Oggi 5 gennaio 2026 sono passati 42 anni dall’uccisione di Giuseppe Fava, il cronista nativo di Palazzolo Acreide, ma trapiantato a Catania, impegnato da sempre nella lotta contro la mafia per via delle sue inchieste e assassinato dai sicari di Cosa Nostra mentre andava a prendere la nipotina al Teatro Stabile nella via adesso intitolata a lui, un tempo via dello Stadio.
Memoria e impegno civile
La sua carriera cominciò nel quotidiano del pomeriggio Espresso Sera per poi proseguire con la direzione del Giornale del Sud nel 1980. Un’esperienza questa che vide crescere la sua notorietà di giornalista di inchiesta e durante la quale portò avanti una redazione giovane che in seguito portò con sé nel nuovo progetto editoriale I Siciliani, uscito per la prima volta nel novembre 1982. Nel mese successivo Fava face uscire il suo articolo intitolato I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa, che parlava delle relazioni tra l’imprenditoria e il potere mafioso nel capoluogo etneo.
Il ricordo di Pietro Grasso
Le sue inchiesta andarono avanti fino al triste epilogo il 5 gennaio 1984 con l’assassinio di fronte al Teatro Stabile, che portò alla condanna dei boss Nitto Santapaola e Aldo Ercolano. Adesso a distanza di 42 anni dall’accaduto a ricordarlo è l’ex presidente del Senato Pietro Grasso con queste parole sulla sua pagina Facebook: «42 anni fa, il 5 gennaio 1984, Giuseppe Fava veniva assassinato all’uscita dalla redazione del suo giornale, “I Siciliani”».
«Con le sue inchieste aveva squarciato il velo sull’intreccio tra mafia, politica e imprenditoria a Catania, dando voce a chi non ne aveva e documentando una realtà che riguardava tutti gli italiani. Fava non era solo un giornalista. Era un intellettuale completo: drammaturgo, scrittore, poeta. La sera del 5 gennaio uscì dalla redazione per andare a prendere la nipote a teatro. Non fece in tempo a scendere dalla sua Renault che venne freddato con cinque colpi alla nuca».
Il ricordo del figlio Claudio
Il figlio Claudio Fava, che ne ha portato avanti l’impegno civile, ha detto: «Non spetta a me dire come il suo insegnamento vada avanti, ma il modo con il quale è stato accolto dalle generazioni successivi lo ha reso attuale. Non è tanto ricordarlo una volta l’anno, ma è importante che la sua lezione di giornalismo che sembra aver attecchito nelle nuove leve».
Via molti alibi, ma ancora tanta strada da fare
Quello che ha fatto Giuseppe Fava ha cambiato per certi aspetti la mentalità dei catanesi, in quanto «ha contribuito a togliere molti alibi ai cittadini del capoluogo etneo. Dietro quegli alibi ci si rifugiava e si faceva finta di non capire cosa stesse succedendo a questa città, ma non stiamo parlando di una storia archiviata, bensì di una storia che in parte continua e con la quale questa città non ha fatto ancora fino in fondo i conti».
«Questa città talvolta affronta sé stessa voltando lo sguardo dall’altra parte. Non tutti i problemi di questa terra sono stati risolti per la denuncia civile di mio padre, che è servita a spazzare molti alibi. Purtroppo nel corso degli anni molte persone hanno continuato a buttarsi dall’altra parte. Quel sistema di potere, anche se con forme meno arroganti di allora, fa parte del presente che ancora viviamo».
Il senso della responsabilità
Il senso della responsabilità è importante per i catanesi e in questo senso «c’è ancora tanta strada da fare e pane da masticare. I ragazzi vanno via da qui perché le concrete opportunità si manifestano altrove. Il punto è fare in modo che questa terra garantisca lo stesso livello di qualità della vita che spesso viene cercato altrove. L’accontentarsi di quello che c’è per il catanese può rischiare di diventare un rifugio rispetto a 60 anni fa».