Mazinga Z, le vere origini del robot che cambiò per sempre la fantascienza

di Tindaro Guadagnini

Dall’ingorgo stradale di Gō Nagai alla nascita del Super Robot, la storia del personaggio che nel 1972 rivoluzionò l’immaginario giapponese e conquistò il pubblico italiano

C’è stato un tempo in cui i robot giganti erano macchine controllate a distanza oppure creature meccaniche dotate di una propria volontà. Poi, nel 1972, arrivò Mazinga Z e cambiò le regole del gioco.

Dietro quella gigantesca sagoma metallica, le ali del Jet Scrander e i celebri pugni lanciati contro il nemico, c’è un’idea semplice e allo stesso tempo rivoluzionaria. Un uomo può entrare dentro una macchina gigantesca e diventare tutt’uno con essa.

L’idea porta la firma di Gō Nagai, uno degli autori più importanti nella storia del manga e dell’animazione giapponese. Il manga di Mazinger Z debuttò nel 1972 e, nello stesso anno, arrivò la serie televisiva prodotta da Toei Animation, trasmessa in Giappone dal 3 dicembre 1972 al 1° settembre 1974 per un totale di 92 episodi. Fu l’inizio di un fenomeno destinato a lasciare un’impronta profonda nella cultura popolare.

Tutto cominciò in un ingorgo

La genesi di Mazinga Z è quasi cinematografica.

Nagai ha raccontato che l’idea fondamentale gli venne mentre era bloccato nel traffico. Guardando le automobili ferme davanti a lui, immaginò quanto sarebbe stato utile avere un mezzo capace di trasformarsi e superare l’ingorgo passando sopra le altre vetture.

Da quella fantasia quotidiana nacque una domanda destinata a cambiare la storia del genere mecha.

E se un uomo potesse guidare direttamente un gigantesco robot?

Non attraverso un telecomando. Non osservandolo da lontano. Ma entrando fisicamente al suo interno.

Questa intuizione rappresentò una svolta fondamentale.

Prima di Mazinga c’era già Tetsujin 28-gō

Dire che Mazinga Z sia stato il primo robot gigante della storia sarebbe però inesatto.

Molti anni prima, nel 1956, Mitsuteru Yokoyama aveva creato Tetsujin 28-gō, conosciuto anche come Gigantor in alcune versioni internazionali. Il robot veniva controllato a distanza attraverso un dispositivo.

Anche Astro Boy, creato da Osamu Tezuka, aveva già portato il robot nell’immaginario popolare, ma in una forma completamente diversa. Astro era una creatura autonoma, dotata di una propria personalità.

Nagai conosceva bene quella tradizione.

E proprio da quelle esperienze elaborò qualcosa di nuovo.

Il robot non doveva essere semplicemente comandato.

Doveva essere pilotato.

La rivoluzione del pilota dentro il robot

È questo il cuore dell’innovazione di Mazinga Z.

Kōji Kabuto non si limita a dare ordini al robot. Entra nella macchina attraverso il Pilder, che si aggancia alla testa di Mazinga Z, e da quel momento il pilota e il robot diventano un unico sistema di combattimento.

È un concetto che oggi può sembrare familiare, ma nel 1972 aveva una forza enorme.

Il robot diventava contemporaneamente macchina, arma, veicolo e prolungamento del protagonista.

Da quel momento il modello del Super Robot avrebbe avuto una nuova grammatica. Un pilota umano, una macchina gigantesca, armi spettacolari, nemici sempre più potenti e battaglie capaci di diventare il centro della narrazione. La stessa Toei Animation presenta oggi Mazinger Z come un’opera fondamentale per la nascita del modello del robot gigante pilotabile.

Prima di Mazinga Z c’era… Energer Z

La storia della sua progettazione riserva un’altra sorpresa.

Prima della versione definitiva di Mazinga Z, Nagai aveva immaginato un robot chiamato Energer Z.

Il concetto era ancora più particolare. Il pilota avrebbe raggiunto il robot a bordo di una motocicletta, che sarebbe entrata nella struttura del gigante meccanico fino a raggiungere la zona della testa.

L’idea venne successivamente abbandonata e il sistema fu ripensato.

Nacque così il Hover Pilder, il piccolo velivolo che Kōji Kabuto utilizza per prendere il controllo di Mazinga Z.

Una modifica apparentemente tecnica che, in realtà, contribuì a definire l’immagine iconica del personaggio.

Il robot come macchina da guerra

Mazinga Z non era soltanto un eroe con le sembianze di un robot.

Era una vera macchina da combattimento.

Il suo arsenale comprendeva il celebre Rocket Punch, i Breast Fire, il Rust Hurricane e numerose altre armi che nel corso della serie sarebbero diventate parte integrante dell’identità del personaggio.

Anche questo elemento ebbe un’importanza enorme.

Il robot non combatteva semplicemente usando la forza fisica. Disponeva di un vero e proprio sistema d’armi, quasi fosse un gigantesco mezzo militare.

Il risultato era un nuovo equilibrio tra fantascienza, supereroi e tecnologia.

Il successo in Giappone e l’arrivo in Italia

In Giappone Mazinga Z divenne rapidamente un fenomeno popolare.

Ma sarebbe stato il suo arrivo in Italia a trasformarlo, per un’intera generazione, in qualcosa di più di una serie televisiva.

La serie arrivò sulla Rete 1 il 21 gennaio 1980, quando UFO Robot Goldrake e Il Grande Mazinga erano già entrati nel panorama televisivo italiano. La programmazione italiana fu inizialmente parziale e alcuni episodi rimasero fuori dalla prima trasmissione.

La voce italiana, la sigla, i giocattoli e soprattutto il rapporto quotidiano che i bambini instaurarono con Kōji Kabuto e con il robot contribuirono a costruire un ricordo collettivo destinato a durare per decenni.

Per molti spettatori italiani, Mazinga Z non fu semplicemente un anime.

Fu il primo incontro con un mondo in cui la tecnologia poteva diventare un eroe.

L’eredità di Mazinga Z

Dopo Mazinga Z arrivarono numerosi altri robot e altre generazioni di anime mecha. Ma il modello introdotto da Nagai sarebbe rimasto fondamentale.

Il pilota all’interno del robot, le trasformazioni, le armi speciali, i nemici giganteschi e il combattimento come spettacolo narrativo sarebbero diventati elementi ricorrenti del genere.

La sua influenza si sarebbe estesa anche alle opere dello stesso Nagai, come Getter Robo, e a una lunga serie di produzioni che avrebbero contribuito alla fortuna internazionale del robot anime.

Per questo Mazinga Z occupa un posto particolare nella storia dell’animazione.

Non perché sia stato il primo robot gigante in assoluto.

Ma perché ha contribuito a definire che cosa avrebbe significato, da quel momento in poi, pilotare un robot gigante.

Oltre cinquant’anni dopo, il mito è ancora vivo

A distanza di oltre mezzo secolo dalla sua nascita, la sagoma di Mazinga Z continua a essere immediatamente riconoscibile.

Il suo volto, le corna, il petto rosso, il Pilder e soprattutto l’idea di Kōji Kabuto seduto nella testa del robot sono entrati nell’immaginario collettivo.

Forse è proprio questa la vera forza dell’intuizione di Gō Nagai.

Un’idea nata osservando un ingorgo stradale è diventata una delle più importanti icone della cultura popolare giapponese.

E ancora oggi, quando qualcuno pronuncia quelle due parole, Mazinga Z, per milioni di persone torna alla mente una voce, una sigla e un gigantesco robot che, per la prima volta, non veniva semplicemente comandato.

Veniva guidato dall’interno.

 

 

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