Gino Paoli, la voce inquieta della canzone d’autore

di Denise Bentivegna

Una voce capace di raccontare l’amore senza nasconderne le fragilità, le contraddizioni e le inquietudini. Dalla Genova degli anni Cinquanta alla nascita della Scuola genovese, il percorso di Gino Paoli ha cambiato il linguaggio della canzone italiana

Prima della musica

Prima ancora di diventare un nome della musica italiana, Gino Paoli fu un ragazzo che cercava una propria voce.

Cresciuto a Genova, arrivò alla musica dopo aver coltivato anche la pittura. Nella città ligure incontrò Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Umberto Bindi e altri giovani musicisti destinati a cambiare il volto della canzone italiana. Erano gli anni in cui la musica francese e il jazz rappresentavano riferimenti importanti e la scrittura iniziava a cercare parole meno convenzionali.

Un altro modo di parlare d’amore

Paoli entrò in quel movimento senza aderire a un modello preciso. Le sue canzoni parlavano d’amore, ma lontano dalla retorica sentimentale allora dominante. Dentro quelle storie trovavano spazio il desiderio, la solitudine, la gelosia, l’incertezza e anche la parte meno rassicurante dei rapporti umani.

La gatta, Il cielo in una stanza, Senza fine e Sapore di sale sarebbero diventate alcune delle sue composizioni più conosciute. Ma ridurre Paoli ai suoi brani più celebri significherebbe fermarsi alla superficie di una vicenda artistica molto più complessa.

Tra crisi e ripartenze

Il suo rapporto con la musica fu infatti attraversato da periodi di successo e momenti di crisi, sperimentazioni e ripartenze. Il jazz tornò più volte nel suo percorso, così come la ricerca di una scrittura capace di non assecondare necessariamente le aspettative del pubblico.

Anche la sua vita personale finì spesso dentro le cronache. Nel 1963 il tentato suicidio segnò una frattura profonda, raccontata dallo stesso Paoli negli anni successivi senza mai trasformarla in un elemento da esibire. La pallottola rimasta vicino al cuore divenne uno dei dettagli più conosciuti della sua biografia, ma non riuscì a definire l’uomo né l’artista.

Oltre l’immagine del cantautore

Paoli continuò a cambiare, anche quando sarebbe stato più semplice rimanere legato all’immagine costruita nei primi anni di carriera. Si confrontò con il jazz, con la politica, con il teatro e con nuove generazioni di musicisti, mantenendo sempre un rapporto diretto con la scrittura.

Nella sua storia artistica occupa un posto particolare anche il rapporto con Ornella Vanoni. Dalla loro relazione nacque un sodalizio destinato a durare nel tempo e Senza fine, affidata alla voce della cantante, divenne una delle interpretazioni più rappresentative della musica italiana.

La scuola genovese

È anche attraverso queste relazioni, artistiche e personali, che si comprende la dimensione di Paoli. Non soltanto autore di canzoni d’amore, ma interprete di una stagione in cui la musica iniziava a diventare qualcosa di più intimo, personale e imperfetto.

La cosiddetta Scuola genovese avrebbe lasciato un segno profondo nella canzone d’autore italiana. Paoli fu tra i protagonisti di quella trasformazione, insieme a Tenco, Bindi, Lauzi e altri autori che portarono nella musica un linguaggio più vicino alla vita quotidiana.

Una musica che resta

A distanza di decenni, il valore di quelle canzoni non dipende soltanto dalla loro popolarità. Dipende dalla capacità di raccontare emozioni senza renderle necessariamente più belle di come siano.

Gino Paoli aveva dimostrato che una canzone può parlare d’amore senza raccontare soltanto l’amore, e che dietro una melodia apparentemente semplice può trovare spazio anche tutto quello che una persona fatica a dire.

 

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