Chi frequenta il mare da molti anni – per lavoro, ricerca o semplice passione – ha spesso la sensazione che qualcosa sia cambiato. Alcune specie che un tempo erano considerate rare oggi vengono osservate con maggiore frequenza, mentre altre sembrano progressivamente diminuire. Cambiano i periodi dell’anno in cui alcuni organismi compaiono, le profondità alle quali vengono avvistati e perfino la composizione delle catture dei pescatori.
La domanda nasce spontanea: il Mediterraneo che conoscevamo vent’anni fa è ancora lo stesso?
Secondo Francesco Tiralongo, biologo marino e ittiologo dell’Università di Catania, la risposta va ben oltre il semplice conteggio delle specie aliene. «Il cambiamento del Mediterraneo – spiega Tiralongo – non si misura soltanto contando quante nuove specie arrivano. Si vede anche osservando quali specie diventano più comuni, quali diminuiscono, quando compaiono e come cambiano le relazioni tra gli organismi».
Un ecosistema in continua trasformazione
Il mare non è mai stato un ambiente immobile. Nel corso dei secoli le specie si sono spostate, le popolazioni sono aumentate o diminuite e gli ecosistemi hanno continuamente reagito alle variazioni ambientali.
Oggi, però, questi processi sembrano procedere con una velocità senza precedenti.
Il Mediterraneo è infatti uno dei bacini marini più sensibili agli effetti del cambiamento climatico. L’aumento delle temperature e la crescente frequenza delle ondate di calore marine favoriscono l’espansione delle specie termofile, cioè quelle adattate ad acque più calde, mentre mettono sotto pressione organismi legati a condizioni climatiche più fresche o stabili.
Questo significa che una specie può diventare improvvisamente molto più comune pur essendo presente da sempre nel Mediterraneo. Allo stesso tempo, specie provenienti da altri mari possono trovare condizioni sempre più favorevoli alla loro diffusione.
Non basta parlare di specie aliene
Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto sulle specie aliene, considerate spesso il simbolo del cambiamento in corso.
In realtà il fenomeno è molto più ampio.
Per comprendere davvero come stia evolvendo il Mediterraneo bisogna osservare contemporaneamente diversi indicatori:
- specie autoctone che diventano più rare;
- organismi tipici di acque calde sempre più diffusi;
- variazioni nei periodi riproduttivi;
- spostamenti geografici verso nord o verso profondità differenti;
- nuovi rapporti tra predatori e prede.
Ogni specie che cambia distribuzione modifica infatti anche gli equilibri dell’intero ecosistema.
«Una nuova specie non occupa semplicemente uno spazio», osserva Tiralongo. «Entra nella rete alimentare, compete per le risorse o diventa essa stessa una nuova preda. Per questo è necessario osservare il Mediterraneo come un sistema complesso e non come un semplice elenco di nuove presenze».
I pescatori sono tra i primi a vedere il cambiamento
Uno degli osservatori privilegiati di questa trasformazione è rappresentato proprio dal mondo della pesca.
Chi trascorre ogni giorno in mare nota rapidamente quando alcune specie iniziano a comparire con maggiore frequenza o quando altre diventano improvvisamente più difficili da catturare.
Si tratta di informazioni preziose.
Le conoscenze accumulate da generazioni di pescatori costituiscono una vera memoria ecologica del territorio marino e, quando vengono integrate con i dati scientifici, permettono di ricostruire l’evoluzione degli ecosistemi.
«I pescatori spesso percepiscono i cambiamenti prima che emergano chiaramente nei monitoraggi scientifici», spiega il biologo. «Chi lavora sugli stessi fondali per decenni possiede un patrimonio di osservazioni che rappresenta un complemento fondamentale alla ricerca».
Anche subacquei e cittadini possono contribuire
Negli ultimi anni un ruolo sempre più importante è stato assunto anche dalla citizen science, la scienza partecipata.
Subacquei, fotografi naturalisti, pescatori ricreativi e semplici appassionati documentano sempre più spesso la presenza di specie insolite o cambiamenti nella fauna marina attraverso fotografie e segnalazioni validate successivamente dagli esperti.
Questa rete di osservatori distribuiti lungo le coste permette di raccogliere una quantità di informazioni impossibile da ottenere attraverso i soli monitoraggi tradizionali.
Cambiano anche le stagioni del mare
Le trasformazioni non riguardano soltanto la distribuzione geografica delle specie, ma anche il tempo.
Molti organismi modificano infatti i propri cicli biologici in risposta all’aumento delle temperature.
Alcune specie iniziano a riprodursi prima, altre rimangono presenti più a lungo durante l’anno, modificando così gli equilibri tra predatori, prede e disponibilità di cibo.
Questi cambiamenti, apparentemente piccoli, possono avere conseguenze importanti sul funzionamento complessivo degli ecosistemi marini.
La Sicilia è un laboratorio naturale
Grazie alla sua posizione al centro del Mediterraneo, la Sicilia rappresenta uno dei luoghi migliori per osservare queste trasformazioni.
Le coste siciliane costituiscono infatti un punto d’incontro tra correnti marine, rotte di dispersione e differenti componenti biogeografiche.
Nel Mar Ionio, in particolare, l’espansione di specie termofile e non indigene è ormai facilmente osservabile, ma anche molte specie autoctone stanno modificando comportamento, distribuzione e abbondanza.
Studiare questi fenomeni oggi significa costruire le basi per comprendere come sarà il Mediterraneo tra dieci o vent’anni.
Costruire una memoria del mare
Uno dei principali problemi nello studio del cambiamento è che spesso ci si accorge di una trasformazione solo quando questa è già avvenuta.
Quanto era abbondante una specie vent’anni fa? In quali mesi compariva? A quali profondità viveva? Quanto frequentemente veniva pescata?
Senza dati storici è difficile rispondere.
Per questo monitoraggi scientifici, osservazioni dei pescatori, fotografie subacquee, collezioni museali e citizen science assumono un’importanza fondamentale.
Non servono soltanto a descrivere il presente, ma a costruire una memoria del Mediterraneo.
Il Mediterraneo del futuro si sta formando oggi
«Il Mediterraneo di oggi non è semplicemente quello di vent’anni fa con qualche specie in più», conclude Francesco Tiralongo. «Sta cambiando la geografia biologica del bacino: cambiano le comunità, le stagioni, le distribuzioni e le relazioni ecologiche. La vera sfida è capire verso quale equilibrio ci stiamo dirigendo».
Più che chiedersi quali nuove specie stiano arrivando, forse la domanda più importante è un’altra: quale Mediterraneo stiamo costruendo per le prossime generazioni?