Cos’è la Sadhana e qual è il suo obiettivo
Sadhana indica la pratica quotidiana finalizzata alla Moksha (liberazione).
Dalla radice sanscrita Sadh che vuol dire “realizzare”. Ed è infatti il cammino di chi cerca di “realizzare” se stesso e Dio (identificandosi con l’Atman, la propria natura originale di estrazione divina) e la “liberazione” dai vincoli e i condizionamenti del piano materiale.
Le caratteristiche esteriori, visibili, che contraddistinguono il Sadhaka (colui il quale è impegnato nel Sadhana) sono la regolarità della pratica, un’alimentazione vegetariana, la ripetizione di mantra, lo studio giornaliero dei Veda, le scritture sacre, la pratica di Dhyana e/o asana e pranayama.
Ma il cuore del Sadhana è rappresentato dalla pratica e dall’osservanza degli Yama e dei Niyama.
I dieci principi fondamentali del Sadhaka
Yama e Niyama sono i primi due Limbi dello Yoga, e sono descritti nei Sutra di Patanjali.
Yama:
– Ahimsa / Non Violenza
– Satya / Onesta’, essere veritieri
– Brahamacharya / Continenza
– Asteya / Non rubare
– Aparigrapha / Non accettare doni
Niyama:
– Saucha / Purezza, pulizia
– Santosha / La tendenza a vivere il presente con soddisfazione
– Tapas / Ardore
– Svadhyaya / Auto-Osservazione, attraverso la lettura giornaliera dei Veda
– Iswara-Pranidana / Dedicare a Dio ogni azione
Questi dieci punti sono la base ed il fondamento di ogni Sadhaka.
Ahimsa esprime la non-violenza. Violenza vuol dire imporre ad altri la propria volontà, esiste violenza fisica, psicologica, verbale, silenziosa etc.
Il nostro quotidiano è caratterizzato da atti di violenza, che a volte non riconosciamo come tale.. Il sarcasmo è un atto di violenza, il giudizio, la critica, la gelosia, l’invidia sono atti di violenza.
Satya è la veridicità, l’onestà, è la tendenza a dire è a dirsi la verità. Spesso non raccontiamo la verità neanche a noi stessi, oppure immaginiamo di avere caratteristiche che non abbiamo.
Il controllo della mente nello Yoga
Brahamacharya è la continenza, la tendenza a non disperdere e/o dissipare la nostra energia.
Asteya è la tendenza a non appropriarsi di idee, oggetti o comportamenti di altri.
Aparigrapha è la tendenza a non accettare doni. Qui si parla di doni che presuppongono qualcosa in cambio.
Saucha esprime Pulizia e Purezza, di tutti i corpi, fisico, energetico, emozionale, psichico e sottile.
Santosha manifesta Vairagya, il distacco. Quando non abbiamo aspettative di nessun genere riusciamo a vivere con piena accettazione il presente, e qualunque circostanza.
Tapas è l’ardore, l’entusiasmo che anima le nostre azioni, tapas è la tendenza a mantenere il fuoco del Sadhana sempre acceso.
Svadhyaya prescrive di applicarsi quotidianamente alla lettura dei Veda, per favorire l’auto-osservazione
Iswara-Pranidana manifesta la sincerità della pratica, rivolgendo ogni azione alla Coscienza Universale, Dio la Persona Suprema
Yama e Niyama animano pertanto la pratica del Sadhana. E qui entriamo nella parte più delicata della faccenda.
Yoga insegna che le azioni sono di vario tipo, fisiche, verbali o mentali.
Possiamo rivolgere i nostri pensieri a Dio, possiamo recitare mentalmente mantra grazie ai pensieri rivolgendo il nostro amore a Dio..oppure possiamo usare la mente come sorgente di odio, indifferenza e/o violenza..
L’insegnamento della Bhagavad Gita
Sono proprio i nostri pensieri le azioni più “forti” e che hanno gli effetti più devastanti.. con il pensiero possiamo anche giudicare, manifestare invidia, rancore, odio etc. credendo di non essere visti o sentiti!
Nello Yoga la maggior parte delle tecniche serve ad educare la mente, a controllarne l’attività ed a limitare il “traffico” dei pensieri che altrimenti finirebbe per controllare noi stessi e le nostre azioni. Una mente condizionata costringe anche chi la possiede ad una vita condizionata. Una vita libera e consapevole invece presuppone una sana “gestione” dei meccanismi e dei capricci della mente.
La maggior parte dell’attività del Sadhaka avviene per cui nel suo spazio intimo; è proprio l’intenzione che manifesta la direzione (Ekagrata) in cui il cuore del praticante è rivolto, ecco perché non è semplice (e non è necessario) riconoscere un Sadhaka sincero da uno immaginario.
Ed il Signore Krishna, quando si rivolge ad Arjuna nella Bhagavad Gita, insegnandogli lo Yoga, lo dice chiaramente: rivolgi la tua attenzione all’interno, e solo al tuo interno. Non ti competano i frutti delle azioni. Rivolgi il tuo cuore a me e a me verrai.