Nel 1975, usciva la «Lettera a un bambino mai nato», lo scritto più discusso dalla cultura occidentale, sul rapporto, bellissimo e spinosissimo, tra la donna e la nuova vita che nasce nel suo grembo. Urge riscoprire questo testo, senza entusiasmi o demonizzazioni preconcette. Ecco a voi il perché di sostenere tale opzione.

di Marco Leonardi

Apprezzata Oriana, contestata Oriana, letta e riletta Oriana, respinta e rigettata Oriana: la figura retorica che descrive al meglio la ricezione della brillante opera scrittoria della più graffiante donna-giornalista dell’Italia post-bellica e il chiasmo. Armonia e contrasti formano un tutt’uno, quasi a forma di X, nella vicenda intellettuale e umana della giornalista del Belpaese più tradotta all’estero.

Nel 1975, complice un’intervista rilasciata al prestigioso settimanale britannico, il time, l’allora astro nascente del giornalismo rilasciava una dichiarazione, entrata nella galleria dell’anticonformismo serio e documentato, ovvero credibile, ben altra cosa delle chiacchiere da «quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo», con tutto il rispetto possibile per il compianto Gino Paoli, s’intende! Quale peso dobbiamo dare alla parola obiettività? «Nessuno. Che cos’è l’obiettività? Odio la parola obiettività. Uso sempre le parole onestà e correttezza».

Sempre nello stesso anno del 1975, usciva la «Lettera a un bambino mai nato», opera-simbolo di un pensiero laico, indipendente, corrosivo tanto degli stereotipi quanto dei falsi avanguardismi. Il tema dello scritto in questione? Il rapporto della donna con la maternità, con la vita da generare, con l’atto stesso del mettere al mondo una creatura. Il calderone infuocato, proprio di questi giorni nei quali un famoso politico-donna, noto per le pratiche abortiste compiute nei decenni precedenti, è venuto a mancare, spinge a riprendere questo testo letto e riletto, laddove ognuno lo tira al proprio mulino, intellettuale, politico o socialculturale non importa.

Quello che conta è sapere di trovare, nella «Lettera», quanto può accreditare la validità di questa o di quella posizione. «Chi ha detto che sei materia inerte, quasi un vegetale estirpabile con un cucchiaio? Se voglio liberarmi di te, sostengono, è questo il momento. Anzi il momento comincia ora. In altre parole, avrei dovuto aspettare che tu diventassi un essere umano con gli occhi e le dita e la bocca per ammazzarti. Prima no. Prima eri troppo piccolo per essere individuato e strappato. Sono pazzi». La scrittura diretta, frontale, stridente della Fallaci non ammette deroghe interpretative o mezze misure.

Raramente uno scritto, parimenti incentrato sul delicato tema dell’aborto, parla in questi termini, senza trovare “sostrati” religiosi o fideistici che ne giustifichino le argomentazioni. Quando rileggiamo la «Lettera a un bambino mai nato», fatichiamo a comprendere le scelte del presente. Può un’azione, condotta contro la vita nel suo nascere, peraltro documentata da testimonianze inoppugnabili come le fotografie, essere dimenticata come se non fosse mai stata compiuta? Quanti, a parole, si indentificano nella forza argomentativa della Fallaci, possono tacere su certe scelte, e in nome di cosa?

Non sarebbe da codini tacere in nome di una (pseudo)-obiettività, sulla quale uno spirito libero, quale quello di Oriana, ha indirizzato uno “stigma”, tutt’altro che aprioristico o irrazionale? «Ti chiederò solo di sfruttare il miracolo d’essere nato, di non cedere mai alla viltà. «È una bestia che sta sempre in agguato, la viltà. Ci morde tutti, ogni giorno, e son pochi coloro che non si lasciano sbranare da lei». Grazie, Oriana, per averci insegnato a tenere la schiena dritta, costi quel che costi.

Un filo sottile lega le perle scrittorie del più originale giornalismo italiano, da sempre antitetico al pensiero unico. La «Lettera a un bambino mai nato» svetta, per luminosità, su tante altre, senza strombazzamenti. La monumentalità non si addiceva alla figura di Oriana Fallaci. Per lei, lo stare in piedi, nella memoria di tutti noi, non era un traguardo da raggiungere tramite pompose onorificenze, tanto più chiassose quanto più in contrasto con la biografia della personalità celebrata.

(Immagine posta a corredo del presente articolo, scelta dal prof. Leonardi a beneficio dei lettori. Ristampato un’infinità di volte, a testimonianza di una fortunatissima [e meritata] vitalità editoriale, il libro-capolavoro intitolato Lettera a un bambino mai nato, di Oriana Fallaci, è stato nuovamente ristampato nel corrente anno 2026 (Bur/Rizzoli, Milano, pp. 158, Euro 12). Cosa rende quest’edizione un “gioiellino” editoriale di grande pregio, per di più alla portata di tutte le tasche? La riproduzione fotografica di una bozza dell’opera, scritta da Oriana Fallaci nel 1967. Appassionati, filologi, grafologi, il libro è servito, per la gioia di tutti voi!)

Autodafé immaginato, puntata n° 68 di domenica 13 settembre 2026

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