Parità salariale, il lavoro delle donne vale ancora meno?

di Tindaro Guadagnini

18 settembre, Giornata Internazionale della Parità Salariale: un’occasione per riportare al centro del dibattito il divario retributivo tra donne e uomini

Il lavoro dovrebbe avere lo stesso valore, indipendentemente dal genere di chi lo svolge. Eppure, in molti Paesi del mondo, la distanza tra le retribuzioni di donne e uomini continua a rappresentare una delle principali disuguaglianze nel mercato del lavoro.

Il 18 settembre ricorre la Giornata Internazionale della Parità Salariale, istituita dalle Nazioni Unite per richiamare l’attenzione sulla necessità di garantire una remunerazione equa per un lavoro di pari valore. Una ricorrenza che non riguarda soltanto la differenza in busta paga, ma un insieme più ampio di fattori: accesso alle opportunità, carriera, precarietà, conciliazione tra lavoro e vita familiare e presenza delle donne nei ruoli decisionali.

Un divario che non si spiega soltanto con lo stipendio

Quando si parla di gender pay gap, il confronto tra la retribuzione media di uomini e donne fotografa soltanto una parte del problema. Le differenze salariali possono infatti essere legate anche al tipo di occupazione, al numero di ore lavorate, alla maggiore presenza femminile nei contratti part-time e nei settori meno retribuiti, oltre che alle interruzioni della carriera.

A pesare sono spesso anche le responsabilità familiari. La nascita di un figlio può incidere in maniera significativa sui percorsi professionali delle donne, mentre la distribuzione del lavoro domestico e di cura continua a essere fortemente sbilanciata.

Il risultato è un divario che può accumularsi nel corso degli anni e avere conseguenze non soltanto sul reddito presente, ma anche sulla pensione e sull’autonomia economica futura.

La questione italiana

In Italia il tema della parità salariale si intreccia con una più ampia questione occupazionale. La partecipazione femminile al mercato del lavoro rimane infatti caratterizzata da forti differenze territoriali e dalla presenza di ostacoli che possono rendere più difficile costruire carriere stabili e continuative.

Non basta, dunque, chiedersi se due persone che svolgono lo stesso lavoro ricevano lo stesso stipendio. La domanda riguarda anche chi riesce ad accedere a quel lavoro, chi può fare carriera, chi ha la possibilità di lavorare a tempo pieno e chi, invece, è costretto a ridurre l’orario o ad abbandonare temporaneamente il proprio percorso professionale.

Dalla denuncia alle soluzioni

La Giornata Internazionale della Parità Salariale rappresenta così un momento di riflessione, ma anche un richiamo alla necessità di intervenire sulle cause strutturali delle disuguaglianze.

Trasparenza nelle retribuzioni, criteri chiari per le progressioni di carriera, servizi per l’infanzia, politiche di conciliazione e una più equilibrata distribuzione del lavoro di cura sono alcuni degli strumenti che possono contribuire a ridurre le disparità.

La parità salariale, in questo senso, non è soltanto una questione economica. È una questione di diritti, opportunità e libertà.

Il 18 settembre serve a ricordarlo: a parità di lavoro e di valore professionale, la retribuzione non dovrebbe dipendere dal genere. Ma per trasformare questo principio in realtà è necessario guardare non soltanto alle buste paga, bensì all’intero percorso che porta una persona dall’ingresso nel mondo del lavoro alla pensione.