fbpx
IntervisteNewsPrimo Piano

Femminicidio: intervista a Maria Concetta Tringali

Femminicidio e violenza sulle donne: cosa succede? Ce ne parla l'avvocata Tringali

Il femminicidio di Vanessa Zappalà ad Acitrezza, di Chiara Ugolini a Verona, di Ada Rotini a Bronte.

Questi, soltanto i più recenti casi di femminicidio e violenza sulle donne sfociati nell’atto ultimo e terribile: l’omicidio. Casi di violenza psicologica e fisica, invece, si registrano quotidianamente e silenziosamente dentro le mura domestiche. L’Istat ha registrato che il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Negli ultimi 5 anni il numero di donne che hanno subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale ammonta a 2 milioni 435 mila, l’11,3% delle donne dai 16 ai 70 anni.

Il tema che imperversa nei giornali è quello del femminicidio e della violenza di genere, ma a cosa sono legati?

L’avvocata siciliana, nonché scrittrice e blogger Maria Concetta Tringali ce ne parla nel suo libro ”Femminicidio e violenza di genere. Appunti per donne che vogliono raccontare” (Edizioni Seb 27, Torino, 2019) e nella sua intervista. Tra i suoi contributi, per lo più su politica e diritti civili, violenza di genere e parità, laicità e contaminazioni su ”MicroMega”, su ”Noi Donne” e sul blog della Fondazione Luigi Einaudi. La si trova anche tra le firme de ”Il Sole 24 Ore”:

«Mi occupo per lavoro di diritti civili e di famiglia, ma le battaglie delle donne sono per me un terreno di sfida e di sperimentazione continua. Parte del mio tempo -prosegue l’avvocata Tringali- la dedico al Centro Antiviolenza Galatea di cui faccio parte dal 2014. L’associazione di volontariato raccoglie operatrici formate ed è luogo di aiuto e di sostegno alle vittime di violenza domestica.»

L’intervista inizia con una domanda che nasce dall’incredulità: cosa sta succedendo?

«Cosa continua a succedere, semmai. Continua a succedere una carneficina, a ogni latitudine e a ogni longitudine, in ogni parte del mondo. Una donna viene ammazzata, solo perché donna. Questo è il femminicidio e le cronache di questa settimana, da noi, ne hanno registrato praticamente uno al giorno. Donne che non sono libere di dire no, uomini che si sentono in diritto di sopprimerle come fossero delle cose.»

Perché c’è questa assiduità? Questa discriminazione sessuale è definibile cultura?

«Perché si tratta di un fenomeno antico che è strutturale e globale, come dice l’OMS già nel 2002. Ma al contempo è un’emergenza, attualissima e tragica. Siamo a circa 67 donne massacrate, in questo 2021. La media dei femminicidi da tempo è di una vittima ogni due giorni, con una donna su tre che nel corso della propria vita ha subito una qualche forma di violenza. Poco prima della pandemia ho provato a fare il punto in un libro (”Femminicidio e violenza di genere. Appunti per donne che vogliono raccontare”). Quel lavoro mi è servito per mettere una dietro l’altra riflessioni e domande, e per provare infine a rispondere ai perché. Sono arrivata alla conclusione che le cause oggi devono esserci chiarissime. I motivi della mattanza sono profondamente culturali. C’è bisogno di investire nella direzione della parità o non cambierà, non finirà mai.»

La legge attuale è sufficientemente preparata di fronte a quest’emergenza?

«Abbiamo raggiunto, con i molti interventi degli ultimi venti anni, un buon impianto normativo. Ci sono però molte falle nel sistema e dunque le leggi possono e devono essere migliorate. D’impatto si pensa sempre che inasprire le pene sia la soluzione. Io credo piuttosto che ci è indifferibile arrivare alla certezza della pena e a un sistema processuale degno, in grado di tutelare chi denuncia. Serve maggiore protezione, serve un uso più consapevole degli strumenti, anche da parte della magistratura. Operatori e operatrici del diritto devono studiare di più, affondare la testa nelle carte per capire davvero cos’è la violenza contro le donne, come valutare correttamente il livello di rischio, come evitare che ci siano ancora morti.»

