recarti al mare, rigorosamente in compagnia, ovvero sotto la scorta dei tuoi genitori, per sentire la tipica ammonizione delle madri catanesi, rivolgentesi ai loro pargoli con una frase, ormai divenuta un vero e proprio cult, degno delle barzellette del migliore Tuccio Musumeci o Giuseppe Castiglia: attentu, ca ci su’ i squali! «Attento, che ci sono gli squali!»: quest’ammonimento risuona nella tua memoria, non smetti di riderci sopra!
Peter Benchley e Spielberg: come è nato il mito dello squalo
Eravamo sorvegliati nell’atto di immergere i piedini laddove neanche un granchietto sarebbe potuto entrare. Tuttavia, si richiamava alla memoria il mostro marino per eccellenza, quello squalo bianco dai denti aguzzi e dalla mole infinita, reso celebre dalla pellicola di Steven Spielberg, Jaws, da noi italofoni conosciuta, fin dal 1975, con il titolo «Lo squalo».

Il grande squalo bianco è davvero il predatore più pericoloso?
Quale emozione, a maturità sopravvenuta, tenere fra le mani il romanzo che ha ispirato il film, uscito cinquantadue anni addietro con il titolo, omonimo di Jaws, a firma dello scrittore statunitense Peter Benchley. Dal 1974 al 2026, stentiamo a trovare un’opera per immagini, così fedele alla versione originale, talmente diffusasi nella cultura di massa da incutere quella paura irrazionale per lo squalo, ogniqualvolta poggi il tuo piede nelle acque marine.
Squali nel Mediterraneo: quanto è reale il rischio
Ecco spiegata la ragione della popolarità di questo predatore marittimo. Non appena lo senti nominare in televisione, per tacere di quando lo rivedi in televisione o sui socialmedia, ricevi la conferma che tanto desideravi ottenere: la mia paura ha una fondatezza inoppugnabile, il mostro marino per antonomasia solca i nostri mari, attacca, uccide! «Pare che perlustrando la zona avanti e indietro per due ore non abbiamo visto assolutamente nulla. Per cui sono certi che non ci sono molti squali qui attorno».
Perché abbiamo così paura degli squali
Richiudiamo la versione italiana del romanzo nel bel mezzo del capitolo quarto e ritorniamo dai famigerati eventi, favolisticamente ambientati nei pressi di Long Island, ai giorni nostri. La cronaca ci sbatte, letteralmente in faccia, ben altri casi di predatori. Non vi sentite lacerare le carni a sentire di essere stati derubati, simbolicamente se lo pensiamo rivolto a noi, materialmente se ci riferiamo a noi come società civile, delle tre tavole quattrocentesche di Antonello da Messina, fino al 15 agosto scorso custodite presso il «Museo Regionale Interdisciplinare di Messina»?
Quanto accaduto di recente al MuMe è solo la punta di un iceberg di una società, ogni giorno più polarizzata in ricchi e poveri, prede e predatori, vincitori e vinti. Non esiste più alcuna forma di cristiana compassione, alla base del civile rispetto per i beni della collettività. Possiamo riporre il gradevolissimo romanzo di Benchley sul tavolino: gli squali sono tra noi, ben più pericolosi di quelli che “agitano” le acque dei mari! «Lo squalo avanzava ancora. Era quasi a un metro…»: non abbiamo resistito alla tentazione di proseguire nella lettura. Ammettiamo solo di essere un po’ confusi.
Perché abbiamo così paura degli squali
In questa girandola estiva, nella quale nessuno esita ad trasformarsi in un predatore, ai danni degli altri, faremmo meglio a mettere ordine nella realtà turbolenta di ogni giorno, prima di lanciare allarmi su quanti, nei mari, proseguono a dare concreto svolgimento a quanto sentivamo cantare in un celebre cartone animato della Disney, laddove si ripercorreva, a ritmo di musica e immagini, «il cerchio della vita». Gli squali più pericolosi sono tra noi esseri umani. Faremmo bene a non dimenticarlo, tutte le volte che costruiamo mostri di fantasia, così rassicuranti perché dotati di pinne e di denti acuminati.
(Immagine posta a corredo del presente articolo, scelta dal prof. Leonardi a beneficio dei lettori. Non passa estate senza registrare l’ennesimo (talora rimante con centesimo) passaggio in TV del film «Lo squalo», celebre pellicola diretta da Steven Spielberg nel 1975. Nel “segreto del confessionale”, noi chiederemmo, a quanti si immergono nelle acque di qualsivoglia tratto marittimo, quanti immaginano di trovarsi, nelle acque, con uno squalo nelle vicinanze. Mentre correte terrorizzati a riva, desidereremmo farvi un “dispetto”: quello di farvi trovare, sulla sedia a sdraio, riconvertita in porto sicuro, una copia del romanzo di Peter Benchley, «Lo squalo», dal quale è stato tratto il celebre film. Potremmo certo essere dispettosi, non saremmo mai così folli da andare in bancarotta! Solo per questa volta, accontentatevi della copertina, attinente all’ultima edizione di un romanzo da oltre 20 milioni di copie vendute: Peter Benchley, Lo squalo, edizione 50° anniversario, Salani Editore, Milano 2025, pp. 394, Euro 16,90. Da esperiti conoscitori della natura umana, quale la vita concreta ci porta, ogni giorno, a dover essere, osserviamo, laconicamente, che il più pericoloso tra gli squali, al netto dei denti acuminati e della mole, non può che essere sempre il medesimo predatore: l’uomo.)