Una fotografia del 1937 racconta la cattura di uno squalo bianco di 5,30 metri nelle acque del Siracusano. Ventisette anni dopo, un secondo esemplare fu pescato nella stessa area. Il biologo marino Francesco Tiralongo ricostruisce il valore storico di queste testimonianze e spiega perché proteggere i grandi predatori è fondamentale per la biodiversità del Mediterraneo.
Una vecchia fotografia in bianco e nero, decine di pescatori e, al centro della scena, un enorme squalo bianco appena catturato. Siamo a Marzamemi, nel Siracusano, il 23 agosto 1937. L’immagine restituisce uno scorcio della storia marinara siciliana e racconta un incontro con uno dei più grandi predatori del Mediterraneo, oggi considerato estremamente raro nei nostri mari.
L’esemplare immortalato nella fotografia, appartenente alla specie Carcharodon carcharias, misurava 5,30 metri e aveva un peso stimato di circa 1.200 chilogrammi. Una cattura eccezionale, ricostruita dallo studioso Antonio Celona in un lavoro pubblicato nel 2002 e dedicato a due episodi avvenuti nelle acque di Marzamemi: il primo nel 1937, il secondo nel 1964.
A distanza di decenni, queste testimonianze assumono un significato che va oltre la cronaca della pesca. Permettono di ricostruire la presenza storica di una specie oggi minacciata e di riflettere sui cambiamenti che hanno interessato gli ecosistemi marini.
Il gigante del 1937: la cattura davanti a Marzamemi
Secondo la ricostruzione di Celona, all’alba del 23 agosto 1937 i pescatori del motopeschereccio Sansone erano impegnati nella pesca delle sardine, a circa 500 metri dalla costa, su un fondale di 35 metri.
Durante le operazioni, un enorme squalo bianco rimase impigliato in una rete a circuizione, conosciuta localmente come cianciolo. È possibile che l’animale fosse stato attirato dalla presenza dei pesci intrappolati. Dopo una lunga lotta, venne ucciso e trainato fino al porto: le sue dimensioni, infatti, rendevano impossibile issarlo direttamente a bordo.
Accanto alla ricostruzione scientifica è sopravvissuta, tuttavia, anche una versione diversa, tramandata oralmente da alcuni pescatori della zona. Secondo questi racconti, lo squalo sarebbe rimasto impigliato in una lenza o in una cima utilizzata per calare le nasse, tradizionali attrezzi da pesca.
Le due versioni non coincidono e, in assenza di ulteriori riscontri, non è possibile stabilire se il racconto popolare si riferisca allo stesso episodio o conservi la memoria di circostanze differenti.
Il confronto tra fonti scritte, immagini e testimonianze orali resta comunque prezioso per ricostruire il passato dei nostri mari. Come sottolinea Francesco Tiralongo, biologo marino dell’Università di Catania, «le fotografie storiche e le testimonianze dei pescatori rappresentano una fonte di informazioni di grande valore per ricostruire la presenza passata di specie marine oggi rare».
Lo studioso richiama però l’importanza di distinguere i fatti documentati dai ricordi tramandati nel tempo: «Entrambe le fonti possono contribuire alla conoscenza, ma devono essere interpretate con il giusto rigore e verificate, quando possibile».
Nel 1964 una seconda cattura
Quello del 1937 non fu l’unico episodio documentato nell’area. Nel dicembre 1964, sempre nelle acque di Marzamemi, i pescatori del motopeschereccio Nella catturarono accidentalmente un altro grande squalo bianco, a circa cinque miglia dalla costa.
L’animale era rimasto impigliato in una rete calata su un fondale di circa 150 metri. Le testimonianze raccolte indicano una lunghezza stimata tra i quattro e i cinque metri e un peso approssimativo di 800 chilogrammi.
Durante l’eviscerazione furono rinvenuti nello stomaco resti di un mammifero terrestre, probabilmente un cane. Un particolare insolito, che potrebbe essere spiegato con il consumo opportunistico di una carcassa, senza che sia possibile ricostruire con certezza le circostanze.
L’esemplare presentava inoltre numerosi segni di morsi, attribuiti ipoteticamente ad altri squali. Dopo la cattura, una parte della carne venne venduta per il consumo umano, mentre un’altra fu utilizzata come esca per le nasse.
Due episodi separati da 27 anni, dunque, che restituiscono la memoria di un periodo in cui grandi squali bianchi potevano essere catturati nelle acque siciliane. Non sono sufficienti, da soli, a ricostruire l’abbondanza della specie in quel periodo, ma costituiscono testimonianze importanti da leggere insieme agli altri dati storici e scientifici.
Perché lo squalo bianco è importante per l’equilibrio marino
Lo squalo bianco è spesso associato a un’immagine di pericolo, alimentata soprattutto dal cinema e dall’immaginario collettivo. Dal punto di vista ecologico, però, è un grande predatore che occupa una posizione elevata nelle reti alimentari marine.
