Il generale della diretta: l’epopea di Domenica In e dei grandi varietà

di Tindaro Guadagnini

La gestione perfetta dei tempi d’ascolto, dell’imprevisto e della TV formato famiglia tra gli anni ’70 e ’80

C’è un solo nome che, per una generazione di italiani, si è identificato con l’idea stessa della diretta domenicale: Pippo Baudo. Nel 1979, dopo l’esperienza di Luna Park (dove lancia una giovanissima Heather Parisi), Baudo prende in mano Domenica In, il contenitore-fiume nato tre anni prima con Corrado, e ne diventa il volto assoluto fino al 1985. Sono gli anni in cui uno spazio del palinsesto ancora acerbo si trasforma nella vetrina più importante della televisione pubblica italiana, il modello che negli anni successivi diventerà cruciale anche per l’emittenza privata.

Un generale senza esercito visibile

Non è un caso che, ripercorrendo la sua carriera, si sia parlato di una vera e propria “regia sul campo” inventata da Baudo stesso: la capacità di scandire il ritmo della diretta scontrandosi in tempo reale con l’imprevisto, dalla torta in faccia a una concorrente eliminata fino ai momenti più delicati e imprevedibili di una trasmissione dal vivo, senza rete e senza secondo tentativo. In questo senso Baudo non era soltanto un conduttore: era lui stesso, in scena, il generale della diretta, capace di dialogare, improvvisare, fare da spalla ai comici, gestire gli ospiti e tenere insieme per ore un pubblico che, in quegli anni, si contava in decine di milioni di spettatori.

Gli anni della consacrazione

Il decennio Ottanta è quello della sua definitiva consacrazione nazionalpopolare. Accanto a Domenica In, Baudo conduce Fantastico, lo storico varietà del sabato sera di Rai 1, e Serata d’onore, oltre a tre edizioni del Festival di Sanremo (1984, 1985, 1987): quest’ultima resta ancora oggi la più seguita nella storia della manifestazione, con oltre diciassette milioni di spettatori nella serata finale. È la cosiddetta triade Domenica In-Fantastico-Sanremo a fare di lui, per usare le parole con cui la critica lo ha ricordato, il massimo esponente dell’intrattenimento nazionalpopolare italiano.

Dopo la parentesi da direttore artistico di Canale 5 tra il 1987 e il 1988, Baudo torna alla Rai e, negli anni successivi, riprende più volte la guida di Domenica In: nella stagione 1991-92, poi dal 2005 al 2010 e ancora nel 2016-17, quando il suo ritorno, a ottant’anni, gli consegna il record assoluto di edizioni condotte, tredici in tutto.

Un mestiere fatto di secondi

Governare ore di trasmissione ininterrotta, in un’epoca in cui nessun programma aveva mai osato tanto, significava incastrare numeri musicali, siparietti comici, interviste e collegamenti telefonici con il pubblico a casa, senza mai perdere il filo e senza mai far percepire allo spettatore la fatica organizzativa che stava dietro quella leggerezza. Era un lavoro che si misurava in secondi: un ospite in ritardo, un imprevisto in studio, una battuta da rilanciare al volo. La differenza tra un programma che scorreva con naturalezza e uno che sembrava sgangherato si giocava tutta lì.

   

Una televisione che non esiste più

Chi lo ha conosciuto ne parla come dell’incarnazione di un’epoca irripetibile: quella in cui l’imprevisto non era un rischio da nascondere ma un elemento da governare con mestiere, istante per istante, in diretta nazionale. Pippo Baudo, scomparso nell’agosto 2025 a 89 anni, resta il volto più compiuto di quella stagione: il generale della diretta che ha reso possibile, da Domenica In in poi, l’epopea dei grandi varietà familiari della televisione italiana.