Nel cuore della Valle del Belìce, nel Trapanese, c’è un luogo in cui l’arte contemporanea non è semplicemente qualcosa da osservare, ma diventa memoria, paesaggio e testimonianza. È il Grande Cretto di Alberto Burri, realizzato sulle rovine della vecchia Gibellina, distrutta dal terremoto del 15 gennaio 1968.
Un’opera monumentale che oggi rappresenta uno dei simboli più potenti della Sicilia contemporanea e che, nel 2026, assume un significato ancora più particolare: Gibellina è infatti la prima Capitale italiana dell’Arte contemporanea, titolo assegnato dal Ministero della Cultura per valorizzare il percorso con cui la città ha trasformato la tragedia del terremoto in un progetto di rigenerazione attraverso l’arte.
Il Cretto, però, non nasce come semplice opera destinata a decorare una città. Nasce proprio sopra ciò che della vecchia città è rimasto, trasformando le macerie in una sorta di monumento abitabile con lo sguardo e percorribile con la memoria.
Come racconta la guida turistica Regina Hundemer, «il Cretto di Burri è stato negli anni ’80 come un monumento per ricordare il sito in cui fino al terremoto del 1968 c’era la vecchia cittadina di Gibellina».
La vecchia Gibellina dopo il terremoto
Il terremoto del 1968 colpì duramente la Valle del Belìce e distrusse Gibellina. La popolazione fu costretta ad affrontare una lunga fase di emergenza prima della ricostruzione.
«La gente per 12 anni visse nelle baracche, fino a quando arrivò il permesso per fare la nuova città di Gibellina, distante dal vecchio sito», racconta Hundemer.
La nuova Gibellina sarebbe sorta quindi altrove. Ma cosa fare del vecchio centro? Come conservare la memoria di un paese che non sarebbe più stato ricostruito nello stesso luogo?
Fu in questo passaggio che l’arte assunse un ruolo completamente nuovo.
Ludovico Corrao e l’idea di una città affidata agli artisti
L’allora sindaco di Gibellina, Ludovico Corrao, intuì che la ricostruzione poteva diventare anche un grande progetto culturale.
«L’allora sindaco di Gibellina, il senatore Ludovico Corrao, in contatto con tanti artisti contemporanei li invitò per realizzare le opere d’arte per riempire gli spazi vuoti di Gibellina nuova».
La nuova città cominciò così a trasformarsi in un laboratorio di arte contemporanea a cielo aperto. Artisti e architetti furono chiamati a intervenire negli spazi urbani, contribuendo a costruire un’identità completamente nuova.
È una storia che oggi viene considerata uno degli esempi più significativi di rigenerazione urbana attraverso l’arte. Il progetto di Gibellina 2026 insiste proprio su questo rapporto tra arte, memoria, territorio e comunità.
Tra gli artisti coinvolti ci fu anche Alberto Burri, già affermato a livello internazionale.
Alberto Burri e il Cretto
Burri aveva già lavorato sull’idea del Cretto, una superficie caratterizzata da fratture e spaccature che diventano parte integrante dell’opera.
«Era un artista già conosciuto e che aveva già lavorato su questa idea del Cretto, ovvero un’opera con spaccature, con una cornice di legno all’interno della quale metteva dei materiali industriali liquidi facendoli asciugare e formando appunto queste spaccature naturali».
Nel 1981 Burri fu invitato a Gibellina da Corrao. Ma la sua visita cambiò completamente la prospettiva del progetto.
L’artista non immaginò infatti un’opera per la nuova città. Quando arrivò davanti alle rovine della vecchia Gibellina, pensò che fosse proprio quel luogo a dover diventare il centro dell’intervento.
«Nel 1981 Burri venne invitato da Corrao, ma andò nella vecchia città con le rovine e disse al primo cittadino di creare lì un monumento che ricordasse la vecchia città».
Era nata l’idea del Grande Cretto.
Una città trasformata in opera d’arte
Il progetto di Burri partì dalla struttura stessa della vecchia Gibellina.
