Come siamo arrivati a Tony Pitony?

di Erika Giacira

Ieri sera me lo sono chiesto più volte. Come siamo arrivati a Tony Pitony? Non nel senso di algoritmo, di TikTok o di meme. Quella è la risposta facile.

Per chi non lo conoscesse, Tony Pitony è un artista nato sul web che ha costruito il proprio successo tra parodie musicali e un umorismo volutamente assurdo e dissacrante. Negli ultimi anni è diventato un vero e proprio fenomeno: l’ho ascoltato la prima volta ad agosto 2024 e il mio primo pensiero è stato spegnere la radio. Non l’ho capito, ci è voluto tempo per farlo. Nel frattempo lui si è fatto largo, ha dominato l’algoritmo di Tik Tok ed è arrivato persino al festival di Sanremo. Sempre con la sua maschera di Elvis, sia ovvio. Dunque era arrivato il momento di capire il fenomeno dal vivo, acquistando un biglietto per il concerto che ieri sera ha fatto tappa alla Villa Bellini di Catania.

Alle 21.30 il concerto comincia. Ma la domanda resta la stessa. Mi chiedo come siamo arrivati al punto in cui migliaia di persone si ritrovano sotto un palco a cantare La minchia mi pisa nchilu (nchilu cu tuttu i pilu) o  a urlare “Viva la minchia “, a ridere di riferimenti che, fuori da quel contesto, sembrerebbero completamente privi di senso. Eppure, ieri sera, tutto aveva perfettamente senso.

         

Tony Pitony non porta sul palco un concerto. Porta un linguaggio, porta uno show.

La serata è iniziata ancora prima della musica. Le gag con il pubblico, i gonfiabili a forma di tette che volavano sopra la platea: un’introduzione che chiariva subito una cosa. Le regole sarebbero state diverse da quelle di un concerto tradizionale.

Sul palco si sono alternati venditori di cocco, nani, richiami a Baywatch (e Pamela Anderson), cambi di scena continui e una band perfettamente dentro il gioco, a partire dalla mise coordinata con quella del cantante. Ogni elemento sembrava contribuire a costruire un universo in cui il nonsense diventava improvvisamente coerente. Persino il momento in cui riconosce il Liotru… dai piedi è una surreale. Non importa se è assurda, importa che faccia parte del gioco.

Ed è proprio qui che, secondo me, sta il punto. Nel gioco. Abbiamo passato anni a chiedere alla musica di essere tante cose: di prendere posizione, di denunciare e persino di educare. A volte ci dimentichiamo che la musica può essere anche altro.

Può essere gioco. Gioco nel senso più nobile del termine. E questo a Tony Pitony premeva dirlo sul palco. Chiude il suo show con la frase “Chi non gioca non è vecchio. Chi non gioca è morto”.  Il cantante ha capito una cosa che spesso dimentichiamo: le persone hanno bisogno di condividere un gioco. I bambini lo fanno naturalmente. Gli adulti, invece, cercano sempre una giustificazione.

Questo è Tony Pitony e ieri ascoltando live l’ho capito. Ha dato a tutti noi la possibilità di creare uno spazio in cui, per un paio d’ore, migliaia di persone accettano la stessa regola: giocare. Ieri sera non ho assistito a un concerto. Ho visto migliaia di persone concedersi il lusso di giocare insieme.

Erika Giacira