Microplastiche nel Mediterraneo, dai pesci alle nostre tavole: quali rischi per l’ambiente e la salute?

di Giuliano Spina

Le microplastiche sono ormai diffuse negli ecosistemi marini e vengono ingerite da numerose specie ittiche. Ma quali conseguenze hanno sulla salute dei pesci? E soprattutto, cosa accade quando arrivano sulle nostre tavole attraverso il consumo di prodotti della pesca? Per comprendere meglio un fenomeno sempre più studiato dalla comunità scientifica, abbiamo approfondito l’argomento con Francesco Tiralongo, biologo marino e ittiologo dell’Università degli Studi di Catania, esperto di biodiversità mediterranea.

Bottiglie, sacchetti, imballaggi, fibre sintetiche e attrezzature da pesca disperse nell’ambiente possono frammentarsi progressivamente, dando origine a particelle di dimensioni sempre più ridotte, spesso invisibili a occhio nudo. Sono le microplastiche, contaminanti che rappresentano una delle problematiche emergenti più rilevanti per l’ecologia marina.

Il fenomeno interessa direttamente anche il Mediterraneo, un bacino semichiuso caratterizzato da una forte pressione antropica, un’elevata densità abitativa lungo le coste e intense attività marittime. Trasportate dalle correnti, le particelle possono restare sospese nella colonna d’acqua, accumularsi sui fondali ed entrare in contatto con numerose specie animali.

La questione non riguarda soltanto l’inquinamento degli ambienti marini, ma anche le possibili conseguenze sugli organismi e il trasferimento delle particelle attraverso le reti alimentari. Un tema che chiama in causa la tutela della biodiversità, la sostenibilità delle attività di pesca e gli interrogativi sui potenziali rischi per la salute umana.

Cosa sono le microplastiche e come arrivano nel Mediterraneo

Le microplastiche sono generalmente definite come particelle di materiale plastico inferiori a cinque millimetri. Possono derivare dalla frammentazione di oggetti più grandi oppure essere rilasciate direttamente nell’ambiente sotto forma di particelle di piccole dimensioni.

A contribuire alla contaminazione sono anche le microfibre provenienti dai tessuti sintetici, che possono raggiungere gli ambienti acquatici attraverso le acque reflue, e le particelle generate dall’usura degli pneumatici. A queste si aggiungono numerose altre fonti legate alle attività umane.

Come spiega Francesco Tiralongo, una volta raggiunto il mare, questi materiali possono essere trasportati anche per grandi distanze e distribuirsi in diversi comparti ambientali, dalla superficie ai sedimenti profondi.

Il problema principale è la loro persistenza: la frammentazione non equivale alla scomparsa della plastica, ma alla sua trasformazione in particelle sempre più piccole, capaci di entrare in contatto con un numero crescente di organismi.

Dai pesci planctofagi ai predatori: come avviene l’ingestione

L’interazione tra microplastiche e pesci può avvenire attraverso diverse vie. La principale è l’ingestione, che può essere accidentale oppure legata alle abitudini alimentari delle singole specie. Le particelle possono infatti essere assunte insieme alle prede o scambiate per potenziali risorse alimentari.

Il fenomeno interessa, per esempio, i pesci planctofagi, come sardine e acciughe, che si alimentano di piccoli organismi presenti nella colonna d’acqua. Ma riguarda anche le specie bentoniche, che vivono e si nutrono in prossimità dei fondali, e numerosi predatori.

Le microplastiche possono inoltre entrare in contatto con le branchie durante la respirazione.

Diversi studi condotti nel Mediterraneo hanno documentato la presenza di particelle plastiche nell’apparato digerente di specie commerciali, tra cui sardine, triglie, sugarelli e boghe. L’esposizione, tuttavia, non è necessariamente uguale per tutti gli organismi: può variare in funzione dell’habitat, delle abitudini alimentari, delle dimensioni degli individui e delle caratteristiche dell’ambiente.

Gli effetti sulla salute dei pesci: infiammazione e stress ossidativo

Quali conseguenze possono avere queste particelle sugli organismi marini? La risposta dipende da numerosi fattori, tra cui dimensioni, forma, composizione e concentrazione delle microplastiche, oltre alla durata dell’esposizione e alle caratteristiche della specie coinvolta.

Secondo Tiralongo, gli studi sperimentali hanno evidenziato possibili alterazioni dell’apparato digerente, risposte infiammatorie, stress ossidativo e modificazioni di alcuni processi fisiologici. In determinate condizioni sono stati osservati anche effetti negativi sull’accrescimento, sulla sopravvivenza e sulla capacità riproduttiva.

