La Repubblica Italiana del Terzo Millennio potrà finalmente vantare una memoria storica condivisa e pacificata? Riprendiamo a ricordare Umberto II di Savoia (1904-1983), il Re “incompiuto” che ha saggiamente rifiutato la guerra civile come nefasta soluzione al caos

di Marco Leonardi

Di certo non pensiamo al Re d’Italia tutte le volte che intoniamo quella “canzoncina”, magnificamente orecchiabile, di Gianni Togni, annata 1980 e intitolata «Luna». Il ritornello allude grossomodo a guardare il mondo da un oblò, annoiandosi un po’: facilissimi giochi di parole, da riprendere in attesa che il barbiere ti faccia salire in poltrona! Quel 13 giugno del 1946, di noia all’aeroporto romano di Ciampino ce n’era davvero poca.

Lucciconi agli occhi e bandiere tricolori con lo stemma sabaudo facevano il paio con la foto di un signore davvero compassato, in parte glabro e dai modi signorili, che salutava i suoi sodali al momento di salire su un aereo e prendere posto accanto a un oblò. Quel “signore” era Re Umberto II di Savoia, nell’atto di lasciare per sempre l’Italia. Il volo lo porterà in esilio in Portogallo; il 14 giugno arrivò a Lisbona. Per la casa reale dei Savoia la guida politica dell’Italia divenne un capitolo definitivamente chiuso.

Iniziava un esilio che porterà il figlio di Vittorio Emanuele III, al secolo Umberto Nicola Tommaso Giovanni Maria di Savoia, a vivere lontano dal suo paese natio, circondato solo dall’affetto dei figli Maria Pia, Vittorio, Emanuele Maria Gabriella e Maria Beatrice. La moglie, Maria Josè del Belgio, inizierà una vita dedita a viaggi e missioni, purché lontana da un consorte che non amava. Ieri abbiamo assistito alle celebrazioni per gli ottant’anni della Repubblica Italiana.

La Storia è andata in una delle sue imprevedibili direzioni. La Repubblica è ormai il patrimonio istituzionale condiviso da tutto il popolo italiano. Quando avremo, finalmente una memoria storica condivisa e pacificata? Sembra che l’ultimo “convitato” di pietra sia proprio la monarchia sabauda. Lasciamo cuocere nel loro brodo i “soliti” apologeti della guerriglia partigiana ad oltranza. Rutilare, detestare e odiare, insegnava Sant’Agostino, è quella tara, derivata dal peccato originale, che, aggiungiamo noi da profani, neanche il battesimo può estirpare dal cuore corrotto di taluni!

La stragrande maggioranza degli Italiani, però, manifesta simpatia e comprensione per i loro ex regnanti. Dovremmo forse fare sconti a quei sovrani che approvarono l’infamia delle leggi razziali, non mossero un dito quando l’Italia entrò nel secondo conflitto mondiale e fuggirono a Brindisi nel settembre 1943 da veri cagasotto, per sfuggire ai nazionalsocialisti di stanza in Italia?

Abbiamo una memoria ferrea, di certo non dimentichiamo le ombre. Notiamo, tuttavia, una certa faciloneria nel dimenticare le luci: dopo aver unificato l’Italia, dopo essere stati gli artefici di una prima modernizzazione di un paese che non aveva neanche una linea ferroviaria che unisse il Piemonte alla Sicilia, dopo avere costituito un contrappeso istituzionale al fascismo più estremo, dopo aver dato speranza, gioia e finalità esistenziali a milioni di Italiani, dovremmo oggi cancellare tutto con un colpo di spugna abrasiva, magari adorna di stella rossa?

«L’esilio di Umberto II fu un atto d’amore per l’Italia»: riprendere le parole proferite, in occasione del 2 giugno 2026, da Emanuele Filiberto di Savoia, sarebbe un ottimo punto d’inizio per rilanciare una memoria, finalmente pacificata e condivisa, nell’Italia del Terzo Millennio. Vorremmo vivere in una Repubblica dalle fondamenta memoriali solide e ben rappresentanti tutte le sue componenti, quelle provenienti dalle fila della monarchia nazionale sabauda incluse. Se Toto Cutugno cantava di un «Partigiano come Presidente», noi vorremmo intonare una melodia, intitolata «memoria nazionale», da cantare senza partigianerie! 

(Immagine scelta per il presente articolo: Umberto II di Savoia [Racconigi 1904 ‒ Gineva 1983], ultimo Re d’Italia dal 9 maggio al 18 giugno 1946. Il terzogenito di Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena del Montenegro è stato un “Sovrano” (più per il suo titolo che non per l’esercizio effettivo del ruolo di monarca, in realtà di brevissima durata) dallo stile compassato, era un grandissimo amante della cultura e dei libri, da Lui considerati uno dei più preziosi “alleati” con i quali trascorrere l’esilio forzato dalla sua amatissima Patria Italia)

Autodafé immaginato, puntata n° 19 di mercoledì 3 giugno 2026