DEEP-IMPACT, a 1.600 metri di profondità anche i rifiuti raccontano l’impatto dell’uomo

di Giuliano Spina

Nel Canyon di Cefalonia bottiglie, lattine e guanti emergono accanto alla fauna degli abissi. La campagna internazionale coinvolge numerosi enti di ricerca, con una forte presenza italiana

A circa 1.600 metri sotto la superficie del Mar Ionio, dove la luce del sole non arriva e le condizioni ambientali sono tra le più estreme del Mediterraneo, il fondale racconta una storia che va ben oltre quella della vita negli abissi.

Le prime immagini della campagna oceanografica DEEP-IMPACT hanno mostrato infatti non soltanto sedimenti, organismi marini e le caratteristiche geomorfologiche del Canyon di Corfù-Cefalonia, ma anche oggetti di uso quotidiano: bottiglie, lattine, guanti e altri rifiuti di origine antropica.

Una scoperta che assume un significato particolare proprio per la profondità alla quale è stata effettuata. Anche gli ambienti più remoti del Mediterraneo, apparentemente lontani da qualsiasi attività umana, non possono più essere considerati isolati dall’impatto dell’uomo.

Una grande rete di ricerca, con l’Italia in prima linea

DEEP-IMPACT è un progetto internazionale coordinato dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS, nato per studiare gli ecosistemi profondi del Canyon di Corfù-Cefalonia e i collegamenti tra le acque costiere e gli ambienti abissali.

La componente italiana è particolarmente significativa. Al progetto partecipano infatti, oltre all’OGS, il CNR – Istituto di Scienze Polari, l’Università del Salento, l’Università degli Studi di Catania e il CoNISMa, Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare. Alla rete scientifica si aggiungono partner internazionali come la Scottish Association for Marine Science (SAMS), l’Università di Barcellona e il National Institute of Biology di Lubiana.

La campagna in corso, a bordo della nave oceanografica Aegaeo dell’Hellenic Centre for Marine Research, si concentra sul sistema profondo della valle Kerkyra-Cefalonia, nell’area dello Ionio centrale a ovest di Corfù.

Il piano di ricerca comprende quattro transetti e 20 stazioni di campionamento, distribuite tra circa 969 e 1.902 metri di profondità.

A 1.600 metri anche la fauna diventa oggetto di studio

Tra gli obiettivi della spedizione c’è anche la caratterizzazione della fauna che vive negli ambienti profondi.

Alle attività partecipa Francesco Tiralongo, biologo marino e ittiologo dell’Università degli Studi di Catania, impegnato in particolare nelle indagini sulla fauna ittica e nel campionamento attraverso trappole per pesci di profondità.

Ma la biodiversità osservata durante la campagna non si limita ai pesci. Tra gli organismi campionati figurano anche specie di gamberi di profondità, piccoli crostacei perfettamente adattati alle condizioni degli ambienti abissali.

La loro presenza è parte di un quadro biologico ancora largamente da conoscere: a quelle profondità vivono comunità specializzate, sottoposte a pressioni elevate, basse temperature, completa oscurità e disponibilità limitata di risorse alimentari.

Studiare questi organismi significa quindi comprendere non soltanto quali specie siano presenti, ma anche come siano distribuite lungo la colonna d’acqua e in relazione alle differenti caratteristiche ambientali delle stazioni.

Il viaggio delle acque dense dall’Adriatico allo Ionio

Uno degli aspetti centrali di DEEP-IMPACT riguarda proprio i collegamenti fisici tra aree del Mediterraneo apparentemente molto distanti.

Il progetto nasce infatti da precedenti studi dell’OGS che hanno evidenziato come le acque dense formatesi nel Nord Adriatico possano spostarsi verso sud lungo il margine delle coste adriatiche italiane fino a raggiungere i sistemi di canyon dello Ionio.

Durante questo percorso le masse d’acqua possono trasportare ossigeno, materia organica, sedimenti, microrganismi e contaminanti, creando una connessione fisica e biogeochimica tra ambienti marini anche molto lontani.

È proprio questa dinamica a rendere il Canyon di Corfù-Cefalonia un laboratorio naturale particolarmente interessante per gli oceanografi.

