Il pesce pappagallo risale le coste italiane: la meridionalizzazione del Mediterraneo

di Giuliano Spina

Il suo colore vivace può far pensare a un abitante dei mari tropicali, ma il pesce pappagallo mediterraneo (Sparisoma cretense) appartiene da sempre alla fauna del nostro mare. Negli ultimi decenni la sua presenza è stata documentata in aree dove in passato era raro o poco conosciuto, fino a raggiungere anche settori settentrionali del Mediterraneo. Un’espansione che racconta i cambiamenti degli ecosistemi marini e il ruolo del riscaldamento delle acque, ma che affonda le radici in una storia molto più antica, risalente all’epoca romana.

«La livrea della femmina: un pesce rosso acceso con macchie gialle. Per chi la incontra per la prima volta lungo una costa italiana in cui non era presente, l’associazione con i mari tropicali viene spontanea. Da qui nasce un equivoco frequente: considerarlo una specie aliena appena arrivata. Il pesce pappagallo mediterraneo, Sparisoma cretense, è invece una specie autoctona del Mediterraneo, presente anche nell’Atlantico orientale. Ad allargarsi è la sua distribuzione nei settori dove un tempo era raro o poco conosciuto», spiega Francesco Tiralongo, esperto ittiologo dell’Università di Catania.

Lo scaro e il suo caratteristico “becco”

Conosciuto anche come scaro, il pesce pappagallo vive soprattutto sui fondali rocciosi poco profondi, ricchi di alghe, e nelle aree costiere caratterizzate dalla presenza di praterie marine. Il suo nome comune deriva dalla particolare struttura dei denti, saldati tra loro fino a formare una sorta di becco.

«È usato per raschiare il cibo dal substrato», sottolinea Tiralongo. La dieta è prevalentemente vegetale, anche se comprende piccoli invertebrati.

A rendere la specie particolarmente riconoscibile è anche la differenza di colorazione tra i sessi. Le femmine adulte presentano una livrea vistosa, con ampie zone rosse e macchie gialle, mentre i maschi sono generalmente grigi o brunastri. Due esemplari della stessa specie possono quindi apparire molto diversi agli occhi di chi li osserva per la prima volta.

Dal Mediterraneo antico alle coste italiane

La presenza dello scaro nelle acque mediterranee ha una storia che precede di molti secoli le attuali trasformazioni ambientali. Plinio il Vecchio, nella Naturalis historia, descriveva lo scarus come un pesce particolarmente apprezzato a tavola.

Nel suo racconto, durante il regno dell’imperatore Claudio, il comandante della flotta Optato avrebbe fatto trasferire alcuni esemplari dal Mediterraneo orientale alle acque tra Ostia e la Campania. Per circa cinque anni, secondo la testimonianza di Plinio, i pesci catturati avrebbero dovuto essere rimessi in mare per favorirne l’insediamento.

L’episodio testimonia come già nell’antichità si tentasse di trasferire specie marine da una zona all’altra del bacino mediterraneo. Non dimostra, tuttavia, che le popolazioni oggi presenti nel Tirreno discendano da quegli esemplari, né permette di ricostruire una continuità tra quell’antica introduzione e la distribuzione attuale. È un elemento storico che ricorda, piuttosto, quanto sia antico il rapporto tra questa specie e le coste italiane.

Una distribuzione in evoluzione

La storia recente del pesce pappagallo è più articolata di quanto possa suggerire l’idea di un nuovo arrivo improvviso. Negli anni Settanta la specie era considerata comune nel Canale di Sicilia. Le testimonianze raccolte successivamente tra i pescatori siciliani hanno descritto, in alcune località, periodi di diminuzione seguiti da nuove fasi di aumento.

Esistono inoltre segnalazioni storiche in aree settentrionali del Mediterraneo. Per questo motivo, un avvistamento recente non basta da solo a dimostrare che la specie non fosse mai comparsa in precedenza in una determinata zona.

Negli ultimi decenni, però, l’ampliamento del suo areale è stato documentato in diversi settori del Mediterraneo occidentale. Una sintesi scientifica pubblicata nel 2021 riporta osservazioni all’isola del Giglio già nel 1991 e successive presenze in Sardegna, da Capo Carbonara all’Argentiera e al Golfo di Orosei.

Anche nel Salento sono stati raccolti dati significativi. Durante i censimenti subacquei dell’agosto 2000 furono osservati giovani esemplari lunghi appena tre o quattro centimetri. Le ricerche successive ne documentarono la presenza anche dopo l’inverno, un elemento importante per valutare la possibilità che la specie riesca a mantenersi stabilmente in queste acque.

Le segnalazioni raggiungono inoltre il Mar Ligure, delineando una distribuzione che interessa aree sempre più settentrionali rispetto ai principali settori storici di presenza.

