Alla cultura il compito di tracciare il cammino di pace

di Angelo Mattone

Dentro la più fisiologica delle notizie, la Russia è ammessa alla 61^ Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, è contenuto uno tra i primi messaggi universali di rottura dello schema di questi tristi mesi dominati dalla violenza, vale a dire le guerre come destino del mondo.

È proprio nel significato musicale dello slogan, In minor keys, quella tonalità sommessa velata di mestizia a veicolare la nota, meglio, le note, di contrappunto per salvare la terra dai boati della terza guerra mondiale. Sì, in quanto poesia, musica, letteratura, pittura, cinema, l’arte in assoluto, genera, anche nelle condizioni peggiori, e di genocidi, di devastazioni, di stragi, se ne sono verificati tanti in questi ultimi mesi, atmosfere di armonia, di bellezza, di melodie riparatrici delle ferite provocate dall’impazzare dei conflitti. A simbolo della distruzione della civiltà, ormai a un passo dall’essere compiuta, va ascritta quell’offensiva militare condotta da Stati Uniti e Israele contro la scuola elementare di Shajareh Tayyebeh a Minab nel sud dell’Iran, nella quale sono periti centottanta bambini.

In essa è contenuto, in codice, il germe per l’annientamento dell’umanità. A non volerlo vedere sono i potenti della terra, i governanti dei paesi del globo, i quali invocano la diplomazia per fermare le guerre, ma non intendono intervenire per bloccare le mani grondanti sangue di Netanyahu, di Trump, di Putin, soprattutto di quelle lobby, dietro di loro, veri ispiratori e cospiratori della strategia della guerra sola igiene del mondo.

Per quanto sia desolante da constatare, la politica, soprattutto per colpe interne al proprio modo di pensare e di agire, non è più in condizione di contrapporsi all’irrompere in scena della furia distruttrice della tecnologia, con essa del narcisismo dei plutocrati e dei tecnocrati. Alla cultura è toccato, come nei frangenti più bui della storia, di affrontare il vuoto, in uno con l’imperativo di opporsi al negazionismo, messo in atto in questi ultimi anni da una degenerazione valoriale, in incubazione da lustri, imperniata sulla coercizione, il suprematismo, l’ingiustizia, la prepotenza degli armamenti, il fanatismo religioso.

Compito proibitivo affidato a pochissimi intellettuali di statura, capaci di deviare, in corso d’opera, le derive dell’aggressività imperialista, legittimata da milioni di voti, carpiti con le più illegali modalità, da delinquenti travestiti da governanti, per ricondurla nell’alveo della civiltà globale sotto l’egida della tolleranza, del rispetto, della coesistenza, della solidarietà.

Di simili esemplari di maître à penser, in giro, ne sono rimasti pochi. In Italia ancora meno. Si contano sulle punte delle dita di una sola mano, soprattutto per quel prevalere, nella mentalità dei politicanti, della senseria di lisciare il pelo per il suo verso ai potenti di turno, addomesticando i presupposti del diritto internazionale, delle libertà civili, dello stato sociale ai desiderata di chi tiene in mano lo scettro. Fossero solo parvenu, poco male. Sono, purtroppo, stupidi.

È toccato a Pietrangelo Buttafuoco, siciliano dell’Oriente dell’isola, dare fuoco alle polveri. D’istinto, a mani nudi contro il potere dominante, in armonia rispetto al suo percorso di intellettuale, di giornalista, di scrittore, capace di leggere in translucido gli eventi della storia non solo della sua terra, nel momento in cui gli eventi, ormai sfuggiti di mano anche ai gradassi a capo delle potenze nucleari, rischiano di precipitare il pianeta in un baratro senza fondo, ha impiegato l’arte nel compito di unire quanto distrutto dalle note oligarchie del potere.

Se la cultura non ha confini, e non ne ha, nel contagiare di idee di pace il globo, se il solo nemico è la brutalità declinata in tutte le forme, in barba alle idiozie profferite da Trump circa l’incompetenza di Papa Leone XIV relativamente alla politica internazionale, peggio con l’ultima furbata di indicare Robert Francis Prevost, come l’artefice del rischio dei cattolici di finire sotto la bomba atomica degli iraniani, Pietrangelo Buttafuoco ha tracciato il percorso alternativo con la sua iniziativa di annettere l’arte russa alla mostra, nella qualità di presidente della Biennale di Venezia. Emulo di Elio Vittorini, il quale, nel lontano 1946-1947, in polemica con Palmiro Togliatti, dalle colonne del Politecnico, ricordò al segretario del Partito comunista italiano, al quale era iscritto, come la cultura non obbedisce alla ideologia, bensì prova a comprendere e rappresentare in profondità le esigenze dell’uomo, anticipando o correggendo la politica.

Se non allo stesso modo, giacché i tempi sono profondamente diversi sul piano del dialogo, con i capi dei partiti adusi a scegliere solamente lacchè e adulatori da inserire nei posti di comando, sicuramente scartando chiunque abbia una qualche idea della società, dei bisogni dei cittadini, Buttafuoco ha compiuto il passo di smarcare l’arte dai diktat della destra al governo. Nel momento cruciale della politica sopravanzata dalla finanza, successivamente asservita, di recente più propriamente seppellita, il gesto di Buttafuoco assume valore catartico. E, se la cultura postmoderna ha condotto il mondo nelle braccia dello scientismo, in cui la conquista di oggi, ieri, è già dissolta, il conato utopico di chi affronta la realtà per anticiparne l’implosione, ovvero l’atteggiamento visionario di dissipare i gas tossici all’orizzonte, non è utopia, oggi, costituisce alternativa agli estremismi bellici delle destre globali.

