Da Dante a Umberto Eco, da Gioacchino da Fiore a Julius Evola, da Giovanbattista Vico a Egon Friedell, la tendenza a leggere, interpretare e valutare il mondo che ci circonda come una «selva di simboli», non viene fermata da alcun diaframma, ideologico, contenutistico o spirituale che si voglia! Il mondo è solo quello che si vede? Riformuliamo quest’interrogativo, antico quanto l’essere umano, in modo ancora più semplice.
Possiamo capire, meglio degli altri, le persone e il mondo che ci circonda se facciamo uso di una lettura simbolica delle cose, fruendo della fisiognomica e dei parallelismi zoomorfi? Abbiamo una marcia in più oppure siamo preda di seghe mentali? Vinciamo o perdiamo la “battaglia” per incidere sulla società, quando adoperiamo un simile “armamentario” esegetico? Risposta affermativa! In un mondo ogni giorno più alienato dallo strapotere delle tecnologie, tornano di grande aiuto i parallelismi tra l’aspetto esteriore degli uomini, con i loro tic e i loro vezzi, da correlare al mondo “esterno”, fatto di altri esseri, quali gli animali, e composto da oggetti che ci aiutano a superare le mille difficoltà di ogni giorno, fossero anche le più banali.
Hai bisogno di uno spillo? Ti è mai balenato in mente il famoso rimando ad Alessandro Altobelli, Campione del Mondo di Calcio nel 1982 con la Nazionale Italiana, detto “spillo” per la sua costituzione asciutta e filiforme, come quello spillo che adopera la sarta nella bottega sotto casa? Lo sport del calcio non è mai stato sottratto alle “lenti”, vuoi illuminanti vuoi deformanti, delle comparazioni simboliche con l’universo-mondo. Nella nostra nazione, il calcio non è mai stato uno sport come gli altri.
L’Italia pallonara (da non confondere con l’Italia “cazzara”) ha sempre riversato, sulle squadre confrontantesi sul rettangolo verde, le sue illusioni, le sue tensioni, le sue realizzazioni o i suoi fallimenti. L’attuale febbre da Mondiale rimette in gioco, tanto per attenerci al trinomio “calcio-identità-società”, le comparazioni simboliche che rendono così divertente, popolare e condiviso il «gioco più bello del mondo». Volete un esempio, giusto per rimanere in tema di Campionato del Mondo di Calcio, giocato nell’Anno Domini 2026? Prendiamo il caso del famosissimo Erling Haaland, 25 anni, attaccante della Norvegia.
Il mondo degli appassionati non solo lo “venera” (con piena maturità laica e senza blasfemie, per intenderci), ma lo definisce il «Troll più importante del mondo». La parimenti “mitica” Treccani ci viene in soccorso, al fine di rinverdire in noi il significato della parola Troll. Ecco a voi la definizione: «Nelle credenze popolari scandinave, abitante demoniaco e fiabesco di boschi, montagne, luoghi solitari, immaginato ora in figura di gnomo ora di gigante, con lunga e disordinata capigliatura e un naso lunghissimo».

Le coreografie della tifoseria norvegese alimentano i miti e i simbolismi, legati al retaggio epico delle popolazioni nordeuropee del Medioevo, i loro antenati. Vogliamo unirci a loro e remare anche noi, a bordo di un’immaginaria nave vichinga, ricavata dall’aerea dello stadio occupata da quanti sventolano bandiere con la croce scandinava? Guardo un libro sulla mia scrivania, dal quale spicca la foto di Gianni Brera (1919-1992), grandioso giornalista sportivo della generazione dei nostri padri, vero e proprio coniatore di appellativi simbolici.
Nella foto, il “nume” del calcio narrato all’italiana mi sembra più paonazzo del solito. Mi consolo pensando alla passione di Brera per il buon vino: ci sarebbe da prendere esempio da lui anche su questo, onde evitare l’ennesima incazzatura da esclusione dal mondiale. Quando gli studiosi analizzeranno gli eventi calcistici legati al Mondiale di quest’anno, non degneranno i calciatori azzurri di alcuna riflessione “simbolica” di alto profilo.
(Immagine posta a corredo del presente articolo, scelta e commentata, a beneficio dei lettori, dal prof. Marco Leonardi: quando il talento artistico di un illustratore di prim’ordine, quale l’artista statunitense Frank Frazetta [New York 1928 ‒ Fort Myres (Florida) 2010], incontra il mito, non c’è rielaborazione artistica che ne possa tenere il passo! Ecco a voi una delle sue illustrazioni tra le più note a firma del «re delle illustrazioni fantasy del secondo novecento», incentrata su un guerriero vichingo, determinato a raggiungere lo scopo prefissatosi, di certo una meta che richiede sacrificio e impegno, prima di essere raggiunta. Dite la verità, almeno per questa volta: chi potrebbe mai avere una “faccia di tolla” tale da associare questo guerriero vichingo ad un qualsivoglia componente della compagine “azzurra”, non qualificatasi alla fase conclusiva dei mondiali statunitensi?