Le strade, gli isolati e la conformazione del centro distrutto dal terremoto furono ripresi attraverso la geometria dell’opera. Il cemento bianco ricoprì progressivamente le macerie, lasciando leggibile l’impianto della città attraverso una successione di grandi blocchi e fenditure.
Il risultato è una gigantesca superficie che sembra contemporaneamente una città congelata, una ferita e un paesaggio astratto.
«Con l’aiuto delle antiche rovine si creò questo progetto in pieno paesaggio e con l’aiuto dei materiali delle vecchie stradine di Gibellina si creò questo enorme monumento», spiega Hundemer.
Il Grande Cretto ricopre circa 86 mila metri quadrati e ripercorre l’antico impianto viario della città distrutta. Le grandi lastre di cemento bianco, alte fino a circa 1,60 metri, trasformano così la topografia urbana in una forma artistica monumentale.
Non è quindi una semplice rappresentazione della vecchia Gibellina: è la vecchia Gibellina trasformata in materia artistica.
Il cemento come memoria
La forza del Cretto sta anche nella sua apparente semplicità.
Non ci sono statue monumentali, figure umane o scene del terremoto. Burri sceglie invece il cemento, il bianco, le fratture e il vuoto.
Camminando tra i blocchi dell’opera si ha la sensazione di attraversare una città che non esiste più, seguendo strade che appartengono contemporaneamente al passato e al presente.
Il cemento diventa così una sorta di sudario urbano: non cancella la tragedia, ma la custodisce.
È proprio questa capacità di trasformare una ferita in un luogo di memoria che ha reso il Cretto uno dei simboli di Gibellina e della sua rinascita culturale. Anche il Ministero della Cultura, presentando Gibellina 2026, ha indicato il Cretto come una delle espressioni più potenti del rapporto tra tragedia, arte e rigenerazione.
Un’opera nel paesaggio
Il Cretto non può essere separato dal territorio che lo circonda.
Non si trova all’interno di un museo e non è racchiuso da pareti. È immerso nel paesaggio della Valle del Belìce e mantiene un rapporto diretto con le colline, la vegetazione e la luce siciliana.
È proprio questa dimensione a renderlo un esempio emblematico di Land Art, dove l’opera modifica e interpreta direttamente il paesaggio.
Per Hundemer, «è la più grande opera di Land Art esistente al mondo ed è l’unica opera d’arte visiva dallo spazio».
Una definizione che restituisce la scala eccezionale dell’intervento e la sua natura profondamente legata al territorio. Più che un’opera collocata in un paesaggio, il Cretto è infatti un’opera che coincide con il paesaggio.
Il Cretto oggi, nel 2026 di Gibellina
A distanza di decenni dalla sua realizzazione, il Grande Cretto continua a essere uno dei luoghi più visitati e riconoscibili della Sicilia occidentale.
«Si mantiene bene tenendo conto anche del fatto che quest’anno Gibellina è Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea, il che porta molta attenzione mediatica», racconta la guida.
Il riconoscimento del 2026 ha riportato ancora una volta Gibellina al centro del dibattito nazionale sull’arte contemporanea. Il programma “Portami il futuro” nasce proprio dall’idea di utilizzare la cultura come strumento di rigenerazione urbana, sociale e territoriale.
Il Cretto rappresenta in questo senso una sorta di punto di partenza: un’opera nata dalla distruzione e diventata nel tempo uno dei simboli della rinascita.
Le rovine sotto il cemento
Durante la visita, c’è un elemento che aiuta più di ogni altro a comprendere la natura del Cretto.
Sotto quelle grandi superfici bianche ci sono le rovine della vecchia Gibellina.
«Tante persone vengono e noi facciamo presente che il Cretto è una specie di copertura che ricorda la vecchia città con le rovine seppellite al suo interno», spiega Hundemer.
È forse questa la caratteristica più importante per comprendere l’opera di Burri.
Il Cretto non racconta una città distrutta attraverso una fotografia o una ricostruzione. La conserva fisicamente sotto di sé.
La memoria non è rappresentata: è incorporata nell’opera.