Che cosa significa la meridionalizzazione del Mediterraneo

L’espansione del pesce pappagallo rientra nel fenomeno della cosiddetta meridionalizzazione del Mediterraneo. Il termine indica una trasformazione della composizione delle comunità marine: alcune specie tipiche delle acque più calde si diffondono verso nord, mentre gli ecosistemi dei settori settentrionali assumono caratteristiche faunistiche più simili a quelle delle aree meridionali.

Tra i fattori che possono favorire questo processo c’è il riscaldamento delle acque, che rende alcuni ambienti più adatti alla sopravvivenza di specie termofile, cioè legate a temperature relativamente elevate. Nel caso del pesce pappagallo entrano in gioco anche la disponibilità di habitat idonei e la dispersione delle prime fasi di vita attraverso le correnti.

L’espansione, quindi, non procede necessariamente con la stessa velocità lungo tutte le coste. Le condizioni locali possono favorire la presenza della specie in una zona e limitarla in un’altra, rendendo necessario un monitoraggio continuativo per distinguere gli avvistamenti occasionali dalle popolazioni ormai stabilite.

Non tutti i pesci pappagallo sono uguali

La distinzione tra specie autoctone e aliene è fondamentale per interpretare correttamente i cambiamenti del Mediterraneo.

«Una specie già mediterranea che amplia naturalmente il proprio areale va distinta da una introdotta dall’uomo fuori dalla sua distribuzione naturale, anche attraverso collegamenti artificiali come il Canale di Suez», precisa Tiralongo.

La denominazione comune può generare ulteriore confusione. Nel Mediterraneo orientale è presente anche Scarus ghobban, una specie di origine indo-pacifica che ha una storia biogeografica diversa ed è considerata aliena. Non va confusa con Sparisoma cretense, il pesce pappagallo mediterraneo.

Riconoscere correttamente le specie è dunque il primo passo per capire se una nuova presenza sia legata all’espansione naturale di un organismo già appartenente alla fauna del Mediterraneo oppure all’arrivo di una specie proveniente da altri mari.

Le nuove osservazioni alle Baleari

Il cambiamento della distribuzione riguarda anche altri settori del Mediterraneo occidentale. Uno studio pubblicato nell’ottobre 2026, basato su censimenti effettuati a Cabrera, nelle isole Baleari, nel luglio 2025, ha rilevato gruppi di Sparisoma cretense con esemplari maschi e femmine.

I risultati sono compatibili con una fase iniziale di insediamento, che dovrà essere confermata da ulteriori osservazioni. Si tratta di un esempio dell’importanza di andare oltre la semplice registrazione di avvistamenti isolati: per comprendere l’evoluzione di una popolazione occorre verificare se la presenza si ripeta nel tempo e se gli individui riescano a sopravvivere e riprodursi nell’area.

Gli effetti sugli ecosistemi marini

L’espansione di una specie autoctona non è necessariamente priva di conseguenze per gli ambienti in cui diventa più abbondante. Il pesce pappagallo si alimenta sui fondali e può influenzare la vegetazione marina attraverso la sua attività di raschiamento.

Uno studio condotto lungo la Sicilia centro-orientale ha ipotizzato che il suo comportamento alimentare possa contribuire a limitare la crescita di alcune grandi alghe brune. Gli effetti, tuttavia, devono essere valutati in relazione alle caratteristiche dei singoli habitat, senza attribuire automaticamente alla specie ogni cambiamento osservato negli ecosistemi costieri.

Per comprendere la portata del fenomeno sono necessari dati sulle abbondanze, sulla distribuzione e sulle relazioni con gli altri organismi marini. Solo un monitoraggio nel tempo può aiutare a distinguere le variazioni naturali dalle trasformazioni legate ai cambiamenti climatici e ambientali.

Il ruolo della citizen science

A contribuire alla conoscenza della specie possono essere anche pescatori, subacquei e appassionati del mare. Fotografie accompagnate da informazioni precise su data, località e profondità possono fornire indicazioni utili agli specialisti, purché le segnalazioni siano sottoposte a verifica.

In questo ambito si inserisce AlienFish, progetto di citizen science di rilevanza nazionale di cui il professor Tiralongo è responsabile scientifico. Le osservazioni raccolte dai cittadini possono aiutare a ricostruire la distribuzione delle specie marine e a individuare eventuali cambiamenti nel tempo.

Il valore dei dati cresce quando gli avvistamenti vengono ripetuti e documentati con precisione: in questo modo è possibile capire dove il pesce pappagallo compaia soltanto occasionalmente e dove, invece, stia diventando una presenza regolare.

La sua risalita lungo le coste italiane racconta così una trasformazione che va oltre la curiosità di incontrare un pesce dai colori tropicali. Sparisoma cretense non è una specie aliena appena arrivata, ma un abitante del Mediterraneo la cui distribuzione sta cambiando. Riconoscerlo correttamente significa comprendere meglio un mare in evoluzione, nel quale il riscaldamento delle acque contribuisce a ridisegnare gli equilibri e la presenza degli organismi.