Perché proprio nell’età più complessa può fare la differenza
C’è una convinzione molto diffusa quando si parla di adolescenti:
“Non sono pronti”, “non ascoltano”, “non hanno voglia”, “serve essere più rigidi”.
Eppure, chi lavora ogni giorno a scuola lo sa: dietro molte chiusure, provocazioni o silenzi non c’è mancanza di interesse, ma mancanza di fiducia.
Fiducia in sé, negli adulti, nel futuro.
È qui che nasce la domanda chiave:
il coaching educativo funziona davvero con gli adolescenti?
La risposta è sì.
Ma non per i motivi che spesso si immaginano.
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Perché l’adolescenza è il terreno giusto (non il più difficile)
L’adolescenza è una fase di transizione profonda.
I ragazzi stanno costruendo la propria identità, mettendo in discussione regole, ruoli e immagini di sé.
In questa fase:
- il giudizio pesa più di prima
- l’errore viene vissuto come fallimento
- il confronto con gli altri è continuo
- la motivazione oscilla
Il coaching educativo non arriva nonostante questa complessità, ma grazie a essa.
Perché il coaching non chiede agli adolescenti di essere “bravi”, ma di riflettere, scegliere, capire cosa funziona per loro.
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Cosa fa il coaching che spesso la didattica non può fare
Il modello scolastico tradizionale è centrato su:
- risposte corrette
- tempi standard
- valutazioni esterne
Il coaching educativo, invece, lavora su:
- domande potenti
- consapevolezza
- responsabilità personale
- processi, non solo risultati
Un adolescente a cui viene chiesto:
“Cosa puoi fare di diverso?”
“Cosa ti ha messo in difficoltà?”
“Quale risorsa puoi usare ora?”
non si sente giudicato, ma coinvolto.
Ed è proprio questo coinvolgimento che riattiva motivazione e partecipazione.
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“Ma non rischia di essere troppo morbido?”
È una delle obiezioni più comuni.
E anche una delle più fuorvianti.
Il coaching educativo non elimina le regole,
ma cambia il modo in cui vengono vissute.
Responsabilizzare non significa lasciare fare tutto.
Significa aiutare lo studente a:
- capire le conseguenze
- assumersi impegni
- riconoscere il proprio ruolo
Un adolescente responsabilizzato non è più “controllato”, ma coinvolto nel processo.
Ed è qui che cresce l’autonomia.
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Cosa succede quando il coaching entra davvero in classe
Nei percorsi di coaching educativo emergono cambiamenti concreti:
- studenti che partecipano di più
- maggiore collaborazione nei lavori di gruppo
- riduzione del conflitto sterile
- più consapevolezza emotiva
- leadership gentile che prende forma
Non perché qualcuno li abbia “motivato”, ma perché hanno scoperto di potercela fare. Quando un ragazzo inizia a vedersi come parte attiva del proprio percorso, il comportamento cambia. E con esso, anche l’apprendimento.
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Il ruolo dell’adulto fa la differenza
Il coaching funziona con gli adolescenti quando:
- l’adulto smette di sostituirsi
- lascia spazio alle domande
- crea un clima sicuro per l’errore
- osserva senza etichettare
Il docente–coach non rinuncia all’autorevolezza. La trasforma. Diventa una guida che accompagna, non un controllore che interviene solo a valle.
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In conclusione
Il coaching educativo non è una scorciatoia. È un investimento.
Funziona con gli adolescenti perché:
- parla il linguaggio della crescita
- rispetta la complessità
- valorizza il potenziale
- restituisce fiducia
E in una fase della vita in cui tutto sembra instabile, offrire strumenti di consapevolezza è uno dei gesti educativi più potenti che possiamo fare.
Approfondimento
Questi temi sono approfonditi nel libro
Liberare il Talento – Strategie di Coaching e Sviluppo delle Soft Skills nell’Educazione
di Palmina La Rosa, disponibile sul sito ufficiale dell’autrice.
Palmina La Rosa
Coach professionista e formatrice, da oltre trent’anni affianca studenti, docenti ed educatori nel costruire competenze, consapevolezza e leadership. Certificata ICF dal 2018, ha proseguito la sua formazione con l’High Impact Leadership Course del Cambridge Institute for Sustainability Leadership e con ACT Leadership (Brown University). È orientatrice accreditata ASNOR e oggi è Direttore Operativo di AISLi, dove guida il progetto Future Skills Agency. Su L’Urlo, Palmina esplora la mente, le emozioni e le parole che plasmano il modo in cui abitiamo noi stessi.