Cosa significa, martedì 2 giugno 2026, commemorare l’ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana, «fondata sul lavoro»? Diamo la parola a un venditore della fiera di Catania, tanto fittizio che più reale non si può

di Marco Leonardi

Piacere, mi chiamo Salvatore, ma tutti, nella mia città natia di Catania, mi chiamano Turi. Non vi rivelo il mio vero cognome: accontentatevi dell’usuale «Falsaperla». Grazie ad un simile “trucchetto”, sono certo di risvegliare l’interesse alla lettura in tutti i miei concittadini (di certo non mi rivolgo solo a loro), cresciuti a sberleffi e barzellette in stile «Giuseppe Castiglia».

Dalla mia Catania a Bolzano, sento ripetere, a palla, la solita solfa, vuoi autoreferenziale vuoi falsamente esaltante, del primo articolo della Costituzione: «L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro». Non sono preparato come tutti quegli “straordinari” presentatori televisivi, che competono a chi esalta di più un dettato costituzionale che trasuda una studiata assenza di pomposità da ogni comma, quindi sto zitto. Perdonatemi, illuminate eminenze grigie, se guardo all’esempio del calcio italiano, da buon italiota.

Fondata sul lavoro? Alludiamo a quell’Italia che mio figlio Concetto, nove anni ad agosto, non ha mai visto giocare ai mondiali di calcio? Ricordo che mi emozionavo da matti, solo a vedere i vari Zoff, Bergomi, Gentile, Scirea, Collovati, Cabrini, Causio, Conti, Altobelli, Tardelli, Rossi, tutti al centro del triangolo verde, cantare l’Inno Nazionale ai Mondiali di Spagna del 1982, sotto la guida paterna di Enzo Bearzot.

Sugli spalti ci sentivamo supportati, in primis, dal Presidente Sandro Pertini, impareggiabile nel sorridere mentre ondeggiava la mano che impugnava l’immancabile pipa! Nella mia vita, la parola travagghiu, resa in lingua italiana con la parola «lavoro», individuava la dimensione fondamentale dell’uomo, il suo ruolo nel mondo, la sua funzione nella società. Senza lavorare non si mangia, diceva mio padre! «Chi non lavora, non fa l’amore», cantava nel 1971 quel “molleggiato” di Adriano Celentano!

Siamo arrivati al 2 giugno del 2026. Tutti osannano, a parole, quell’Istituzione che ha scolpito il valore centrale del lavoro nel suo biglietto da visita al mondo intero, chiamato «Costituzione della Repubblica Italiana». Lavoro? Tra ponti lunghi, ponti brevi, ponti di media durata, la città sembra popolata solo da turisti! Lavoratori? Meglio non pensare al celebre “gesto dell’ombrello”, scena-cult del cinema italiano ad opera di Alberto Sordi nel film «I vitelloni». Uscito nel “preistorico” 1953, il messaggio del film è più attuale che mai.

La stragrande maggioranza della popolazione sembra vivere il «2 giugno» in un clima di svago assoluto, quasi annoiata da richiami ad un dovere civico che non c’azzecca niente con le aspirazioni ad un’esistenza intrisa di piaceri materiali e di godimento del momento in cui si vive. Altro che sacrificare l’uovo di oggi per la gallina di domani.

Pur di vivere edonisticamente il momento attuale, il domani si riduce ad una mera ripetizione dell’esistente! Ricreare una nuova simbiosi tra la nostra identità e la mansione lavorativa svolta, dovrebbe essere la strada da percorrere, onde ricreare la necessaria armonia tra noi, il lavoro che svolgiamo e il mondo in cui viviamo.

Ottanta, non più ottanta? Facciamo i complimenti alla nostra forma statuale per il prestigioso traguardo raggiunto. Sarebbe ora di riconciliarci con il nostro passato: lasciamo le cesure nette e insanabili ai talebani de noartri. «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Travagghiamu, ovvero lavoriamo! Non esiste risposta migliore per rispondere ai tanti scioperanti-scioperati, che discreditano, con la loro negligenza, quella Repubblica che è stata costruita in virtù del lavoro quotidiano dei nostri nonni e dei nostri padri. Spetta solo a noi evitare di creare nuove rovine spirituali, esecrabili quanto le rovine materiali, lasciateci dal secondo conflitto mondiale. Auguri di Buon ottantesimo Compleanno, Repubblica Italiana!

(Foto scelta per l’occasione. Scatto effettuato su un bancone di vestiario per giovani e infanti, riproducente un “tassello” del variopinto mercato della «Fera U’ Luni» di Catania, presso la centralissima Piazza Carlo Alberto. Brulicante di lavoro, di voci e di gestualità, la fiera di Catania ha ispirato poeti, musicisti, scrittori, parimenti intenti a ricostruire uno dei microcosmi trai i più vivaci delle piazze-mercato d’Italia)

Autodafé immaginato, puntata numero 18 di martedì 2 giugno 2026

jacktoto