La sua dieta comprende pesci e altri squali e, soprattutto negli individui di maggiori dimensioni, anche mammiferi marini. Attraverso le interazioni con le prede, contribuisce alle dinamiche degli ecosistemi e può influenzare il comportamento e la distribuzione di altre specie.
«Quando parliamo di grandi predatori marini dobbiamo ricordare che non si tratta semplicemente di animali che si nutrono di altri organismi», spiega Tiralongo. «Sono componenti importanti delle reti alimentari e la loro presenza contribuisce al funzionamento degli ecosistemi. La progressiva scomparsa di questi predatori può alterare equilibri ecologici complessi, con conseguenze che non sempre siamo in grado di prevedere».
La presenza dello squalo bianco nel Mediterraneo non è quindi un fenomeno recente né un’anomalia. La specie appartiene da lungo tempo alla fauna di questo bacino, anche se oggi gli avvistamenti sono rari e le informazioni sulla consistenza delle popolazioni restano limitate.
Una specie minacciata nel Mediterraneo
Le catture storiche di Marzamemi acquistano un significato particolare alla luce dello stato di conservazione dello squalo bianco. La valutazione regionale dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) classifica la specie nel Mediterraneo come in pericolo critico di estinzione (Critically Endangered).
Tra i fattori che ne compromettono la sopravvivenza figurano la cattura accidentale nelle attività di pesca e la pressione esercitata sugli ecosistemi marini. A questi si aggiungono le caratteristiche biologiche della specie: una crescita relativamente lenta e una capacità riproduttiva limitata rendono più difficile recuperare quando le popolazioni diminuiscono.
La rarità degli incontri non permette, da sola, di quantificare con precisione il declino. Gli squali bianchi sono animali mobili e difficili da monitorare; per questo, valutare quanti individui siano ancora presenti nel Mediterraneo rappresenta una sfida per la ricerca.
«Oggi incontrare uno squalo bianco nel Mediterraneo è un evento eccezionale. Non significa che la specie sia completamente scomparsa, ma certamente la sua situazione è motivo di grande preoccupazione», osserva Tiralongo. «Per animali così rari e altamente mobili è estremamente difficile stimare quanti individui siano ancora presenti. Proprio per questo ogni osservazione attendibile, anche quando proviene dai pescatori, può assumere un notevole valore scientifico».
Le attività di ricerca, comprese quelle che utilizzano strumenti molecolari come l’analisi del DNA ambientale, possono contribuire a individuare la presenza della specie anche quando l’osservazione diretta è difficile. Le acque del Mediterraneo centrale e il Canale di Sicilia rappresentano aree di interesse per approfondire la conoscenza e la conservazione dei grandi predatori marini.
Dalla paura alla tutela: il ruolo della ricerca e dei pescatori
Proteggere lo squalo bianco significa intervenire sulle cause che ne minacciano la sopravvivenza, ridurre il rischio di catture accidentali, tutelare gli ecosistemi e migliorare la raccolta dei dati. La conservazione richiede misure efficaci e collaborazione tra ricercatori, istituzioni e operatori del mare.
Un ruolo importante può essere svolto proprio dai pescatori professionali. La loro esperienza quotidiana permette di raccogliere informazioni sugli avvistamenti e sulle catture accidentali, contribuendo a ricostruire come siano cambiate nel tempo la presenza delle specie e le condizioni degli ecosistemi marini.
«È necessario superare l’idea dello squalo come nemico dell’uomo e della pesca», conclude Tiralongo. «Proteggere i grandi predatori significa contribuire alla conservazione della biodiversità marina. La collaborazione tra ricercatori e pescatori è fondamentale: questi ultimi possiedono un patrimonio di conoscenze ed esperienze che può aiutarci a comprendere come siano cambiati i nostri mari nel corso dei decenni».
La fotografia scattata a Marzamemi nell’agosto del 1937 racconta molto più della cattura di un animale straordinario. È una testimonianza di un Mediterraneo in cui i grandi predatori facevano parte della vita marinara e un documento da affiancare alla ricerca scientifica per comprendere le trasformazioni del mare.
Oggi, quando la presenza dello squalo bianco è diventata sempre più difficile da documentare, quelle immagini ricordano che la tutela della specie non riguarda soltanto il destino di un singolo animale. Significa proteggere le reti alimentari, preservare la biodiversità e riconoscere il valore ecologico di un predatore che appartiene da sempre al nostro patrimonio naturale.
Didascalia della fotografia storica
Marzamemi, 23 agosto 1937: un esemplare maschio di squalo bianco (Carcharodon carcharias), lungo 5,30 metri e dal peso stimato di circa 1.200 chilogrammi, catturato accidentalmente dai pescatori del motopeschereccio Sansone. Fotografia storica riprodotta nello studio di Antonio Celona (2002), per gentile concessione del dottor Sessa.