Il Mediterraneo sta cambiando volto e la Sicilia è uno dei territori dove questa trasformazione è più evidente. Tra pesci tropicali, granchi provenienti da altri continenti e organismi mai osservati prima nelle nostre acque, il fenomeno delle specie aliene invasive sta attirando sempre più l’attenzione di scienziati, pescatori e cittadini. Per capire cosa sta accadendo abbiamo intervistato il dottor Francesco Tiralongo, biologo marino e ittiologo, che da anni studia l’evoluzione degli ecosistemi marini siciliani e il crescente impatto delle specie non native sulle coste dell’Isola.
Professore, si parla sempre più spesso di specie aliene invasive. Di cosa stiamo parlando esattamente?
Quando parliamo di specie aliene ci riferiamo a organismi introdotti dall’uomo, volontariamente o involontariamente, al di fuori della loro area naturale di distribuzione. Non tutte diventano invasive: alcune non riescono a stabilirsi, altre restano presenti con popolazioni limitate. Il problema nasce quando una specie aliena si insedia stabilmente, si espande rapidamente e provoca effetti ecologici, economici o sanitari. In quel caso parliamo di specie aliena invasiva.
Perché il Mediterraneo è così esposto a questo fenomeno?
Il Mediterraneo è un mare piccolo, semi-chiuso, molto trafficato e fortemente influenzato dalle attività umane. È collegato al Mar Rosso attraverso il Canale di Suez, riceve specie tramite il traffico navale, l’acquacoltura, il commercio e altri vettori. In più, si sta riscaldando rapidamente. Questo favorisce l’arrivo e l’insediamento di specie tropicali o subtropicali, che trovano condizioni sempre più adatte alla loro sopravvivenza.
Quindi il cambiamento climatico è un acceleratore?
Sì, certamente. Il cambiamento climatico non è l’unica causa, ma agisce come un amplificatore. Un mare più caldo rende più facile l’insediamento di specie provenienti da aree calde, soprattutto dal Mar Rosso e dall’Indo-Pacifico. È come se il Mediterraneo stesse diventando progressivamente più ospitale per organismi che in passato avrebbero avuto maggiori difficoltà a sopravvivere o riprodursi.
Quali sono gli effetti sugli ecosistemi marini?
Gli effetti possono essere molto diversi. Alcune specie competono con quelle native per spazio e risorse, altre sono predatrici molto efficaci, altre ancora modificano gli habitat o alterano le reti trofiche. Il punto importante è che un ecosistema non è una semplice lista di specie: è una rete di relazioni. Quando entra un nuovo elemento con caratteristiche ecologiche forti, l’equilibrio può cambiare anche in modo rapido.
E per la pesca? Le specie aliene sono sempre una minaccia?
Non sempre in modo semplice. Alcune specie possono creare problemi importanti alle attività di pesca, danneggiare reti, modificare le catture o ridurre la disponibilità di specie tradizionalmente pescate. Altre, però, possono diventare anche una risorsa commerciale, se commestibili e se gestite correttamente. Bisogna evitare due estremi: demonizzare tutto o pensare che basti “pescarle e mangiarle” per risolvere il problema. La gestione va valutata specie per specie, area per area.
Il caso del granchio blu ha reso il tema molto popolare. È un esempio utile?
Sì, perché ha mostrato quanto una specie aliena possa avere conseguenze ecologiche ma anche economiche e sociali. Il granchio blu può predare molluschi, interferire con attività lagunari e creare difficoltà agli operatori. Allo stesso tempo è una specie commestibile, e questo apre scenari di utilizzo commerciale. Ma trasformare una criticità in risorsa richiede organizzazione, filiere, controlli e una strategia seria.
Ci sono specie più preoccupanti di altre?
Sì. Le specie tossiche, velenose o particolarmente impattanti meritano grande attenzione. Penso, ad esempio, al pesce palla maculato, Lagocephalus sceleratus, che contiene tetrodotossina e non deve essere consumato, oppure al pesce scorpione, Pterois miles, dotato di spine velenose. Poi ci sono specie erbivore come alcuni siganidi, capaci di modificare profondamente le comunità algali. Ogni specie ha una sua storia e un suo livello di rischio.
Che ruolo hanno i cittadini nel monitoraggio?
Un ruolo enorme. Oggi molti avvistamenti arrivano da pescatori, subacquei, fotografi naturalisti, diportisti e semplici cittadini. Una foto, un video, una segnalazione georeferenziata possono diventare dati scientifici preziosi, soprattutto per intercettare precocemente nuove presenze. La citizen science non sostituisce la ricerca scientifica, ma la rafforza moltissimo, perché moltiplica gli occhi in mare.
Come dovrebbe comportarsi una persona che trova una specie insolita?
La cosa migliore è fotografarla o filmarla, annotare località, data, profondità o tipo di ambiente, e inviare la segnalazione a progetti scientifici o enti competenti. Se si tratta di specie potenzialmente tossiche o velenose, bisogna evitare il consumo e maneggiarle con cautela. Non serve creare allarmismo, ma nemmeno sottovalutare: informazione corretta e segnalazioni rapide sono fondamentali.
Siamo ancora in tempo per controllare il fenomeno?
Dipende dalle specie e dalle aree. In molti casi eradicare una specie marina aliena è praticamente impossibile una volta che si è stabilita. Però possiamo monitorare, contenere, ridurre gli impatti, informare pescatori e cittadini, adattare la gestione e prevenire nuove introduzioni. La prevenzione resta l’arma più efficace.
Qual è il messaggio principale che vorrebbe arrivasse al grande pubblico?
Che il mare sta cambiando, e non in modo astratto o lontano. Sta cambiando nelle reti dei pescatori, nelle immersioni dei subacquei, nei mercati ittici, nelle lagune, nelle spiagge. Le specie aliene invasive sono uno dei segnali più evidenti di questa trasformazione. Non dobbiamo affrontarle con paura, ma con conoscenza, rapidità e collaborazione. Il Mediterraneo è un mare straordinario, ma anche fragile: capirne i cambiamenti è il primo passo per proteggerlo davvero.