Tra recupero degli stock ittici, cambiamenti climatici, nuove specie e innovazione, il settore attraversa una fase di trasformazione. Francesco Tiralongo, biologo marino e ricercatore dell’Università di Catania, racconta le sfide e le opportunità per il futuro della pesca nel Mediterraneo.
La pesca mediterranea sta cambiando. Cambiano gli ecosistemi, cambiano le specie presenti, cambiano i costi dell’attività e cambiano anche le esigenze dei mercati. Ma accanto alle difficoltà emergono segnali che invitano a guardare al futuro con maggiore attenzione.
Per le comunità costiere, soprattutto in regioni come la Sicilia, la pesca non rappresenta soltanto un’attività economica. È una parte della cultura, della storia e dell’identità dei territori. Un patrimonio di conoscenze costruito attraverso generazioni di pescatori che hanno imparato a leggere il mare, le sue stagionalità e le sue trasformazioni.
Oggi, però, questo patrimonio si confronta con nuove sfide: dal cambiamento climatico alla trasformazione degli ecosistemi marini, dall’aumento dei costi di produzione alle difficoltà di commercializzazione e al progressivo invecchiamento degli operatori.
Secondo Francesco Tiralongo, biologo marino, ittiologo e ricercatore in Zoologia all’Università degli Studi di Catania, il quadro non deve essere letto soltanto in termini di crisi. La ricerca scientifica sta infatti documentando anche segnali di recupero delle risorse e nuove possibilità per rendere il settore più sostenibile e resiliente.
Gli stock ittici possono recuperare
Uno degli elementi più interessanti arriva proprio dai dati scientifici.
Secondo il rapporto The State of Mediterranean and Black Sea Fisheries 2025, pubblicato dalla Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo della FAO, tra il 2013 e il 2023 la pressione complessiva della pesca sugli stock valutati si è ridotta di circa il 50%, mentre la biomassa delle risorse commerciali monitorate è aumentata del 25%.
Il quadro resta comunque complesso: il 52% degli stock valutati risulta ancora soggetto a sovrasfruttamento. I dati mostrano però che le misure di gestione, il monitoraggio e la cooperazione tra Paesi possono produrre risultati.
«Questi dati ci ricordano un aspetto fondamentale: le risorse marine possiedono una capacità di recupero che può essere favorita attraverso una gestione corretta», spiega Tiralongo.
Il ricercatore sottolinea come il declino delle popolazioni ittiche non debba essere considerato inevitabile. Quando le misure di gestione vengono costruite sulla base delle conoscenze scientifiche e applicate in maniera efficace, possono produrre benefici sia per gli ecosistemi sia, nel lungo periodo, per il settore produttivo.
La sfida sarà quindi consolidare i progressi raggiunti, tenendo conto delle caratteristiche biologiche delle singole specie e delle differenze tra le numerose realtà della pesca mediterranea.
Non serve necessariamente pescare di più, ma valorizzare meglio
Per le imprese della pesca, il problema non riguarda soltanto la quantità di prodotto disponibile. A incidere sulla redditività sono anche i costi del carburante, della manutenzione delle imbarcazioni, delle attrezzature e della commercializzazione.
È soprattutto la piccola pesca artigianale a confrontarsi con queste difficoltà.
Una delle possibili risposte passa quindi dalla capacità di valorizzare maggiormente il pescato locale. Filiere corte, vendita diretta, tracciabilità e maggiore informazione sull’origine del prodotto possono contribuire a rafforzare il rapporto tra pescatori e consumatori.
Un’altra possibilità riguarda le specie meno conosciute o tradizionalmente considerate di minore valore commerciale.
Il mercato tende infatti a concentrarsi su un numero limitato di specie, mentre altre risorse, pur possedendo caratteristiche alimentari interessanti, ricevono meno attenzione.
«Non dobbiamo necessariamente pescare di più per migliorare le condizioni del settore», osserva Tiralongo. «Dobbiamo anche imparare a valorizzare meglio ciò che viene pescato».
Conoscere meglio le specie, la loro stagionalità e le caratteristiche del prodotto locale può contribuire a rendere più consapevoli le scelte dei consumatori e, allo stesso tempo, creare nuove opportunità economiche per i pescatori.
Un Mediterraneo che cambia
A modificare il quadro interviene anche il cambiamento climatico.
L’aumento delle temperature del mare, le ondate di calore marine e le trasformazioni delle condizioni oceanografiche possono modificare la distribuzione e l’abbondanza delle specie. Non tutte, però, reagiscono allo stesso modo.
Alcune risorse possono diminuire in determinate aree, mentre altre possono ampliare il proprio areale e diventare progressivamente più importanti anche dal punto di vista commerciale.
Tra gli esempi ci sono alcune specie non indigene che negli ultimi anni hanno ampliato la propria presenza nel Mediterraneo.
Il gambero atlantico Penaeus aztecus è una di queste. La sua espansione in diversi settori del Mediterraneo lo ha portato anche all’interno delle catture commerciali.
Anche alcuni granchi non indigeni, come Callinectes sapidus e Portunus segnis, possono rappresentare una possibile risorsa economica attraverso attività di cattura mirate e specifiche filiere di commercializzazione.
Il fenomeno, tuttavia, richiede cautela. Una specie aliena può rappresentare una nuova opportunità per la pesca, ma può allo stesso tempo modificare gli equilibri degli ecosistemi e creare problemi alle specie autoctone.
«Le specie aliene rappresentano una sfida complessa, ma in alcuni casi possono offrire anche nuove opportunità per il settore», spiega Tiralongo, responsabile scientifico del progetto di citizen science AlienFish.