«Dal punto di vista oceanografico queste acque dense del Canyon rappresentano il collegamento tra la superficie e il fondo, una interconnessione chimico-fisica ed ecologica che determina le complesse dinamiche dell’ambiente marino», spiega Riccardo Martellucci, ricercatore dell’OGS e responsabile scientifico e operativo della campagna DEEP-IMPACT.

Bottiglie e lattine a 1.600 metri: un segnale difficile da ignorare

È proprio in questo contesto che la presenza dei rifiuti assume un significato particolare.

Una lattina, una bottiglia o un guanto a circa 1.600 metri di profondità raccontano che la distanza dalla costa non è sufficiente a proteggere gli ecosistemi marini dalle conseguenze delle attività umane.

Naturalmente, la sola osservazione dei materiali sul fondale non permette di stabilirne con certezza l’origine o il percorso seguito prima di arrivare in profondità. Saranno le successive analisi oceanografiche e ambientali a fornire elementi utili per comprendere meglio i meccanismi attraverso i quali i materiali antropici possono essere trasportati e accumularsi negli ambienti profondi.

Il fenomeno è però coerente con uno degli interrogativi centrali del progetto: quanto sono realmente connessi la superficie del Mediterraneo e i suoi ambienti più profondi?

ROV, DNA ambientale, microplastiche e trappole per la fauna

Per rispondere a questa domanda DEEP-IMPACT utilizza un approccio fortemente multidisciplinare.

La campagna comprende osservazioni con ROV, campionamenti della colonna d’acqua attraverso CTD-rosette, analisi del DNA ambientale, ricerca di microplastiche, studio del benthos e dello zooplancton, rilievi multibeam e l’impiego di glider e sistemi Argo.

A queste attività si aggiunge il campionamento della fauna attraverso trappole di profondità, fondamentale per ottenere informazioni sulla biodiversità degli ambienti studiati.

La combinazione dei diversi strumenti permette di mettere insieme dati biologici, chimici, fisici e geomorfologici e di costruire una fotografia molto più completa del funzionamento dell’ecosistema.

Un ambiente ancora in gran parte sconosciuto

Nonostante la tecnologia abbia permesso negli ultimi decenni di esplorare porzioni sempre più profonde degli oceani, il Mediterraneo profondo rimane ancora largamente inesplorato.

«Del Canyon di Cefalonia e, più in generale, degli ecosistemi profondi del Mediterraneo conosciamo ancora sorprendentemente poco», sottolinea Tiralongo.

Ed è proprio questa mancanza di conoscenze a rendere fondamentali campagne come DEEP-IMPACT. Per proteggere un ecosistema, infatti, è necessario prima conoscerne le specie, le relazioni ecologiche e i processi che ne regolano il funzionamento.

Ogni campione raccolto, ogni immagine e ogni dato oceanografico possono quindi diventare un tassello per ricostruire un ambiente ancora in gran parte nascosto agli occhi dell’uomo.

La ricerca per capire cosa succede sotto la superficie

DEEP-IMPACT, finanziato attraverso il programma europeo AQUARIUS, punta proprio a migliorare la conoscenza delle connessioni tra ambiente costiero e profondo, utilizzando infrastrutture e tecnologie avanzate per raccogliere nuovi dati sugli ecosistemi del Mediterraneo.

La campagna in corso mostra così due facce dello stesso mare.

Da una parte ci sono i gamberi di profondità, i pesci, il benthos e le comunità biologiche che vivono nell’oscurità, testimonianza di un mondo ancora poco conosciuto.

Dall’altra ci sono bottiglie, lattine e guanti, oggetti familiari che a 1.600 metri diventano il segnale più evidente di quanto anche gli ambienti più remoti siano collegati alle nostre attività.

È forse questo il messaggio più forte che arriva dalle prime immagini di DEEP-IMPACT: il mare profondo non è un mondo separato da quello in cui viviamo. Le correnti, le masse d’acqua e i processi oceanografici collegano la superficie agli abissi, trasportando vita, sostanze e, purtroppo, anche le tracce della nostra presenza.

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