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Aborto in Sicilia. Ieri come oggi medici obiettori che operano clandestinamente

Se la storia insegna, nel caso dell’aborto molto spesso ci troviamo ancora bloccati in una mentalità meschina.

L’indagine portata avanti da La Repubblica l’estate scorsa scoperchiava una realtà vicina, anzi vicinissima a noi, ma sempre taciuta. Gli aborti clandestini, in fondo, nell’era digitale sembravano soltanto una coppia di parole scritta su un foglio ingiallito. Un retaggio del passato che magicamente la legge 194 aveva soffocato, guardando al futuro dove l’interruzione di gravidanza rappresenta una scelta consapevole e sopratutto segno dell’appropriazione della donna del proprio corpo. Come recitano gli slogan femministi: corpo mio, scelte mie.

E invece nel 2021 sull’Isola si continua ad abortire clandestinamente a causa dell’altissimo numero di obiettori di coscienza associato alle difficoltà negli spostamenti interregionali. Il congresso nazionale dell’Associazione Luca Coscioni qualche giorno fa ha presentato l’indice “Mai dati!” che svela numeri raccapriccianti: la Sicilia vanta l’85% di obiettori di coscenza. Una percentuale che unita alla pressione esercitata dalla fede ed alla scarsità di informazioni reperibili spingono sempre più le donne ad optare per soluzioni non istituzionali.

La Sicilia contadina rispecchiava i valori fascisti

Oggi come nell’epoca fascista dunque l’atmosfera repressiva avvolge le pratiche abortive. Cosa accadeva sotto il regime di Mussolini? Alla donna “di crisi”, una figura indipendente figlia dell’urbanizzazione delle classi rurali che seguiva la tendenza estetica del periodo per una figura filiforme associata alla sterilità si contrapponeva la massaia. La tipica figura siciliana, madre di tanti figli.

E come poteva una politica incentrata sull’aumento della popolazione non spingersi contro l’aborto? Benito Mussolini promosse una compagna contro i metodo contraccettivi, obbligando i cittadini a segnalare i medici che praticavano l’aborto. Alla fine degli anni Venti, l’aborto era praticato circa per il 18 % di tutte le gravidanze. Il numero però era destinato ad aumentare nell’Italia settentrionale quando sempre più donne furono impiegate come operaie nelle grandi fabbriche. Fu il Codice Rocco del 1930 ad includere sia la contraccezione che l’aborto tra i crimini contro l’integrità della stirpe. Malgrado l’aborto fosse già reso illegale dal Codice penale Zanardelli del 1889.

Il regime fascista conosceva lo stretto legame tra le madri e le levatrici in quanto le classi più povere non potevano permettersi ostetrici e pediatri. La levatrice assumeva dunque un ruolo chiave nell’esito della campagna demografica, sviluppatosi contro le cause della dimi­nuzione delle nascite, “che quasi tutte si compendiano nella sterilità volontaria e sono d’ordine morale”. Così nel 1938 l’Onmi istituì corsi di aggiornamento culturale e pratico destinato alle levatrici mentre qualche anno dopo fu introdotto un nuovo regolamento che attribuiva alle ostetriche la vigilanza di madre e bambino fino al terzo anno di età. Qualsiasi sospetto di aborto, autorizzava l’operatrice a richiedere l’intervento del medico.

Malgrado la severa azione repressiva si conta che in Sicilia, dieci anni dopo gli aborti fossero addirittura triplicati.

Ma quanto costava abortire clandestinamente in epoca fascista?

Le pratiche abortive avevano un prezzo molto alto: gli interventi variavano da 400 lire (per irrigazioni) a 600 (per applicazioni di sonda). Se a svolgere l’intervento, invece, era un professionista il prezzo saliva vertiginosamente fino a 800/900/1000, ma in alcuni casi fino a 2100 lire.

Di questi aborti abbiamo pochissime tracce in quanto erano difficili da scoprire. I casi balzati agli onori della cronaca sono legati a complicazioni di vario tipo, emersi raramente su denuncia anonima. Pochissimi erano i casi in cui la scoperta scaturiva grazie alle indagini della polizia.

Le donne che abortivano come antiche streghe in Sicilia

Analizzando le esperienze raccontate dalle contadine siciliane, l’antropologa Nancy Triolo ha notato come, le donne nate tra il 1892 e il 1931,  dimostravano “una disinvoltura e una mancanza di rimorso sorprendenti nel parlare della loro vicenda”

Le donne che chiedevano l’aborto erano viste come fattucchiere, eretiche da condannare dinanzi all’opinione pubblica così come riportato sulla rivista Lucina, organo ufficiale delle Ostetriche: «L’atto che può condurre alla vittoria della vita sulla morte, che può fare del nuovo nato un essere sano oppure uno sventurato è quello dell’ostetrica. […] Perciò a presiedervi sono chiamate le più degne. […] restituita la nobiltà la loro missione ecco che queste superbe fiancheggiatrici della battaglia demografica, hanno ritrovato quella bellezza e quella gioia».

«Non più la levatrice ignorante in lotta perpetua con la stessa scienza che dichiarava di servire […] ,diventava la curiosa sacerdotessa di un rito tenebroso e ridicolo. Confondendo la sua meravigliosa missione con una compiacenza verso il peccato riusciva a diventare quell’odioso essere che i cronisti dell’800 chiamavano fattrici d’angeli. Sembra che un uragano abbia spazzato via queste miserie e questi terrori, queste parenti strette delle avvelenatrici di medioevale memoria, queste nemiche dell’umanità, che meritavano davvero come le antiche streghe d’esser arse vive».

Ad oggi sono passati 40 anni dal referendum che segnò l’entrata in vigore alla legalizzazione dell’aborto e della legge 194. Ma qualcosa è cambiato davvero?

 

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