Oriana Fallaci, 20 anni fa moriva la giornalista che sfidò la Storia

di Denise Bentivegna

Il 15 settembre 2006 moriva a Firenze Oriana Fallaci, una delle giornaliste e scrittrici italiane più conosciute e controverse del Novecento. Aveva 77 anni e alle sue spalle una vita trascorsa spesso in prima linea, davanti agli eventi che hanno segnato la storia contemporanea e agli uomini che quegli eventi li hanno vissuti o determinati.

Nata a Firenze il 29 giugno 1929, aveva conosciuto molto presto il significato della guerra. Durante la Resistenza, ancora giovanissima, collaborò con il movimento clandestino e svolse anche il ruolo di staffetta. Un’esperienza che avrebbe contribuito a formare quella personalità combattiva che avrebbe accompagnato ogni fase della sua vita.

Terminato il conflitto, arrivò il giornalismo. Oriana Fallaci iniziò giovanissima a scrivere e, nel corso degli anni, trasformò il mestiere di cronista in un modo personale e inconfondibile di raccontare il mondo. Dalle redazioni passò ai luoghi più difficili del pianeta, seguendo guerre e conflitti in Vietnam, India, Medio Oriente e America Latina.

Non osservava gli avvenimenti da lontano. Voleva trovarsi nel punto in cui la Storia accadeva, anche quando quel punto significava rischiare la vita. Nel 1968, durante le proteste di Città del Messico, venne ferita dalle pallottole della polizia. La sua esperienza come inviata di guerra sarebbe diventata una delle parti più importanti della sua identità professionale.

Poi arrivarono le interviste. E fu proprio davanti ai grandi protagonisti della politica internazionale che Oriana Fallaci costruì una delle parti più riconoscibili del proprio giornalismo. Henry Kissinger, Golda Meir, Yasser Arafat, Indira Gandhi, Re Hussein di Giordania, Ali Bhutto, Giulio Andreotti, fino all’ayatollah Khomeini. Uomini e donne abituati a muoversi nei corridoi del potere si trovarono davanti una giornalista che non aveva intenzione di limitarsi ad ascoltare.

Fallaci preparava le sue interviste con una cura quasi maniacale. Studiava la vita dell’interlocutore, ne conosceva la storia politica, le dichiarazioni e le contraddizioni. Poi entrava nella conversazione senza timore di porre domande scomode, interrompere una risposta, contestare un’affermazione o tornare su un punto che riteneva ancora irrisolto. Il suo obiettivo non era semplicemente ottenere una dichiarazione, ma cercare, attraverso il confronto, la persona che esisteva dietro il ruolo.

Le sue interviste diventavano così veri e propri duelli verbali. Fallaci non arretrava davanti al potere e non sembrava interessata a compiacere l’interlocutore. Al contrario, lo incalzava fino a portarlo spesso fuori dalla posizione ufficiale, cercando una risposta più personale, più autentica, talvolta persino più scomoda. Era questa la forza del suo metodo, un giornalismo nel quale la domanda non rappresentava soltanto un passaggio della conversazione, ma diventava uno strumento per mettere alla prova chi aveva davanti.

Anche per questo alcune delle sue interviste sono rimaste nella storia del giornalismo. Non erano semplicemente incontri con personaggi famosi, ma confronti tra due volontà, quella di chi aveva il potere e quella di una giornalista che rivendicava il diritto di fare domande senza arretrare di fronte a nessuno. Dietro quella sicurezza, però, esisteva un lavoro rigoroso di preparazione e verifica, che permetteva a Fallaci di sostenere conversazioni complesse con alcuni dei protagonisti più influenti del suo tempo.

Parallelamente arrivò la scrittura. Nel 1975 pubblicò Lettera a un bambino mai nato, uno dei suoi libri più conosciuti, mentre nel 1979 dedicò Un uomo alla figura di Alekos Panagulis, il politico e rivoluzionario greco con cui aveva condiviso una parte importante della propria vita. Seguirono Insciallah e, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, una nuova fase della sua attività pubblica.

Con La rabbia e l’orgoglio Fallaci tornò infatti a parlare con una voce ancora più forte, affrontando il terrorismo, l’Islam e il rapporto tra Occidente e mondo musulmano. Le sue posizioni provocarono un acceso dibattito e numerose critiche, trasformandola ancora una volta in una figura capace di dividere profondamente l’opinione pubblica.

Amata e contestata, ammirata e criticata, Oriana Fallaci non cercò mai una posizione comoda. La sua scrittura era diretta, tagliente, spesso provocatoria. Il suo modo di raccontare la realtà nasceva da un coinvolgimento personale totale, dalla convinzione che per raccontare davvero qualcosa fosse necessario entrarci dentro, assumendosi anche il peso delle proprie parole.

Negli ultimi anni della sua vita dovette affrontare una lunga malattia. Nonostante il dolore, continuò a scrivere e a difendere le proprie idee con la stessa determinazione che aveva caratterizzato tutta la sua esistenza.

Poco prima della morte tornò a Firenze, la città della sua infanzia, quella che aveva continuato a considerare una delle sue due patrie insieme a New York. Morì nella sua città il 15 settembre 2006 e venne sepolta al cimitero degli Allori, in forma privata, come aveva espressamente desiderato.

A distanza di vent’anni dalla sua scomparsa, il nome di Oriana Fallaci continua a suscitare discussioni. Forse anche questo rappresenta una parte della sua eredità. Una giornalista che non ha mai avuto paura di esporsi, una scrittrice che ha lasciato nei suoi libri una parte profonda di sé e una donna che ha attraversato guerre, amori, dolore e cambiamenti storici senza scegliere la strada del silenzio.

La sua voce può essere condivisa o contestata, le sue posizioni possono essere discusse e rilette alla luce del tempo. Ma resta difficile negare il segno lasciato da quella donna fiorentina che decise di andare incontro alla Storia invece di limitarsi a raccontarla da lontano.