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Sospesi padrini e madrine. Il Vicario Generale: “Il ruolo della famiglia è cambiato”

Sospesi padrini e madrine. Il Vicario: “Il ruolo della famiglia è cambiato”

La sospensione della figura del padrino e della madrina avviata dalla Curia di Catania è un gesto forte, figlio di una decisione attentamente maturata dinanzi alla perdita del vero senso dei sacramenti.

L’experimentum avrà la durata di tre anni e porta con sè tanta fiducia nei confronti di una ritrovata e consapevole fede da parte dei giovani. Ma a fare la parte del leone dovrà essere la famiglia, il cui sostegno in questo percorso sarà fondamentale. L’intento non è facile: il qualunquismo del “i tempi sono cambiati” non si smentisce in questo caso e adesso la famiglia è un luogo di condivisione sempre meno coeso.

Il Vicario Generale: “Il ruolo del padrino si è smarrito”

È il Vicario Generale Mons. Salvatore Genchi a parlarci della decisione intrapresa dalla Curia.

«Il senso di questa figura si è smarrito poiché spesso diventa una scelta che non ha alcuna motivazione cristiana bensì è dettata da ragioni sociali, molte famiglie lo fanno per “sdebitarsi”. Ma il ruolo del padrino è quello di essere un collaboratore di fede del genitore. In generale dunque i padrini non sembravano essere una presenza davvero significativa in tal senso. Da questa riflessione è nata la decisione di sospendere questa figura al fine di recuperarne la vera essenza».

«Cinquant’anni fa nelle comunità si era molti uniti, – ricorda il Vicario Generale –  la domenica ci trovavamo tutti a messa mentre adesso la presenza si attesta sul 15%. Vorremmo intensificare il ruolo dei genitori che sono i primi educatori dei figli proprio a partire dal battesimo. La scelta di battezzare un neonato nasce proprio dalla fede dei genitori ma andando avanti quel cammino cristiano si perde. Abbiamo bisogno di recuperarci. Dunque abbiamo anche cercato di sensibilizzare le comunità parrocchiali: i sacerdoti trovano difficoltà a relazionarsi in questo mondo sempre più tecnologico. Non ci attendevamo di certo applausi, ma in noi alberga la speranza che le comunità cristiane possano recuperare il senso della figura del padrino».

“Finita la cresima non vediamo più né figli né genitori”

La Chiesa dunque sembra avere alcune difficoltà nel formare le nuove generazioni a causa dei tempi che cambiano molto velocemente. È altrettanto vero che molti giovani si fermano alla cresima, non diventando dunque cristiani adulti a causa di una fede che si è sviluppata solo superficialmente.

«Il ruolo della famiglia è cambiato negli ultimi tempi: sono credenti e praticanti fino alla prima comunione. – afferma il Vicario Generale – I giovani oggi sono autonomi e tante volte non desiderano cresimarsi. Il calo c’è ma non è un discorso solo cristiano. Vedo tanti giovani praticare il volontariato e dunque dare sostegno alla società ma vorrei che il volontariato diventi impegno preciso. I sacramenti sono sempre meno presenti, finita la cresima non vediamo più genitori né figli. Gesù dice che siamo un piccolo gregge ed è vero, ma ci interessa poter parlare a tutti».

«Il 90% di chi fa la cresima chiude così il proprio percorso spirituale: allora o è colpa nostra o dobbiamo cambiare metodo. Anche chiamare le famiglie, chiedere il proprio coinvolgimento risulta difficile anche perché la frenesia della vita incide. Non possiamo più vivere questo cristianesimo. La famiglia ha un ruolo fondamentale, malgrado questa ad oggi si divida facilmente. I giovani sono spesso figli di separati e vivono una situazione che li disorienta. Anche far passare il messaggio cristiano: la figura del Dio padre o della Madre non hanno efficacia se il figlio se li vede separati. Quali siano le soluzioni dobbiamo cercarle insieme. È un momento difficile».

«Abbiamo un impegno nel ricercare un modo adatto ai tempi per parlare ai giovani e lo abbiamo fatto anche attraverso alcune iniziative come “La giornata della gioventù” ora ormai sospese con l’avvento della pandemia ma i numeri non mi hanno mai esalato. Alcuni giovani vivono in maniera molto intimistica la fede ma è sempre all’interno di una comunità che li sostiene; dobbiamo trovare la forza nuova di far comprendere che siamo parte di una comunità. Nessuno è un’isola. Non relazionarsi con la comunità è sintomo di un amore non completo. Il rifugio con l’intimo è una psicopatia spirituale».

Eh no, la mafia con il provvedimento non c’entra nulla

Fiore all’occhiello del popolare servizio del New York Times, quotidiano d’Oltreoceano che aveva concentrato la propria attenzione sul caso catanese, era la sfumatura mafiosa che nel tempo aveva caratterizzato la figura del padrino. Ma la mafia qui non c’entra.

«Le domande del New York Times insistevano molto su questo argomento – racconta Mons. Salvatore Genchi – ed è finita che hanno scritto più di quanto io abbia detto. A noi non risulta alcuna pressione di ambienti di un certo tipo, i parroci ne avrebbero parlato. Quando abbiamo maturato la decisione di sospendere la figura del padrino le argomentazioni sono sempre state di natura liturgica-pastorale. Non abbiamo mai parlato di mafia e se ci fosse stata un’influenza da parte di alcuni ambienti mafiosi non avremmo potuto ignorare la cosa. È un nostro dovere. Ma non abbiamo intenzione di muoverci nei loro confronti».

Sempre nello stesso articolo, alcune famiglie si mostrano contrarie ad un’azione che sembra aver preso piede in tutte le Arcidiocesi dell’Isola: «Molte famiglie continuano a seguire i sacramenti perché si è sempre fatto così e chiaramente non è garanzia di una scelta giusta, perché ai miei tempi il 99% della gente andava in Chiesa. Oggi i canoni sono cambiati», dice il Vicario Generale.

Una decisione che raccoglie consensi

Il decreto è uscito a marzo ma le deroghe valide fino al 30 settembre hanno trascinato così l’entrata in vigore all’1 ottobre. Diverse Arcidiocesi hanno applaudito alla notizia, ma alcuni religiosi intervistati hanno mostrato quasi un atteggiamento di cieca ubbidienza e un certo timore che si evince dalla richiesta di rimanere anonimi.

«È un difetto l’atteggiamento del “mi trincerò dietro l’ubbidienza” – chiarisce il Vicario Generale – la scelta è stata appoggiata all’incirca dal 95% del clero e l’ubbidienza non è sempre virtù. Ottenere il 100% appare un obiettivo difficile se pensiamo che non lo ha avuto neanche Gesù».

 

 

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