Lo stress ossidativo, in particolare, si verifica quando la produzione di molecole reattive supera la capacità dell’organismo di neutralizzarle, con possibili conseguenze per le strutture cellulari.

È però necessario distinguere i risultati degli esperimenti di laboratorio da ciò che accade negli ambienti naturali. Alcune ricerche, infatti, utilizzano concentrazioni di particelle superiori a quelle che si riscontrano comunemente in mare. Per questo motivo, i risultati non possono essere automaticamente estesi alle popolazioni selvatiche.

Resta comunque importante approfondire il ruolo delle microplastiche come possibile fattore di stress aggiuntivo per organismi già esposti all’inquinamento, ai cambiamenti climatici e alle alterazioni degli habitat.

Dalle prede ai predatori: le microplastiche entrano nella rete alimentare?

Il trasferimento delle microplastiche da una specie all’altra attraverso l’alimentazione è stato documentato sperimentalmente. Un pesce predatore può ingerire particelle plastiche anche consumando organismi che le hanno precedentemente assunte.

Questo processo, definito trasferimento trofico, dimostra che le microplastiche possono attraversare diversi livelli della rete alimentare. Non significa, tuttavia, che la loro concentrazione aumenti necessariamente a ogni passaggio.

Come sottolinea il biologo marino, è importante distinguere il trasferimento trofico dalla biomagnificazione, ovvero l’incremento progressivo della concentrazione di un contaminante ai livelli superiori della rete alimentare. Per le microplastiche non esistono evidenze sufficienti per affermare che questo fenomeno si verifichi sistematicamente.

Molte particelle possono essere eliminate attraverso l’apparato digerente, mentre la loro eventuale permanenza o distribuzione in altri tessuti dipende da caratteristiche ancora oggetto di studio.

Per comprendere meglio il fenomeno non basta quindi sapere quante particelle vengano ingerite: occorre anche determinare quanto tempo rimangano nell’organismo, dove si distribuiscano e quali effetti biologici possano provocare.

Microplastiche nel pesce che mangiamo: quali differenze tra le specie

La presenza di microplastiche nei prodotti ittici solleva inevitabilmente una domanda: quando mangiamo pesce, ingeriamo anche particelle di plastica?

«È una possibilità concreta, ma bisogna distinguere attentamente le diverse tipologie di prodotti ittici e le parti dell’organismo che vengono effettivamente consumate», spiega Tiralongo.

Nei pesci, una parte consistente delle microplastiche rilevate si trova generalmente nell’apparato digerente. Quando il prodotto viene eviscerato e si consuma soltanto il tessuto muscolare, una parte importante delle particelle presenti nelle viscere viene eliminata insieme agli organi interni.

La situazione può essere diversa per organismi come cozze e ostriche, che vengono consumati interamente, apparato digerente compreso. Un discorso analogo riguarda i piccoli pesci che vengono mangiati senza essere eviscerati.

Alcune ricerche hanno rilevato particelle plastiche anche nei tessuti muscolari di determinate specie ittiche, ma i risultati sono variabili e devono essere interpretati considerando le metodologie analitiche impiegate.

Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dalle nanoplastiche, particelle ancora più piccole, il cui comportamento biologico è particolarmente difficile da studiare.

Trovare microplastiche nell’apparato digerente di un pesce, dunque, non significa automaticamente che la stessa quantità venga ingerita dal consumatore. È una distinzione fondamentale per interpretare correttamente i dati scientifici.

Quali sono i rischi per la salute umana?

Gli esseri umani possono entrare in contatto con le microplastiche attraverso diverse vie, tra cui alimenti, acqua e aria. Alcuni studi sperimentali suggeriscono possibili effetti cellulari, infiammatori e metabolici associati all’esposizione a determinate particelle.

Un altro aspetto riguarda la composizione chimica dei materiali plastici. Le plastiche possono contenere additivi e, durante la permanenza nell’ambiente, entrare in contatto con altre sostanze contaminanti. Le particelle potrebbero quindi contribuire al trasporto di alcuni composti chimici, anche se il loro effettivo contributo all’esposizione umana deve essere valutato caso per caso.

Il punto centrale, però, è la distinzione tra esposizione e rischio sanitario dimostrato.

Attualmente non disponiamo di evidenze sufficienti per stabilire con precisione quali conseguenze sulla salute derivino dal consumo abituale di prodotti ittici contenenti microplastiche. Non è quindi scientificamente corretto affermare che mangiare pesce contaminato provochi necessariamente specifiche malattie.

