Giuni Russo, la storia che una canzone non poteva raccontare

di Denise Bentivegna

Settantacinque anni fa, a Palermo, nasceva una bambina destinata a diventare una delle voci più originali e difficili da incasellare della musica italiana. Il suo nome era Giuseppa Romeo, ma il pubblico avrebbe imparato a conoscerla come Giuni Russo.

La musica entrò nella sua vita molto presto. In famiglia l’opera aveva un posto importante e sua madre, soprano naturale, rappresentò per lei uno dei primi riferimenti. Giuni cominciò a studiare canto e composizione ancora giovanissima e a tredici anni si esibiva già al Palchetto della Musica davanti al Teatro Politeama. Palermo era il punto di partenza, non un semplice luogo di nascita. La Sicilia sarebbe rimasta dentro la sua voce, nel carattere, nella memoria e in quella particolare inquietudine che l’avrebbe accompagnata per tutta la vita.

Nel 1967, appena sedicenne, vinse il Festival di Castrocaro con A chi. L’anno successivo arrivò al Festival di Sanremo con il nome di Giusy Romeo e No amore. Aveva davanti una carriera che avrebbe potuto prendere la strada della tradizionale cantante italiana, ma Giuni non sembrava fatta per restare dentro una sola definizione.

Nel 1969 si trasferì a Milano. Nella sua vita entrò Maria Antonietta Sisini, l’incontro artistico e umano più importante della sua esistenza. Avrebbero condiviso 36 anni di vita, musica, ricerca e lavoro, scrivendo insieme una parte fondamentale della storia di Giuni Russo.

La sua curiosità non conosceva confini. Cantò in inglese, sperimentò nuovi linguaggi, guardò alla musica elettronica e alla tradizione colta, si avvicinò alla musica lirica e a quella mediterranea. Nel 1975 pubblicò Love Is a Woman, un album interamente in inglese, con brani firmati insieme a Sisini. Aveva già conosciuto il mondo anche attraverso un lungo soggiorno in Giappone, dove festeggiò il suo diciottesimo compleanno.

Il nome Giuni Russo comparve nel 1978, con Soli Noi e La Chiave. Nel 1981 arrivò Energie, un disco che racconta bene quanto fosse avanti rispetto al proprio tempo. Accanto a lei lavoravano musicisti come Franco Battiato, Giusto Pio e Alberto Radius. Quella collaborazione avrebbe lasciato un segno profondo nella sua musica.

Nel 1982 Un’estate al mare diventò la canzone che tutti conoscevano. Scritta da Franco Battiato e musicata da Giusto Pio, portò Giuni Russo alla vittoria del Festivalbar e nelle classifiche italiane. La sua voce altissima entrò nell’immaginario collettivo insieme a una canzone che, sotto l’apparente leggerezza estiva, raccontava in realtà il sogno di una vita diversa.

La sua discografia continuò a cambiare pelle con Vox, Mediterranea, Giuni e Album. Nel 1988 arrivò A casa di Ida Rubinstein, un progetto dedicato alla musica lirica con arie e romanze di Bellini, Donizetti e Verdi. Una scelta che dice molto più di qualsiasi definizione: Giuni non voleva ripetere ciò che aveva già funzionato, voleva continuare a cercare.

La Sicilia rimase sempre presente, ma la sua geografia sentimentale finì per comprendere anche Ustica e la Sardegna. Alghero entrò nella sua storia attraverso il legame con Maria Antonietta Sisini e diventò una canzone, uno dei brani più riconoscibili del suo repertorio.

Negli anni Novanta la ricerca si fece ancora più personale. Giuni si avvicinò ai testi antichi e alla spiritualità, studiò la mistica e guardò con particolare interesse alla figura di Teresa d’Avila. La musica si incontrò con la poesia e con il teatro. Nel 1997 condivise il palcoscenico con Giorgio Albertazzi in un lavoro dedicato ai versi di Jorge Luis Borges.

Nel 2003 tornò a Sanremo con Morirò d’amore, un brano che apparteneva pienamente alla sua ultima stagione artistica. L’arrangiamento di Franco Battiato e Roberto Colombo le valse il Premio Volare per il migliore arrangiamento. Anche sul palco del Festival, Giuni Russo rimaneva fedele alla propria idea di musica, raffinata, personale, impossibile da ricondurre a una sola etichetta.

Gli ultimi anni della sua vita furono segnati dalla malattia, affrontata con una forza che non le impedì di continuare a lavorare e a progettare. Anche quando il corpo cominciava a imporre i propri limiti, Giuni rimase legata alla musica, alla ricerca e a quella curiosità che l’aveva accompagnata fin dagli inizi. Non fece della sofferenza il centro della propria immagine e continuò a guardare avanti, coltivando nuovi progetti fino a quando le fu possibile. Morì a Milano, nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 2004, lasciando una produzione artistica che ancora oggi continua a essere riscoperta.

Sono passati ventidue anni dalla sua “partenza”, ma la sua voce continua a sembrare fuori dal tempo. Non soltanto per Un’estate al mare, oppure per quelle note che sembravano impossibili da raggiungere, o ancora per il sodalizio con Battiato e per le canzoni diventate popolari…

Giuni Russo è stata la ragazza di Palermo che aveva cominciato a cantare giovanissima, l’artista che attraversava generi e linguaggi senza chiedere il permesso, la donna che aveva fatto della ricerca una necessità. Ha conosciuto il successo, ma non ha mai permesso al successo di stabilire chi fosse.

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