Palazzo Steri, i graffiti dei prigionieri che raccontano l’orrore dell’Inquisizione a Palermo

di Giuliano Spina

Tra i luoghi più affascinanti e al tempo stesso più inquietanti della storia siciliana c’è il Carcere di Palazzo Steri di Palermo, conosciuto anche come Carcere dei Penitenziati. Un luogo che conserva ancora oggi le tracce di una delle pagine più oscure dell’isola: quella dell’Inquisizione spagnola.

Dal XVII alla fine del XVIII secolo, le celle dello Steri ospitarono centinaia di uomini e donne accusati di eresia, dissenso religioso o semplicemente considerati scomodi dal potere politico e religioso dell’epoca. Qui venivano rinchiusi, interrogati, torturati e spesso condannati a un destino segnato dalla sofferenza e dall’emarginazione.

Ma ciò che rende unico questo luogo non è soltanto la sua storia. A colpire il visitatore sono soprattutto le centinaia di graffiti che ricoprono le pareti delle celle: disegni, simboli, poesie, invocazioni religiose e messaggi lasciati dai detenuti durante la loro prigionia.

Si tratta di testimonianze straordinarie che attraversano i secoli e restituiscono, senza filtri, le paure, le speranze e la disperazione di chi viveva rinchiuso tra quelle mura. Opere nate nel silenzio e nell’oscurità delle celle, destinate forse a non essere mai lette da nessuno, ma che oggi rappresentano una delle più autentiche forme di memoria storica della Sicilia.

La scoperta di Giuseppe Pitrè

A riconoscere per primo il valore di queste testimonianze fu il grande studioso siciliano Giuseppe Pitrè. All’inizio del Novecento gli giunse notizia dell’esistenza di scritte e disegni realizzati dai prigionieri del Santo Uffizio sulle pareti delle celle dello Steri.

Pitrè visitò il carcere, catalogò i graffiti e ne realizzò uno studio accurato, comprendendone immediatamente l’importanza storica e umana. Tuttavia, alcune celle situate in un mezzanino dimenticato del palazzo sfuggirono alla sua attenzione. Quei graffiti, già segnalati dallo storico La Mantia, finirono così nuovamente nell’oblio.

L’intervento di Leonardo Sciascia

La storia di quei segni incisi nella pietra avrebbe potuto concludersi lì. Ma all’inizio degli anni Sessanta, durante alcuni lavori di restauro nello Steri, il giornalista Giuseppe Quatriglio riportò alla luce quelle celle dimenticate.

Consapevole dell’importanza della scoperta, Quatriglio informò immediatamente Leonardo Sciascia, che da sempre guardava all’Inquisizione come a uno dei simboli più evidenti dell’ingiustizia e della barbarie giudiziaria.

Sciascia comprese subito il valore di quelle testimonianze e si adoperò affinché venissero fotografate e documentate prima che l’incuria e il tempo le cancellassero definitivamente. Grazie al suo intervento fu possibile salvare e tramandare sia i graffiti studiati da Pitrè sia quelli riscoperti da Quatriglio.

Una memoria che parla ancora oggi

A distanza di secoli, le pareti dello Steri continuano a raccontare storie di dolore, fede, paura e speranza. Le immagini, le parole e i simboli lasciati dai detenuti costituiscono una testimonianza diretta di una stagione segnata dall’intolleranza e dalla repressione.

Non è un caso che Sciascia considerasse quei graffiti una sorta di messaggio affidato al futuro, un monito contro ogni forma di persecuzione e abuso del potere.

Le celle dello Steri restano ancora oggi uno dei luoghi più suggestivi della memoria siciliana: un museo della sofferenza umana dove il passato continua a parlare attraverso le pareti, trasformando il silenzio dei secoli in una testimonianza viva e universale.