Le storie degli abitanti di Lampedusa, il disagio psicologico di una comunità isolana e le ferite profonde di chi attraversa il deserto e il Mediterraneo per raggiungere l’Europa. Sono stati questi i temi al centro dell’incontro di ieri pomeriggio alla libreria Feltrinelli di via Etnea, a Catania, dedicato a Solo i pesci hanno un nome. Lampedusa: vite in sospeso, il libro di Enzo Raffaele pubblicato da Edizioni Leima.
A dialogare con l’autore è stata la psichiatra Enza Malatino, protagonista dell’esperienza professionale e umana che costituisce il cuore del volume, mentre l’incontro è stato condotto dal giornalista Alessandro Ricupero. Un appuntamento che ha offerto l’occasione per approfondire una vicenda lunga quasi vent’anni, cominciata nel 2001, quando la Malatino arrivò a Lampedusa per occuparsi della salute mentale degli abitanti dell’isola.
Enza Malatino, vent’anni di ascolto e cura a Lampedusa
Il percorso professionale di Enza Malatino nasce dalla cura della comunità lampedusana, in un territorio nel quale l’isolamento geografico si intreccia con fragilità personali, difficoltà nell’accesso ai servizi e bisogni sanitari spesso complessi.
Quello che avrebbe dovuto essere un incarico circoscritto si è trasformato in un’esperienza durata dal 2001 al 2020, durante la quale la psichiatra ha seguito le difficoltà degli abitanti e contribuito a costruire occasioni di ascolto e sostegno.
Con l’intensificarsi degli arrivi di migranti sull’isola, il suo lavoro si è progressivamente allargato a una nuova emergenza umana e sanitaria. Malatino è stata chiamata a intervenire anche sulle sofferenze psicologiche delle persone sopravvissute a viaggi estremi, in un contesto nel quale le risposte istituzionali non erano sufficienti a soddisfare i bisogni di cura.
È questo uno degli aspetti centrali emersi dal racconto: una professionista che, partendo dalla propria attività clinica, si è trovata a rispondere a necessità sempre più ampie, cercando di colmare le lacune lasciate dall’assenza di servizi adeguati e di una presenza strutturata dello Stato.
Le storie dei lampedusani e i traumi dei migranti
In Solo i pesci hanno un nome, Enzo Raffaele trasforma questa esperienza in un racconto che mette al centro le persone, le loro fragilità e le conseguenze della sofferenza sulla vita quotidiana.
Il libro intreccia storie romanzate degli abitanti di Lampedusa con le vicende dei migranti, dando spazio a due realtà che condividono lo stesso territorio, ma vivono condizioni differenti. Da una parte ci sono gli isolani, con le difficoltà legate alla distanza, alla solitudine e alla complessità di una vita in un luogo di frontiera; dall’altra, persone che arrivano dopo aver affrontato guerre, privazioni e percorsi migratori segnati dalla violenza.
Le ferite non cominciano necessariamente con l’arrivo in mare. Per molti migranti il trauma prende forma già durante l’attraversamento del deserto, tra abusi, paura, privazioni e perdita dei propri riferimenti. La traversata del Mediterraneo aggiunge altri rischi, fino alla possibilità di perdere la vita.
Il racconto si concentra così anche su ciò che resta dopo l’emergenza: le conseguenze psicologiche dei viaggi, la difficoltà di ricostruire una quotidianità e la necessità di trovare qualcuno disposto ad ascoltare.
L’autore del libro ha spiega: «Si parla appunto di traumi. Quello più elementare è quello di quando si scampa alla morte, di quando si è in mare per settimane e di quando si arriva stremati o si perdono parenti o figli, come la donna che li ha persi durante la traversata. Per quanto riguardano le persone di Lampedusa ci sono invece i loro traumi dovuti al fatto di vivere in un’isola piccola e di essere quindi soggetti a certe malattie. Enza ha curato con la stessa professionalità i traumi sia dei lampedusani che dei migranti, tanto è vero che nel libro viene soprannominata A Dutturissa nostra perché è la dottoressa di tutti i lampedusani e quando è tornata la gente l’ha abbracciata».