Troppi farmaci agli anziani, la sfida della deprescrizione per il Ssn

di Riccardo Castro

Non prescrivere soltanto il farmaco giusto, ma verificare periodicamente se quelli già prescritti siano ancora tutti necessari.
Con l’invecchiamento della popolazione e la crescente diffusione della multimorbilità, la deprescrizione sta assumendo un peso sempre maggiore nelle strategie per la sicurezza delle cure.

Non significa semplicemente ridurre il numero dei medicinali assunti da un paziente. Il deprescribing è un processo clinico strutturato attraverso il quale vengono rivalutati benefici e rischi delle terapie in corso e può essere decisa, sotto controllo medico, la sospensione o la riduzione dei trattamenti diventati inappropriati, non più necessari o potenzialmente dannosi.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha inserito la politerapia tra le aree prioritarie del programma globale Medication Without Harm. Il problema riguarda soprattutto gli anziani: con l’aumento delle patologie croniche crescono generalmente anche prescrittori e terapie, con il rischio che farmaci introdotti in momenti differenti continuino a sommarsi senza una rivalutazione complessiva.

Non è il numero dei medicinali, di per sé, a rendere una terapia inappropriata. Un paziente con più malattie può avere bisogno di numerosi farmaci. Il rischio nasce quando rimangono nel piano terapeutico medicinali il cui rapporto tra benefici e rischi è cambiato, che possono interagire tra loro o che non rispondono più alle condizioni e alle priorità cliniche della persona.

È qui che entra in gioco la medication review: un esame strutturato dell’intera terapia finalizzato a verificarne appropriatezza, efficacia e sicurezza. Le indicazioni del NICE britannico individuano proprio nelle persone anziane, nei pazienti cronici e in quelli che assumono più medicinali alcune delle categorie nelle quali una revisione strutturata può essere particolarmente importante. La revisione può portare a confermare la terapia, modificarne dosaggi e modalità oppure sospendere uno o più medicinali. Deprescrivere, dunque, non è il contrario di prescrivere: è parte dello stesso processo di appropriatezza e deve avvenire sotto supervisione clinica.

Le evidenze disponibili invitano però a distinguere tra risultati ormai abbastanza consolidati e benefici ancora da dimostrare pienamente. Una revisione dei trial randomizzati pubblicata dal BMJ nel 2024 mostra che gli interventi di deprescrizione possono migliorare diversi indicatori legati all’appropriatezza e ridurre l’impiego di farmaci potenzialmente inappropriati. Meno univoca è invece la dimostrazione di una riduzione di ricoveri e mortalità. 
La distinzione è rilevante anche per il Ssn: migliorare l’appropriatezza terapeutica è un risultato sostenuto dalle evidenze; quantificare quanto questo possa tradursi in minori ricoveri e minore spesa richiede ancora maggiore cautela.

La deprescrizione pone infatti anche un problema organizzativo. Il paziente anziano con multimorbilità passa frequentemente dal medico di medicina generale agli specialisti, dall’ospedale al territorio. Una terapia può essere modificata durante un ricovero, integrata successivamente da uno specialista e poi nuovamente gestita dal medico di famiglia.

Senza una revisione complessiva, il rischio è che il piano terapeutico diventi progressivamente la somma di decisioni appropriate prese in momenti differenti, ma mai rivalutate nel loro insieme.

Il medico di medicina generale occupa quindi una posizione centrale e strategica: conosce la storia clinica del paziente, può ricostruire prescrizioni provenienti da specialisti diversi e verificare nel tempo tollerabilità, aderenza ed evoluzione delle condizioni cliniche. La difficoltà è soprattutto organizzativa: rivedere seriamente terapie complesse richiede tempo, informazioni aggiornate e coordinamento tra professionisti.