Alcuni attori restano riconoscibili in ogni ruolo, altri riescono a cambiare pelle fino a lasciare quasi in secondo piano la propria identità. Pierfrancesco Favino appartiene a questa seconda categoria. Guardando la sua filmografia, più che una linea precisa si riconosce una continua ricerca, fatta di personaggi molto diversi tra loro e della volontà di non adagiarsi mai su ciò che ha già funzionato.
Nato a Roma il 24 agosto 1969, Favino si forma all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”. Il teatro rappresenta il primo vero banco di prova, quello nel quale affinare tecnica, presenza scenica e capacità di confrontarsi con personaggi e linguaggi differenti. La televisione e il cinema arrivano negli anni Novanta, insieme alle prime esperienze che contribuiscono lentamente a costruire il suo percorso.

La popolarità cresce all’inizio degli anni Duemila. L’ultimo bacio di Gabriele Muccino lo avvicina al grande pubblico, mentre El Alamein – La linea del fuoco e altri lavori gli permettono di misurarsi con ruoli sempre più impegnativi. Nel 2005 Michele Placido lo sceglie per Romanzo criminale e il Libanese diventa una delle interpretazioni destinate a segnare la sua carriera.
Favino non cerca però di trasformare quel successo in una formula da ripetere. Al contrario, comincia a percorrere strade sempre diverse, mettendo il proprio talento al servizio di personaggi lontani per epoca, carattere e storia.

Gino Bartali, Giuseppe Pinelli, Tommaso Buscetta, Bettino Craxi. Uomini realmente esistiti, ciascuno con una voce, una postura, un modo di parlare e di muoversi che Favino studia fino a farli diventare parte della propria interpretazione. La trasformazione non riguarda soltanto l’aspetto esteriore, ma soprattutto il modo di abitare il personaggio.
Anche il cinema internazionale trova spazio nel suo percorso con Le cronache di Narnia – Il principe Caspian, Angeli e demoni, World War Z e Rush. Esperienze importanti che si affiancano a una filmografia italiana sempre più ricca e a collaborazioni con alcuni dei registi più importanti del nostro cinema.
Nel 2019 arriva Il traditore di Marco Bellocchio. Nei panni di Tommaso Buscetta, Favino affronta una delle prove più complesse della sua carriera, restituendo al personaggio sfumature, contraddizioni e fragilità. L’interpretazione gli vale il David di Donatello e il Nastro d’argento come miglior attore protagonista.
L’anno successivo veste i panni di Bettino Craxi in Hammamet, altra trasformazione profonda, mentre con Padrenostro di Claudio Noce arriva la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia.
Il teatro, intanto, continua a rimanere una parte importante del suo lavoro. Alla recitazione affianca anche l’impegno nella formazione, mentre nel 2018 arriva l’esperienza del Festival di Sanremo, condotto insieme a Claudio Baglioni e Michelle Hunziker.
Gli ultimi anni hanno aggiunto nuovi capitoli a una filmografia già molto ampia: Nostalgia, L’ultima notte di Amore, Comandante, Adagio, Maria e Napoli-New York sono soltanto alcuni dei titoli che hanno continuato a mostrarne la versatilità.
A raccontare meglio Favino, alla fine, sono proprio i suoi personaggi. Ognuno sembra cancellare per un momento quello precedente, lasciando spazio a un volto diverso, a una voce diversa, a un’altra storia. Una capacità che negli anni ha trasformato la sua carriera in un percorso sempre aperto, nel quale la sfida non sembra essere quella di farsi riconoscere, ma di riuscire ogni volta a farsi dimenticare.