Antonello rubato a Messina: la notte che può ferire per sempre la memoria dello Stretto

di Tindaro Guadagnini

Come la Gioconda al Louvre, un furto che potrebbe trasformarsi in una ferita alla storia di una città. E adesso qualcuno dovrà spiegare come sia stato possibile eludere la sicurezza del museo

Ci sono furti che si misurano in euro. E poi ci sono furti che non hanno un prezzo, perché quando scompare un’opera d’arte non viene sottratto soltanto un oggetto: viene strappato un pezzo della memoria collettiva.

Quello avvenuto nella serata di Ferragosto al Museo Regionale Accascina di Messina appartiene, senza dubbio, alla seconda categoria.

Tre tavole del Polittico di San Gregorio e la Tavoletta Bifronte di Antonello da Messina sono state trafugate. Quattro elementi appartenenti a due opere di straordinario valore storico e artistico. Secondo le prime ricostruzioni, i responsabili sarebbero riusciti a superare i sistemi di allarme e le protezioni presenti nel museo.

E qui comincia una storia che Messina dovrà ricordare a lungo.

Non hanno rubato soltanto quattro opere

Antonello da Messina non è semplicemente uno dei grandi pittori del Quattrocento.

È Antonello, il nome attraverso cui una città racconta una parte fondamentale della propria identità al mondo.

Le sue opere sono poche, preziose, disperse in musei e collezioni di enorme prestigio. Per Messina, poter custodire nel proprio museo opere del suo più celebre figlio significa conservare una testimonianza irripetibile della propria storia.

Per questo ciò che è accaduto non può essere archiviato come un normale furto in un museo.

Se quelle opere non dovessero essere recuperate, Messina rischierebbe di perdere non semplicemente alcuni capolavori, ma una parte concreta del legame materiale con il proprio passato.

È questo l’aspetto più drammatico della vicenda.

Perché un dipinto può essere fotografato, studiato, riprodotto in migliaia di libri. Ma l’originale è uno soltanto. E se sparisce, sparisce per sempre dal luogo nel quale la storia aveva deciso di consegnarcelo.

La Gioconda insegna che un furto d’arte può diventare una ferita nazionale

Il paragone con la Gioconda può sembrare enorme. E lo è.

Ma proprio per questo è necessario ricordarlo.

Il 21 agosto 1911 il Louvre scoprì che la Monna Lisa era scomparsa. Il quadro di Leonardo era stato portato via da Vincenzo Peruggia, che era riuscito a uscire dal museo con l’opera. Per oltre due anni la Gioconda rimase lontana dal Louvre, fino al ritrovamento in Italia nel 1913.

Quello che sembrava un furto impossibile diventò uno degli episodi più clamorosi della storia dell’arte.

E paradossalmente contribuì persino ad accrescere il mito della Gioconda: lo stesso Louvre riconosce che il furto del 1911 ne aumentò enormemente la notorietà.

Oggi nessuno pensa al furto della Gioconda come a una semplice sottrazione di un quadro.

È entrato nella storia.

E Messina deve evitare che questa notte diventi la propria versione, ancora più dolorosa, di quella vicenda.

Perché la domanda non è soltanto dove siano finite le opere.

La domanda è: come siamo arrivati al punto in cui qualcuno ha potuto prenderle?

La sicurezza che avrebbe dovuto impedire l’impossibile

Ed è qui che la rabbia diventa inevitabile.

Un museo non custodisce merce. Custodisce beni irripetibili.

E quando all’interno di un museo sono esposte opere di Antonello da Messina, la sicurezza non può essere considerata un elemento accessorio, una voce di bilancio come un’altra o un problema da affrontare dopo.

Deve essere una priorità assoluta.

Le prime informazioni parlano di ladri riusciti a eludere gli allarmi e le protezioni di sicurezza.

Se questa ricostruzione verrà confermata, allora sarà inevitabile porre una serie di domande.

Quali sistemi erano attivi?

Hanno funzionato?

Chi avrebbe dovuto accorgersi dell’intrusione?

Quanto tempo è trascorso prima che venisse dato l’allarme?

Perché quattro elementi di opere di questo valore hanno potuto essere materialmente rimossi?

E soprattutto: era davvero adeguato il livello di sicurezza garantito a quei capolavori?

Non significa anticipare le conclusioni di un’indagine. Significa fare il mestiere del giornalista.

Perché se qualcuno è riuscito a entrare, raggiungere le opere, rimuoverle e uscire dal museo, la prima risposta che la città pretende non può essere soltanto “stiamo indagando”.

Serve sapere che cosa non ha funzionato.

Ferragosto, la città in festa e il museo violato

C’è poi un dettaglio che rende tutto ancora più surreale.

È successo a Ferragosto.

Mentre Messina festeggiava, mentre le strade erano piene di persone, mentre la città viveva una delle sue notti più affollate e simboliche, qualcuno entrava nel museo e portava via alcuni dei tesori più importanti custoditi dallo Stretto.

È quasi una fotografia perfetta delle contraddizioni con cui spesso conviviamo: una città capace di celebrare il proprio patrimonio, ma chiamata adesso a interrogarsi sulla capacità concreta di proteggerlo.

Adesso non servono soltanto parole

La priorità, naturalmente, è una sola: recuperare le opere.

Ogni ora può essere importante.

Ma dopo, indipendentemente dall’esito delle indagini, dovrà aprirsi una discussione seria sulla sicurezza del Museo Accascina e, più in generale, sulla protezione del patrimonio culturale siciliano.

Perché se quattro preziosissimi frammenti della storia di Messina possono essere sottratti dal museo che dovrebbe proteggerli, allora il problema non riguarda soltanto quattro opere.

Riguarda un sistema.

E riguarda una responsabilità pubblica.

La Gioconda tornò al Louvre nel gennaio del 1914, dopo più di due anni di assenza. Il suo ritorno fu celebrato come un evento straordinario.

Messina oggi spera di poter vivere un giorno analogo.

Di poter rivedere quelle opere al loro posto.

Di poter tornare davanti ad Antonello e tirare finalmente un sospiro di sollievo.

Ma sarebbe un errore considerare il loro eventuale recupero come la conclusione della vicenda.

Perché la domanda resterà.

Se un capolavoro di Antonello può essere rubato dal museo che lo custodisce, quanto siamo realmente capaci di proteggere la nostra storia?

Questa è la domanda alla quale qualcuno, adesso, dovrà rispondere.

E Messina ha tutto il diritto di pretendere una risposta.

jacktoto