La pesca mirata delle specie invasive, secondo il ricercatore, può contribuire al contenimento delle popolazioni e generare contemporaneamente un ritorno economico. Perché ciò avvenga senza produrre effetti indesiderati, però, è necessario affiancare queste attività a un monitoraggio scientifico costante.
Quando pescatori e ricercatori lavorano insieme
Proprio la collaborazione tra mondo della pesca e ricerca scientifica rappresenta uno degli elementi più interessanti per il futuro.
Chi trascorre anni in mare possiede infatti un patrimonio di conoscenze difficilmente sostituibile. I pescatori conoscono fondali, stagionalità, specie e variazioni delle catture attraverso un’esperienza maturata quotidianamente.
Queste informazioni possono diventare particolarmente preziose quando vengono raccolte attraverso metodologie strutturate e integrate con dati scientifici indipendenti.
La collaborazione permette di individuare più rapidamente la presenza di nuove specie, seguire i cambiamenti nella distribuzione degli organismi e comprendere meglio le trasformazioni degli ecosistemi.
È questo uno degli obiettivi di iniziative di citizen science come AlienFish, che coinvolge cittadini, pescatori e appassionati del mare nel monitoraggio delle specie ittiche rare e aliene lungo le coste italiane.
«I pescatori non devono essere considerati soltanto utilizzatori delle risorse, ma anche interlocutori fondamentali della ricerca scientifica», sottolinea Tiralongo.
Per il ricercatore, integrare l’esperienza di chi vive quotidianamente il mare con i dati scientifici può contribuire a migliorare il monitoraggio e a sviluppare strategie di gestione maggiormente aderenti alla realtà.
Un modello che può anche contribuire a superare la contrapposizione tra tutela dell’ambiente e attività produttive.
Pescare meglio, non necessariamente di più
La sostenibilità della pesca passa anche dall’innovazione.
Attrezzi e tecniche più selettivi possono contribuire a ridurre le catture accidentali di specie non bersaglio, limitare gli scarti e diminuire le interazioni con organismi vulnerabili come squali, razze, tartarughe marine e mammiferi.
Anche la tecnologia può avere un ruolo: sistemi per migliorare l’efficienza energetica delle imbarcazioni, strumenti per il monitoraggio delle catture e nuove modalità di raccolta dei dati possono rendere più efficiente l’attività.
Ma la pesca non può essere separata dalla salute degli habitat.
Praterie di fanerogame, fondali costieri e altri ambienti marini rappresentano aree fondamentali per alimentazione, riproduzione e sviluppo di numerose specie, comprese quelle di interesse commerciale.
Proteggere questi ecosistemi significa quindi contribuire anche al mantenimento delle risorse dalle quali dipendono le attività dei pescatori.
«La sostenibilità non deve essere vista esclusivamente come un insieme di limitazioni», evidenzia Tiralongo. «Può diventare un’opportunità per rendere la pesca più efficiente, ridurre gli sprechi e garantire nel tempo la disponibilità delle risorse».
L’obiettivo, in questa prospettiva, è pescare meglio, attraverso strumenti e strategie capaci di tenere insieme caratteristiche biologiche delle specie ed esigenze degli operatori.
Il problema del ricambio generazionale
C’è poi una questione che riguarda il futuro del settore in maniera ancora più diretta: chi farà il pescatore domani?
Secondo il rapporto FAO-GFCM 2025, in metà dei Paesi considerati i giovani rappresentano meno del 7% degli occupati nella filiera della pesca e dell’acquacoltura.
Le condizioni di lavoro impegnative, l’incertezza economica e le difficoltà di accesso alla professione possono rendere il settore poco attrattivo per le nuove generazioni.
Allo stesso tempo, proprio l’innovazione potrebbe aprire nuove possibilità.
La pesca del futuro richiederà competenze che vadano oltre la tradizionale esperienza in mare: conoscenze tecnologiche, capacità di gestione delle risorse, formazione ambientale, competenze commerciali e capacità di utilizzare nuovi strumenti di monitoraggio.
Per le comunità costiere siciliane, favorire il ricambio generazionale significa anche mantenere vivo un patrimonio culturale costruito nel corso dei secoli.
Una pesca mediterranea possibile
Le difficoltà restano numerose. Il sovrasfruttamento di alcuni stock, il cambiamento climatico, la trasformazione degli habitat e le difficoltà economiche delle imprese richiedono risposte concrete.
Ma i dati sul recupero di alcune risorse mostrano anche che il declino non è necessariamente irreversibile.
Gestione scientifica, valorizzazione del pescato locale, innovazione tecnologica, adattamento ai cambiamenti ambientali e collaborazione tra ricercatori e pescatori possono diventare elementi di una strategia comune.
Per Tiralongo, il punto di partenza è proprio il riconoscimento del legame tra salute del mare e salute delle comunità che vivono lungo le coste.
«Dobbiamo superare l’idea che proteggere il mare significhi necessariamente penalizzare i pescatori. La conservazione della biodiversità e la sostenibilità economica della pesca sono due obiettivi che devono procedere insieme».
La prospettiva non è quindi quella di rinunciare a una delle attività più antiche del Mediterraneo, ma di accompagnarne l’evoluzione attraverso conoscenza, innovazione e gestione responsabile.
Perché il futuro della pesca non dipenderà soltanto da quanto mare riusciremo a sfruttare, ma soprattutto da quanto saremo capaci di conoscerlo, rispettarlo e valorizzarlo.