L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha evidenziato importanti lacune conoscitive e sta approfondendo la valutazione dei potenziali rischi associati all’esposizione alimentare.

Servono ulteriori studi per chiarire le quantità effettivamente assorbite, la distribuzione delle particelle nell’organismo e le possibili conseguenze di un’esposizione prolungata nel tempo.

Dobbiamo rinunciare al pesce? Cosa sapere da consumatori

La presenza delle microplastiche nei mari non significa che sia necessario rinunciare al consumo di pesce. Allo stato attuale delle conoscenze, non ci sono elementi scientifici sufficienti per raccomandare di eliminarlo dalla dieta a causa di questa forma di contaminazione.

Il pesce continua infatti a rappresentare un alimento importante per una dieta equilibrata, grazie al suo contenuto di proteine di elevato valore biologico, acidi grassi essenziali e altri nutrienti.

È comunque opportuno acquistare prodotti attraverso filiere controllate, rispettare le indicazioni di sicurezza alimentare e adottare corrette pratiche di preparazione.

L’eviscerazione, quando prevista, può ridurre l’esposizione alle particelle presenti nel tratto gastrointestinale, ma non elimina necessariamente ogni possibile contaminazione. Allo stesso modo, la cottura non può essere considerata una procedura in grado di garantire la rimozione delle microplastiche.

Come ribadisce Tiralongo, «la presenza di microplastiche in un organismo marino e la dimostrazione di un rischio concreto per la salute del consumatore sono due questioni scientificamente distinte».

L’obiettivo è quindi mantenere un approccio informato e prudente, evitando sia allarmismi ingiustificati sia rassicurazioni che non trovino un adeguato fondamento scientifico.

La ricerca nel Mediterraneo: monitoraggio e metodi più affidabili

Per comprendere meglio la diffusione delle microplastiche e i loro effetti, una delle priorità è sviluppare programmi di monitoraggio che coinvolgano specie ittiche con caratteristiche ecologiche differenti.

Confrontare ambienti costieri, aree di pesca e zone sottoposte a diverse pressioni antropiche può aiutare a individuare le specie maggiormente esposte e a comprendere le relazioni tra contaminazione, habitat e condizioni biologiche degli organismi.

Un altro passaggio fondamentale riguarda la standardizzazione delle metodologie di analisi. Studiare le microplastiche è complesso: una contaminazione accidentale dei campioni durante le procedure di laboratorio può alterare i risultati e compromettere l’affidabilità delle misurazioni.

È quindi necessario identificare correttamente i polimeri, utilizzare adeguati controlli analitici e distinguere le particelle effettivamente presenti nei tessuti da quelle eventualmente introdotte durante il campionamento o l’analisi.

Per il Mediterraneo, integrare questi dati con informazioni sull’ecologia trofica, sulle abitudini alimentari e sulla distribuzione delle specie lungo la colonna d’acqua permetterebbe di costruire un quadro più preciso del fenomeno.

La ricerca deve procedere parallelamente sia sul fronte ecologico sia su quello sanitario, così da distinguere gli effetti già documentati dalle ipotesi che richiedono ulteriori verifiche.

Ridurre la plastica alla fonte per proteggere il mare e la nostra salute

Il problema delle microplastiche non può essere considerato esclusivamente una questione di sicurezza alimentare. Prima ancora di arrivare sulle nostre tavole, queste particelle entrano in contatto con gli organismi marini e possono interferire con processi biologici ed equilibri ecologici.

Per questo, secondo Tiralongo, la priorità deve essere ridurre l’immissione di plastica nell’ambiente attraverso una migliore gestione dei rifiuti, il trattamento delle acque reflue, la prevenzione della dispersione delle attrezzature da pesca e un utilizzo più responsabile dei materiali plastici.

Parallelamente, è necessario investire nella ricerca scientifica, affinché dati affidabili consentano di valutare gli effetti sugli ecosistemi e gli eventuali rischi per la popolazione.

Il messaggio conclusivo è chiaro: non si tratta di smettere di mangiare pesce per paura della plastica, ma di impegnarsi affinché la plastica smetta di raggiungere il mare e di entrare nelle sue reti alimentari.

Proteggere la biodiversità marina significa tutelare gli equilibri degli ecosistemi da cui dipendono anche le attività umane e la disponibilità di risorse alimentari. Una sfida ambientale che richiede responsabilità individuale, interventi strutturali e conoscenze scientifiche sempre più solide.