Nel gesto di Buttafuoco di ammettere gli artisti russi alla Biennale di Venezia, non va letto l’insubordinazione del camerata ingrato, nel solco interpretativo del ministro della cultura, Alessandro Giuli. Tutt’altro. Con un grammo di acume politico, si sarebbe intravisto la capacità di legare la complessa, pregevole arte russa ai destini della millenaria tradizione italiana, della stessa Europa, in contrapposizione ai voleri di Putin e in barba alla posizione miope dell’Unione europea. E per approdare alla polemica italiana, se Alessandro Giuli non fosse ministro, nessuno si sarebbe accorto di lui, di contro se Pietrangelo Buttafuoco non fosse stato nominato presidente della Biennale di Venezia, il mondo non avrebbe discusso di libertà e audacia, del ruolo dell’arte e della cultura, nei tempi bui di conflitti globali, intesi a creare blocchi di potere limitativi delle libertà del vivere, del pensare, dell’agire.

In tanti, propensi a schierarsi a favore o contro, come nelle abitudini delle curve calcistiche, non hanno percepito il cambio di rotta al quale Pietrangelo Buttafuoco ha costretto l’intera opinione pubblica, non solamente italiana. Quell’invertire direzione, rispetto al proliferare di guerre, di divieti, di steccati, di sanzioni, di minacce atomiche, proponendo in alternativa la fratellanza tra i popoli, quel costruire ponti, in luogo dello scontro di tutti contro tutti. Sta lì il valore inestimabile della Biennale di Venezia, di quel ruolo dell’arte, unico e inimitabile, di essere il faro di civiltà, fino a qualche attimo prima, spento dal conformismo, dalla ripetitività degli slogan, dalla imperante burocrazia. Adesso, diventa attuale discutere di alternative al nazionalismo becero, mascherato da sovranismo con pretese sottaciute di imperialismo.

Alle accuse di impoliticità rivolte all’impostazione di Buttafuoco corrisponde simmetricamente, sul fronte opposto, il riconoscimento di avere indicato attraverso i prodromi della cultura orizzonti di condivisione, di umanità, di universalità nella diversità. Cogliendo attraverso l’impegno delle avanguardie, tipico del percorso della Biennale, quell’anelito di pace, di armonia, di concordia, in germoglio in ogni dove della terra, estraneo all’angusta, becera impostazione dell’establishment globale, tanto da indurre il despota Putin a temere di essere spodestato con un colpo di stato interno per mano dei servizi segreti russi, ovvero sullo stesso terreno su cui ha costruito il suo potere.

Agonia annunciata di un dittatore, convinto di mascherare la guerra cruenta con milioni di morti tra russi e ucraini con l’artificio verbale di indicarla come operazione speciale. Ecco, nell’insulsaggine di questa locuzione, dietro la quale appaiono in tutta evidenza i lutti, gli spargimenti di sangue, il becero cinismo di questo autocrate insensibile allo stesso destino dei connazionali, all’odio seminato nel truce conflitto ucraino, sta la forza del messaggio della cultura di condanna dell’operato del dittatore Putin.

In contrapposizione, l’apertura ai contenuti artistici della Russia, ai suoi interpreti, ai suoi messaggi di giustizia, dal generoso impegno per la libertà, perpetrato da Aleksej Navalny, fino al consapevole sacrificio della vita. Fuori luogo l’osservazione, in base alla quale il regime putiniano abbia selezionato gli artisti inviati a Venezia, giacché il dolore, lo sconforto dei cittadini russi per la guerra monta tra le note della musica, dentro una poesia, in un dipinto, in un film, con il gridare al mondo l’ingiustizia di sacrificare tante giovani vite alle mire paranoiche di un uomo solo al comando. Vale lo stesso discorso per qualsiasi paese, esso sia l’Iran o Israele. Il male appare in evidenza, basta esporlo in pubblico.

Se, poi, viene presentato sotto forme artistiche, assume l’aspetto dell’Urlo di Munch. Financo il colpevole silenzio di artisti, di fronte allo strazio dei tanti soldati russi caduti durante il conflitto, produce il medesimo risultato di condanna dell’operato degli oligarchi di stampo sovietico. Nel procedere all’incontrario con l’attribuire al popolo americano l’idea di radere al suolo la civiltà iraniana, anziché al suo autore, Trump, in combutta con i giannizzeri nascosti dietro di lui, non solo è errata, ma porta a conseguenze incontrollabili, non esclusa la corsa al riarmo nucleare. Lo stesso vale per il genocidio palestinese, addebitarlo al popolo israeliano, assimilando il governo Netanyahu al destino dell’intera etnia ebrea significa creare le condizioni per un secondo olocausto.

Lo si comprenderà, adesso, con maggiore chiarezza come il messaggio veicolato dalla biennale di Venezia non sfocia in una banalissima querelle, di cui poco importa ai cittadini, quanto l’anelito di concordia, di risveglio della coscienza collettiva in favore di rovesciare il tavolo dei conflitti, di mettere a tacere la voce dei dittatori. Esattamente l’opposto rispetto alla cecità delle polemiche alimentate in questi giorni intorno alla manifestazione veneziana, quale cassa di risonanza in favore di Putin. Esattamente il contrario, quel triste e scolorito burocrate, sorto dai fumi dell’alcol di Eltsin, giunto a governare la Russia, pagherà il prezzo delle sue efferatezze, se la cultura risveglierà la coscienza dei tanti, donne e uomini giusti, disposti a salvare il mondo dalla deriva in atto.