Ventidue anni dopo il suo debutto, la serie di J.J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber continua a essere un punto di riferimento. Sei stagioni, 121 episodi, misteri, personaggi indimenticabili e una domanda rimasta nella testa di milioni di spettatori: «Perché siamo qui?»
C’è un prima e un dopo Lost.
Prima c’erano le serie televisive. Dopo Lost, per molti spettatori, è arrivata la serie-evento: quella che non si guardava semplicemente, ma si discuteva, si analizzava, si teorizzava. Quella capace di trasformare ogni episodio in un appuntamento e ogni mistero in una domanda collettiva.
Andata in onda negli Stati Uniti dal 2004 al 2010, Lost ha raccontato per sei stagioni la storia dei sopravvissuti al disastro del volo Oceanic 815, precipitati su un’isola apparentemente deserta nel Pacifico. La serie ha mescolato dramma, fantascienza, avventura, elementi soprannaturali e riflessione filosofica, costruendo una narrazione diventata rapidamente uno dei fenomeni televisivi più discussi del suo tempo.
Ma definirla semplicemente una storia di sopravvivenza sarebbe riduttivo.
L’isola era soltanto l’inizio
Il vero cuore di Lost non era l’isola. Erano le persone.
Jack, Kate, Sawyer, Locke, Sayid, Hurley, Charlie, Claire, Jin, Sun e tutti gli altri arrivano sull’isola portandosi dietro un passato fatto di errori, traumi, segreti e rimpianti.
Ed è proprio qui che la serie compie la sua prima grande rivoluzione narrativa.
Gli autori non raccontano soltanto ciò che sta accadendo: raccontano chi erano quelle persone prima di arrivare sull’isola.
I celebri flashback diventano così una parte fondamentale della struttura narrativa. Un episodio può sembrarci parlare di sopravvivenza, ma improvvisamente ci porta dall’altra parte del mondo e indietro nel tempo, permettendoci di scoprire qualcosa che cambia completamente il modo in cui guardiamo un personaggio.
L’isola diventa quindi una sorta di specchio.
I personaggi cercano di capire dove si trovano, mentre lo spettatore cerca di capire chi sono veramente.
Il mistero come linguaggio
Fumo nero. Numeri. Una botola. Una misteriosa iniziativa scientifica. Un orso polare. Una statua. Messaggi, mappe, simboli e coordinate.
Lost ha costruito il proprio successo anche attraverso una quantità impressionante di interrogativi.
E qui sta una delle sue caratteristiche più affascinanti: spesso la serie non chiedeva allo spettatore soltanto di seguire una storia, ma di partecipare alla storia.
Internet, allora ancora lontano dall’attuale universo dei social network, diventò il luogo ideale per discutere ogni dettaglio. Forum, blog e comunità online si riempirono di teorie. Gli spettatori cercavano indizi, interpretavano dialoghi, ricostruivano cronologie e provavano ad anticipare gli autori.
Guardare Lost significava, in qualche modo, diventare investigatori.
Jack contro Locke: ragione o fede?
Al centro della serie c’è anche uno dei confronti più interessanti della televisione contemporanea: quello tra Jack Shephard e John Locke.
Due uomini diversissimi, due visioni del mondo.
Jack rappresenta il bisogno di trovare una spiegazione razionale, di organizzare il caos, di assumersi responsabilità. Locke, al contrario, è attratto dal mistero, dalla fede, dall’idea che sull’isola ci sia qualcosa che sfugge alla logica.
Il loro conflitto diventa progressivamente qualcosa di molto più grande di una semplice disputa tra due personaggi.
È il confronto tra ragione e fede, destino e libero arbitrio, controllo e abbandono.
Ed è proprio questo uno dei motivi per cui Lost riuscì a parlare a pubblici così diversi: dietro il mistero fantascientifico c’erano domande profondamente umane.
Una televisione prima dell’era dello streaming
Oggi siamo abituati a divorare intere stagioni in pochi giorni. Nel 2004 il panorama era completamente diverso.
Una puntata alla settimana.
Poi sette giorni di attesa.
E altre domande.
Lost appartiene a quella generazione di serie che hanno contribuito a trasformare la televisione in un appuntamento collettivo. La sua capacità di creare discussione e aspettativa anticipava, per certi versi, quella cultura delle serie che sarebbe esplosa negli anni successivi con la diffusione delle piattaforme streaming.
Non è un caso che la serie abbia ricevuto importanti riconoscimenti. Lost vinse l’Emmy come miglior serie drammatica nel 2005 e, nel corso della sua storia, ottenne numerose candidature e premi. La Television Academy registra oggi 51 nomination agli Emmy e 10 vittorie.
E poi arrivò il finale
Parlare di Lost significa inevitabilmente arrivare al suo ultimo episodio.
E qui il giudizio cambia a seconda dello spettatore.
Il finale, trasmesso il 23 maggio 2010, è ancora oggi uno dei più discussi della storia della televisione. C’è chi lo considera emozionante e coerente con il cuore della serie e chi, invece, avrebbe voluto risposte più precise ai numerosi misteri costruiti nel corso degli anni.
La sesta stagione, in particolare, divise pubblico e critica proprio per la sua struttura e per alcune spiegazioni ritenute insufficienti.
Ma forse è proprio questa la grande contraddizione di Lost: una serie nata facendo domande e diventata famosa anche perché non tutte le risposte hanno soddisfatto tutti.
Eppure, a distanza di anni, continuiamo a parlarne.
La vera eredità di Lost
Definire Lost «la madre di tutte le serie» può sembrare una provocazione. Ma non è difficile capire da dove nasca questa definizione.
La serie ha dimostrato che il pubblico televisivo era disposto a seguire storie complesse, personaggi stratificati e narrazioni non lineari. Ha reso normale discutere di una puntata come si sarebbe discusso di un film. Ha trasformato i personaggi in oggetti di analisi psicologica. E soprattutto ha dimostrato che una serie televisiva poteva porre domande filosofiche senza rinunciare allo spettacolo.
La sua eredità non sta soltanto nelle serie che ne hanno ripreso alcuni elementi.
Sta soprattutto nell’idea che una storia televisiva possa diventare un’esperienza condivisa.
«We have to go back»
È difficile parlare di Lost senza tornare a quella sensazione.
Quella di essersi seduti davanti alla televisione per vedere cosa sarebbe successo sull’isola.
Quella di aver aspettato una settimana per una risposta.
Quella di averne ricevuta un’altra domanda.
E poi un’altra ancora.
Forse è proprio questo il segreto della sua longevità: Lost non ci ha mai chiesto soltanto di sapere che cosa sarebbe successo.
Ci ha chiesto di domandarci perché.
E forse, alla fine, è proprio questo che fanno le grandi serie: non finiscono quando scorrono i titoli di coda.
Continuano dentro di noi.