Domenica scorsa, in una sera tersa e permeata da un gradevole freddo autunnale, una zebra e un’aquila si incontrarono a Torino. Il rettangolo verde sembrava fatto apposta per quell’animale dai lineamenti muscolosi ed eleganti, con una pelle striata dai colori bianco e nero. Niente e nessuno sembrava poterla fermare. Bastava entrare nel rettangolo verde del suo territorio, e qualsivoglia altro animale veniva messo in fuga: chiamalo toro, chiamalo ciuco, appellalo biscione, non c’era nulla da fare.
La zebra accelerava la sua cavalcata, digrignava i denti, infine li metteva in fuga! Da quelle parti si usciva malconci e tutti gli altri animali avevano ormai rinunciato ad espugnare il territorio della zebra. Quand’ecco, una bella Domenica di Ottobre, un’aquila volteggiava sullo sfavillante rettangolo verde di Torino. Non era un’aquila qualsiasi; la testa e la coda di colore bianco, il giallo, il piumaggio dall’elegante tonalità “testa di moro”, la facevano subito notare in un cielo limpido, che aveva sostituito il bianco e il celeste delle ore pomeridiane al buio ottobrino della sera. Il suo nome è Flaminia.

E il nome della Zebra? Molti la associano a una squadra di uomini, che praticano uno sport davvero curioso, denominato calcio. Undici contro undici, vince chi mette la palla nella rete del gruppo avversario, rete a sua volta protetta da un guardiano, chiamato portiere. Dicono che questo sport, in Italia, sia il più popolare, ovvero susciti passioni, senso di appartenenza, svago dal grigiore di un’esistenza quotidiana sempre più dura e spersonalizzante. Poco importano le macchie che questo modo di creare socializzazione reca con sé. Puoi sentire di tutta la corruzione che vuoi, tanto sei sempre là, a chiedere, tifare, strabuzzare gli occhi per quei colori che hanno segnato, e segnano, la vita del fanciullino che è in ognuno di noi, da sempre attratto dal gioco.
Non appena la zebra vide l’aquila planare sul rettangolo verde, considerato il suo territorio, eccola avanzare scalpitante e minacciosa, in direzione dell’aquila. «Come ti permetti di invadere il mio territorio?», chiese con arroganza la zebra. «Da quando esiste la primazia assoluta di una creatura su un’altra? Se ho una necessità da espletare, devo planare pure da qualche parte!»: la risposta dell’aquila non si fece attendere! «Pagherai molto caro questo affronto!»: neanche il tempo di minacciare, e già la zebra iniziava la sua corsa forsennata verso l’aquila, nell’intento di afferrarla, malmenarla e infine scacciarla.
Nel suo delirio di onnipotenza, le striature bianconere acquisivano una tonalità ancora più marcata. L’aquila non si scompose. Prese semplicemente il volo, e fece cadere sul rettangolo verde tre bitorzoli, dal colore marrone, e dalla forma appallottolata. «Non ho tempo da perdere con i gradassi come te: ho ancora tanto da fare e molto da costruire!». Le sue ampie ali la facevano volteggiare attorno al rettangolo verde, infine essa spariva: alcune voci sussurravano che volasse in direzione di Roma. Tra quanti schiamazzano e millantano una superiorità a prescindere dalle azioni concrete, l’aquila era planata a Torino con umiltà, concentrazione e tanta, tanta determinazione a fare quel che di giusto andava fatto. Ci si rivedrà al girone di ritorno.
(Immagine posta a corredo del presente articolo, scelta dal prof. Leonardi a beneficio dei lettori. Il «Corriere dello Sport», rinomato e autorevole quotidiano sportivo in lingua italiana e dall’originario spirito romano [orientamento oggi stemperato nel voler essere un punto di riferimento per tutti gli appassionati di calcio, a prescindere dai colori di riferimento], è uscito con una copertina storica, in quel di Lunedì 19 Ottobre 2026, La riproponiamo alla vostra visione)