Quali sono le falle del sistema legislativo?

«La legge ad esempio non tiene nella dovuta considerazione la vittima (la donna, ma anche i minori che sono vittime, a loro volta, di “violenza assistita”) che nel processo resta ai margini, che troppo spesso è rivittimizzata; sconta la pena, lei, di pregiudizi e stereotipi millenari. Chi ha subito violenza denuncia, si affida alla giustizia, e allora dobbiamo fare in modo che quella fiducia sia ben riposta. Al contrario, ancora oggi accade che il sistema non garantisca la dovuta tutela. I fatti di Acitrezza sono sconfortanti, a pochi anni dai fatti di Nicolosi. Vanessa Zappalà come Giordana Di Stefano, ammazzate dall’uomo che avevano querelato per stalking.»

Cosa propone riguardo un’assistenza preventiva?

«Io sono la vicepresidente del Centro Antiviolenza Galatea di Catania. Lavoro con le colleghe volontarie da moltissimi anni, proviamo a seguire la strada indicata dalla Convenzione di Istanbul, firmata nel 2011 e ratificata in Italia nel 2014 ma ancora oggi attuata davvero pochissimo. Il nostro lavoro è mettere in pratica ogni giorno le tre P: la prevenzione, la protezione della vittima, la persecuzione del reo. In più cerchiamo di pungolare per quanto possiamo le istituzioni, perché si dotino di politiche integrate per contrastare il fenomeno. Questo scempio finirà e le violenze potranno essere debellate solo con uno sforzo costante e serio di chi è al governo del paese. Diciamo basta improvvisazioni, basta strumentalizzazioni. Ho sempre la sensazione che la politica sia tentata di usare il problema, che la ricerca delle soluzioni serva intanto a raccogliere consensi. E invece noi tutti e noi tutte abbiamo bisogno di serietà, di competenza, di formazione, a tutti i livelli. Perché la violenza contro le donne ha un costo altissimo anche in termini economici e non risparmia nessuna: giovani, anziane, bambine, ricche, povere, colte o analfabete, siamo tutte in pericolo.»

Come prevenire il formarsi di questa cultura patriarcale e maschilista?

«Formazione nelle scuole, tra i più piccoli e le più piccole; più spazi dove cambiare la narrazione della violenza, senza spettacolarizzare né ridurre la cronaca a fiction; niente più racconti alla Barbara D’Urso, niente più romanzetti in stile Amore criminale, dove la prospettiva assunta nel descrivere i fatti è quella di chi ha ucciso e mai quella della vittima. Diciamolo che l’amore non c’entra affatto col possesso, né con la supremazia. Smettiamo di dire che lui l’ha massacrata per un raptus. Spieghiamo invece che l’ha spinta, l’ha aggredita così tante volte che poi ha finito per ucciderla. È il potere di un corpo sull’altro, il femminicidio, niente di diverso. Bisogna far comprendere che la vita delle donne è solo delle donne.»

Qual è il nesso tra la violenza psicologica e quella fisica?

«La stessa origine: il patriarcato. La violenza ha mille forme e milioni di sfaccettature: è fisica, sessuale (ribadiamolo, è stupro anche quello subito dalla moglie per opera del marito, quando lei non vuole e lui si prende il suo corpo). La violenza è anche economica, specie in tempi difficilissimi di crisi, come questi.»

Quello che sta accadendo ci appare ora più nitido: la frequenza e l’assiduità di questi eventi sono relazionati ad una cultura radicata nella società da secoli e che nel 2021 si manifesta ancora con evidente chiarezza : il patriarcato. La violenza sulle donne e il femminicidio è una delle tante forme con cui il patriarcato si manifesta.

Cosa fare allora? Si sa che le culture sono radicate nella società come radici nel terreno, ma, proprio come tali, possono essere sradicate. Ciò che l’avvocata Tringali propone è la presenza dello Stato e l’attuazione di investimenti che conducano verso la parità di genere; l’attuazione di una strategia che consista in un lavoro ”serio, costante, infaticabile” che porti alla ”deprogrammazione” di «un mondo che continua a mettere le donne un gradino più in basso degli uomini.»

 

Mostra di più

Potrebbe interessarti anche

Back to top button